La giustizia di chi comanda
Juri Bossuto 06:00 Giovedì 12 Marzo 2026
Il Governo in carica si dimostra molto attivo, quasi in maniera compulsiva, nel mettere mano ad alcuni temi, mentre, al contrario, non nasconde la propria riluttanza, o meglio il “disinteresse” ad affrontarne altri, seppur meritevoli di tutela poiché essenziali per le nostre comunità.
In testa alla classifica degli interessi pubblici su cui è intervenuto l’esecutivo Meloni spicca la cosiddetta riforma della Giustizia, seguita a breve distanza dai numerosi pacchetti “sicurezza”. Le priorità del Governo racchiudono interventi normativi che sembrano ispirati da valutazioni puramente ideologiche aventi radici in due grandi famiglie politiche: il partito di Forza Italia delle origini berlusconiane, per quanto concerne la manomissione degli articoli della Carta costituzionale riguardanti la magistratura; la fiamma missina, invece, quale ispiratrice sia delle norme che introducono la separazione della carriere dei pm, che quelle riguardanti la repressione delle piazze (a patto però che non compiano atti di apologia al fascismo, tipo le legioni inquadrate che gridano “presente” facendo contemporaneamente il saluto romano).
I tanti decreti governativi dedicati alla sicurezza sono stati voluti per mettere continui paletti alla libertà di manifestare in corteo il proprio dissenso. Si riassumono in tanto carcere e nessun reale intervento a tutela della sicurezza sociale, la quale dovrebbe comprendere stipendi dignitosi e possibilità occupazionali. Nei propositi di alcuni estensori non è difficile individuare la volontà di colpire, in primis, coloro che alcuni frequentatori di Palazzo Chigi definiscono con estrema disinvoltura (visto l’alto ruolo istituzionale di governo che ricoprono) “zecche rosse”, ossia i collettivi informali della Sinistra extraparlamentare.
L’elenco dei reati introdotti con la legislazione d’urgenza (i decreti) è davvero lungo, nonché frutto di una scelta precisa nel voler mettere fine ad alcuni importanti strumenti di lotta, tra cui i blocchi stradali: organizzati in primis dagli operai in lotta, vittime di continue delocalizzazioni produttive, oppure da chi contesta le grandi (e quasi sempre inutili) opere pubbliche.
Le norme introdotte dal Governo sono quindi indirizzate a punire in particolare (ma non solo) la Val di Susa che contesta attivamente il cantiere Tav e, guardando al futuro, preparano il campo per annichilire qualsiasi forma di dialogo con quei cittadini che in futuro tenteranno di opporsi all’avvio dei lavori legati al Ponte di Messina (qualcuno lo farà per difendere la propria casa dalle ruspe). Gli stessi scontri di piazza, con uso di fuochi d’artificio, ora possono costare sino a 15 anni di prigione (al pari delle pene previste per reati di stampo mafiosi oppure per violenza sessuale): qualsiasi atteggiamento ritenuto intimidatorio verso le forze dell’ordine è punito severamente attraverso il disinvolto uso della detenzione per periodi di tempo decennali.
Sul fronte opposto, la riforma Nordio ha abolito l’abuso d’ufficio, sostituendolo con altre fattispecie (tipo il reato di influenza illecita) che non contemplano l’azione dolosa compiuta dai pubblici ufficiali che procurano intenzionalmente vantaggi o danni ingiusti a terzi (ex art, 323 c.p.). L'abrogazione della norma ha determinato l’annullamento di alcune condanne definitive, sollevando dibattiti sulla reale tutela delle misure anticorruzione, così da togliere dall’impiccio alti funzionari pubblici e qualche amministratore.
L’impressione che ne deriva è quella di un esecutivo di governo molto concentrato sulla repressione di qualsiasi forma di contestazione, sino al punto di proporre una cauzione a chi organizza cortei politici (riducendo così a pochissimi milionari la possibilità di scendere in piazza), rivelandosi al contempo assai tollerante nei riguardi di alcune condotte dannose per la società messe in atto dalla politica, oppure dai cosiddetti colletti bianchi (i manager).
La recente manomissione pasticciata di sette articoli della Costituzione repubblicana è la conferma delle particolari priorità elencate nell’agenda della maggioranza. Il pesante intervento normativo sulla Giustizia non sembra dettato dallo scopo di fornire ai cittadini un servizio pubblico efficace, quanto affidabile, ma al contrario mostra un’attenzione quasi maniacale verso i pubblici ministeri, preservandone la divisione delle carriere, nonché inventando un ulteriore organo di controllo posto sotto il controllo della politica (in sostituzione di quello “naturale” previsto dalla Costituzione, il Consiglio Superiore della Magistratura). Depotenziare il Csm è il vero obiettivo dell’ennesimo maldestro intervento sulla Carta costituzionale.
La decennale tentazione di mettere i magistrati inquirenti, le toghe impegnate in indagini, sotto il controllo del governo di turno è dettata dalla solita ideologia del “voglio, posso, comando”. Una riforma annunciata dal Ministro come necessario adeguamento alla modernità, che però si richiama stranamente a vecchi modelli giudiziari preunitari, risalenti addirittura all’ante 1848 (prima della promulgazione dello Statuto Albertino).
Un film diretto da Damiano Damiani, uscito nelle sale cinematografiche nel 1972, dal titolo “Girolimoni, il mostro di Roma”, descrive egregiamente le drammatiche conseguenze che genera solitamente la politica (in questo caso il governo di Mussolini) quando si intromette nello svolgimento delle indagini su fatti criminali. Una magistratura non indipendente dal potere esecutivo rischia, specie quando l’opinione pubblica fa pressione, di dover obbedire agli ordini dall’alto, commettendo così gravi errori giudiziari, oppure di essere costretta a rinunciare di indagare verso alcune direzioni ritenute “politicamente scomode”.
La Giustizia è lenta, lentissima, grazie a uffici senza personale, all’insufficienza numerica di giudici, di cancellieri e di sedi. La procedura civile di fatto è privatizzata, poiché affidata quasi esclusivamente nelle mani degli avvocati, mentre quella penale si regge sul principio per cui chi ha soldi ingaggia un buon legale, scampando alla prigione, mentre chi non ne ha finisce “al gabbio”.
La vera riforma dovrebbe essere quella che tutela in primis i cittadini, il popolo, non i soliti noti, ossia coloro che si ritengono così potenti da fare tutto quel che vogliono senza mai pagare dazio.


