Politica estera, la lezione della Dc

Malgrado la sinistra italiana, ieri quella comunista e oggi quella radicale ed estremista, abbia sempre e sistematicamente criminalizzato l’intera esperienza politica della Democrazia Cristiana, e con la Dc tutta la sua classe dirigente fatta di leader e statisti, si deve prendere atto che la politica estera di quel partito ancora oggi è un modello di saggezza, coerenza, buon senso e lungimiranza. Certo, fa tremare i polsi il solo pensiero che un domani potrebbero gestire la politica estera del nostro paese personaggi come Fratoianni, Bonelli, Conte o Ilaria Salis. Ma, fatta questa premessa per onestà intellettuale o anche solo per buon senso, credo che sia utile ricordare alcuni tasselli fondamentali che hanno caratterizzato la politica estera per quasi 50 anni nel nostro Paese e che hanno contribuito a segnare per molti anni ancora anche alcuni governi della seconda repubblica. Tasselli che hanno accompagnato il progetto politico di quel partito che, lo ripeto, è stato sistematicamente, ferocemente e violentemente contestato dalla sinistra comunista e post-comunista. E i tasselli sono sostanzialmente tre.

Innanzitutto, la piena adesione al progetto europeista. E questo non solo perché l’Europa è stata pensata, gestita e costruita da grandi leader e statisti democratici e cristiani. A cominciare da Alcide De Gasperi. Ma, semmai, perché il progetto di un’Europa politica, unita, federale e competitiva è l’unico ed autentico obiettivo per i paesi democratici e liberali del vecchio continente. Un obiettivo, questo, che ha visto nella Dc un protagonista assoluto sempre e strutturalmente contestato dalle sinistre riunite.

In secondo luogo, la fedeltà atlantica. Senza alcuna passività ma con piena e radicale convinzione. E la fedeltà atlantica, legata ad una piena ed altrettanta convinta adesione al progetto europeista, rappresentano i due elementi che sono riassumibili con quello che comunemente si chiama “Occidente”. E, su questo versante, proprio la Democrazia Cristiana è stato il partito baluardo che ha permesso al nostro paese di vivere per molti anni nella sicurezza e nel rispetto della legalità internazionale. Con una precisa scelta di campo nello scacchiere internazionale.

In terzo luogo, va pur detto, la politica estera italiana con la Democrazia Cristiana e con i governi che si sono susseguiti prima dell’avvento del naufragio populista dei 5 stelle, era governata e gestita da una classe dirigente autorevole, riconosciuta, rappresentativa e percepita e come tale. Un tassello, questo, che non è una variabile indipendente rispetto all’efficacia e all’efficienza di un governo. Anche perché senza autorevolezza politica della classe dirigente non si può costruire una politica estera seria e credibile.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la serietà e la credibilità di un governo è frutto e conseguenza della credibilità della sua politica estera. E, sotto questo profilo, la Dc e buona parte dei governi che sono seguiti a quelli democristiani, ha sempre individuato nella politica estera l’elemento decisivo e determinante per l’affidabilità e la lungimiranza politica dei vari esecutivi. Detto con altri termini, un governo è credibile, serio e riconosciuto nella misura in cui la sua politica estera è altrettanto lungimirante ed affidabile.

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, rileggere le costanti essenziali della politica estera della Dc significa anche, e soprattutto, rileggere l’identità politica, culturale e storica del nostro paese. A volte è tutto molto più semplice di quel che appare. Al di là e al di fuori dei detrattori storici ed incalliti della Dc e dei suoi alleati.

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