Lo scenario del post referendum

Ormai è noto quasi a tutti. Ed è finito, del resto, come tutti sapevamo sin dall’inizio. E cioè, il referendum costituzionale sulla giustizia è pro o contro Giorgia Meloni. Ma sarà molto diverso il profilo politico del vincitore, al di là delle stesse percentuali di voto che verificheremo il prossimo 23 marzo. E, soprattutto, le costanti che caratterizzeranno la nuova fase politica che inesorabilmente si aprirà dopo la consultazione referendaria.

Iniziamo col dire che se vince il Sì viene confermata e rafforzata la leadership politica e di governo, incondizionata e chiara, della premier Giorgia Meloni. Una vittoria che confermerebbe la riforma della giustizia nel nostro Paese presentata dal Governo malgrado l’ostinata e massiccia resistenza di quasi tutta la sinistra e di larga parte della magistratura. Se, invece, vince il No chi può indubbiamente alzare il trofeo è uno e uno soltanto: ovvero, l’Anm. Cioè l’associazione nazionale dei magistrati che si è trasformata progressivamente in un vero e proprio soggetto politico e che ha guidato politicamente e culturalmente l’intera campagna elettorale. Una guida a cui si sono aggregati, come tutti sanno, le diverse e multiformi espressioni della sinistra italiana. E cioè, dalla sinistra politica a quella culturale; dalla sinistra accademica ed intellettuale a quella televisiva e della carta stampata; dalla sinistra giudiziaria a quella dei movimenti e della cosiddetta società civile. Una fotografia, questa, che prescinde da qualsiasi altra valutazione.

Ora, si tratta di capire quali saranno gli effetti politici collaterali e concreti se prevale il No o il Sì il 23 marzo. Possiamo tranquillamente dire che se vince il No, cioè l’Anm, ci si avvia lentamente ma inesorabilmente in un percorso che molti hanno già definito come una sorta di “repubblica giudiziaria”. Perché questa volta, e forse per la prima volta nella storia democratica del nostro paese, ci sarebbe anche una investitura popolare per intraprendere quella strada. Con la conseguenza, del tutto naturale ed oggettiva, di spianare la strada a quella “via giudiziaria al potere” che è la strada più gettonata dalla sinistra italiana da ormai molti anni.

Se dovesse prevalere il Sì, oltre a confermare la riforma in discussione, sarebbe un colpo d’ala per il centrodestra guidato da Giorgia Meloni per proseguire più spediti sulla strada delle riforme che questo governo ha già tratteggiato: dall’ormai famoso premierato alla cosiddetta autonomia differenziata. Il tutto accompagnato dalla quasi istituzionalizzazione del conflitto con una magistratura destinata a diventare sempre più politicizzata e militante.

Ecco perché, al di là del “merito” della riforma che, purtroppo, è diventato del tutto marginale rispetto al dibattito sul referendum costituzionale, dobbiamo semplicemente prendere atto che ci saranno precise e circoscritte conseguenze politiche dopo il voto del 22/23 marzo. E le due prospettive, al di là dell’ipocrisia, delle chiacchiere e della propaganda, sono sostanzialmente e radicalmente alternative tra di loro. Piaccia o non piaccia, questo è lo scenario politico concreto dal 24 marzo in poi nel nostro paese e, soprattutto, in vista delle elezioni politiche del prossimo anno.

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