Il parere di Irrera

Dicono che… negli ambienti finanziari milanesi e nelle stanze ovattate del potere subalpino più d’uno abbia sgranato gli occhi davanti a quella firma in calce al parere legale contro Luigi Lovaglio, l’amministratore delegato di Monte dei Paschi finito nel mirino del suo stesso cda dopo la candidatura in una lista alternativa. Quello di Maurizio Irrera, infatti, è un nome che riporta la memoria a una stagione recente in cui diritto e scelte di campo si sono intrecciati. Perché tra chi frequenta i corridoi che contano, il professore torinese non è ricordato solo per i suoi pareri, ma anche per il ruolo avuto quando sedeva da vicepresidente della Fondazione Crt, ai tempi della grande battaglia su Generali.

Era il 2022, e sul tavolo c’era il piano “Awakening the Lion”, il contro-progetto con cui Francesco Gaetano Caltagirone tentò la scalata ai vertici della compagnia del Leone di Trieste. Un piano ambizioso, costruito per alzare utili, dividendi e competitività, ma soprattutto per cambiare la guida del gruppo: Claudio Costamagna presidente e Luciano Cirinà amministratore delegato, in alternativa a Philippe Donnet. Una sfida frontale, che divise il capitalismo italiano. E proprio in quella partita la Fondazione Crt, forte dell’1,7% del capitale, scelse di schierarsi. Il vertice di allora – il presidente Giovanni Quaglia e i due vice Caterina Bima e appunto Irrera – si allineò a Caltagirone. Ma ciò che ancora oggi viene raccontato nei salotti torinesi non è tanto la scelta, quanto il modo.

Si votò prima ancora che i piani industriali fossero davvero messi a confronto. Prima che Cirinà potesse illustrare nel dettaglio la sua strategia e prima che Donnet avesse la possibilità di presentare compiutamente la propria. Un passaggio che molti, a distanza di tempo, continuano a definire più vicino a un atto di fede che a una decisione ponderata.

La seduta del cda della Fondazione è rimasta negli annali. Formalmente unanime, ma nella sostanza tutt’altro. Cinque voti favorevoli e due consiglieri – Antonello Monti e Anna Maria Di Mascio – che scelsero la via dell’uscita dalla stanza al momento dell’alzata di mano, pur di non partecipare al voto. Così passarono la linea Quaglia, i due vice Bima e Irrera, insieme a Marco Giovannini e Davide Canevesio. Poi, come noto, l’assemblea di aprile premiò la lista del cda uscente sostenuta da Mediobanca, confermando Donnet e mandando in soffitta “Awakening the Lion”. Caltagirone si defilò dalla gestione diretta e il Leone restò dov’era.

È per questo che oggi quella firma sul parere contro Lovaglio viene letta da molti con una lente diversa. Non solo come un passaggio tecnico-giuridico, ma come un segnale che riapre vecchi interrogativi: dove finisce il diritto e dove comincia la scelta di campo. Una domanda che, tra un corridoio e un bisbiglio, continua a circolare con ostinazione.

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