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Un diccì perbene e "fuori dal coro". Donat-Cattin a 35 anni dalla morte

Trattava con i padroni e i comunisti senza sudditanza e soggezione. Leader della sinistra sociale, ministro dell'autunno caldo, padre dello Statuto dei lavoratori, bestia nera della Fiat e dei salotti torinesi. Scomodo, ruvido, allergico all'ipocrisia - di Giorgio MERLO

È sempre difficile tracciare un ricordo politico, culturale e umano di un leader e di uno statista. Soprattutto quando quel leader e statista è stato anche il tuo “maestro” politico. Parlo di Carlo Donat-Cattin, scomparso 35 anni fa e che continua, attraverso il suo ricco e fecondo magistero, a essere un punto di riferimento per quei cattolici che cercano di praticare una politica popolare, socialmente avanzata e cristianamente ispirata. E questo non solo perché Donat-Cattin è stato uno dei principali leader – se non il più autorevole – della sinistra sociale di ispirazione cristiana, ma anche per una ragione più semplice: il cattolicesimo sociale continua a essere una cultura politica e un pensiero di straordinaria attualità anche nell’attuale fase politica del nostro Paese.

Ma, per tornare a Donat-Cattin, non possiamo non fare un’osservazione. Il suo modo di essere in politica, il suo comportamento concreto e, soprattutto, il suo progetto politico e culturale rappresentavano il miglior esempio per chi lo seguiva e ne condivideva l’iniziativa. In particolare per i giovani che frequentavano quel mondo. Quando si partecipava ai convegni di Forze Nuove, alle convention nazionali di Saint-Vincent, ai corsi di formazione, agli incontri del lunedì alle 12 in via Stampatori a Torino – che spesso si prolungavano fino alle 15 – o ai mille appuntamenti nei territori dove era presente il “Ministro”, si poteva solo imparare. Era una scuola continua e permanente: politica, culturale, sociale ed anche etica. Senza moralismi, senza arroganza e senza alcuna presunzione intellettuale, con Donat-Cattin si respirava la politica e una cultura politica ben definita.

Certo, era un leader dotato di uno straordinario carisma, forgiato nelle lotte sindacali, nella battaglia politica e nel confronto duro con amici e avversari sui problemi concreti che incidevano sulle condizioni di vita delle persone. Anche perché, come amava ripetere con le sue sferzanti battute, “in politica il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Un esempio che entusiasmava molti giovani cattolici che si riconoscevano nella tradizione e nella cultura del cattolicesimo sociale, ma che lo rendeva anche un interlocutore di prim’ordine dentro e fuori la Democrazia Cristiana.

Era, al tempo stesso, il democristiano più detestato e più contestato dalla sinistra comunista per una ragione precisa: era il democristiano – anomalo e atipico quanto si vuole, ma soprattutto “scomodo” – che contendeva ai comunisti la rappresentanza politica, culturale e sociale dei ceti popolari e, in particolare, dei lavoratori nelle fabbriche piccole, medie e grandi. Un ruolo, quello di Donat-Cattin nella Dc, necessario e indispensabile, anche se spesso al centro di polemiche. Non a caso Aldo Moro sottolineò più volte come “Donat-Cattin e la sinistra sociale di Forze Nuove siano fondamentali per conservare e rafforzare la natura popolare e sociale della Democrazia Cristiana”.

Era un uomo che detestava l’ipocrisia, il pressappochismo della classe dirigente, l’incertezza nelle scelte politiche e che combatteva a viso aperto ogni volta che la Dc rischiava di smarrire la propria identità. Le sue battute – frutto di riflessioni pungenti e profonde – nelle Direzioni e nei Consigli nazionali del partito sono destinate a restare nella storia. “Questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”, diceva con ironia tagliente riferendosi a quei dirigenti, spesso dell’area dorotea, che si limitavano a gestire il potere. Ma, com’è ovvio, era un interlocutore con cui bisognava fare i conti. Conti politici, naturalmente.

Ecco perché, quando si ricordano leader e statisti come Donat-Cattin, quando si rilegge il suo magistero pubblico e si ripercorrono le sue battaglie politiche e sociali, si arriva inevitabilmente a una conclusione: a quella vocazione e a quell’indole politica non possiamo rinunciare. Al di là dello scorrere del tempo e dei cambiamenti delle stagioni politiche. Perché uomini come Donat-Cattin hanno insegnato, con il loro esempio e il loro comportamento, come si declina la politica nella società e, soprattutto, come si comporta un cattolico sociale e popolare nel partito, nel governo e nella società. Ieri come oggi, quella lezione non tramonta.

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