ALTA TENSIONE

Askatasuna vuoto costa 2,4 milioni:
a questo punto conviene abbatterlo

Oltre 120 agenti al giorno a presidiare il simulacro dell'antagonismo. Per il Siap è un fallimento scaricato su poliziotti e cittadini. E mentre il Comune traccheggia, resta solo un'alternativa: decidere subito o passare l'immobile al Demanio e farne un giardino

Un edificio vuoto, blindato giorno e notte da decine di agenti, mentre fuori – ciclicamente – si riaccende la piazza antagonista. Dentro non c’è più nessuno, ma attorno si muove un apparato che costa milioni. È la fotografia dell’ex Askatasuna oggi. Ed è anche, volendo, la metafora più fedele del modo in cui le istituzioni, a partire dal Comune guidato da Stefano Lo Russo, stanno gestendo la vicenda: lasciando che il tempo passi, mentre il conto cresce.

C’è un dato, prima ancora delle polemiche, che dovrebbe costringere a darsi una mossa: 2.386.200 euro. È il costo già sostenuto – a meno di cento giorni dallo sgombero – per presidiare l’ex centro sociale. Una cifra destinata a sfondare quota 2,8 milioni se si considerano straordinari, mezzi e logistica. Dentro ci stanno 11.640 giornate/uomo e 120 agenti al giorno sottratti al controllo del territorio.

J'accuse della Polizia

A mettere nero su bianco questo bollettino è il Siap, il sindacato di polizia, e soprattutto il suo segretario provinciale Pietro Di Lorenzo, che in un comunicato definisce senza giri di parole “fallimento gestionale amministrativo” l’attuale stallo e lancia un avvertimento tanto netto quanto politico: così non si può andare avanti.

Askatasuna non è mai stato solo un centro sociale: per anni è stato il cuore organizzativo dell’area antagonista torinese, crocevia di mobilitazioni, base logistica e simbolica di una galassia che va dal movimento No Tav alle reti più radicali. Una presenza tollerata, stratificata, mai davvero risolta. Fino allo sgombero del 18 dicembre 2025, quando lo Stato ha deciso di chiudere quella lunga stagione.

Dopo lo sgombero lo stallo

Ma lo sgombero, anziché chiudere la partita, l’ha riaperta su un altro piano. Due giorni dopo, il 20 dicembre, Torino si ritrova attraversata da un corteo che sfocia rapidamente nello scontro: tentativi di sfondamento, lanci di oggetti, cariche, agenti feriti. Non un episodio isolato, ma l’inizio di una sequenza. A Capodanno, durante la street parade, nuove tensioni; a gennaio 2026 altre mobilitazioni, con arrivi da tutta Italia e un livello di conflittualità che resta alto. Segno che l’area antagonista non solo non ha arretrato, ma ha scelto di giocare la partita sul terreno dello scontro permanente.

E qui si innesta il cortocircuito. Perché mentre la piazza alza il livello, lo Stato risponde con un presidio costante sull’immobile sgomberato. Una scelta comprensibile sul piano dell’ordine pubblico – evitare rioccupazioni, prevenire nuovi focolai – ma che, protratta nel tempo, si trasforma in un’anomalia. Centoventi agenti al giorno per difendere un edificio vuoto non sono solo un costo: sono una sottrazione sistematica di sicurezza al resto della città. È il motivo per cui il Siap usa parole che suonano come un atto d’accusa politico: “La Polizia di Stato non è un servizio di portierato per immobili contesi”.

L'immobile passi al Demanio

Il punto, inevitabilmente, torna a Palazzo Civico. Perché se la gestione dell’ordine pubblico spetta allo Stato, la destinazione dell’immobile e i tempi della sua trasformazione sono in capo al Comune. E qui emerge l’inerzia. Bandi, progetti di riqualificazione, procedure amministrative: tutto formalmente in movimento, nulla concretamente avviato. Nel frattempo, però, il presidio resta, i costi salgono e la tensione non si spegne.

È su questo terreno che il Siap affonda il colpo, spingendosi fino a una proposta estrema ma indicativa del livello raggiunto dalla frustrazione: se il Comune non è in grado di intervenire rapidamente, si proceda con la confisca dell’immobile da parte del Demanio e l’abbattimento controllato. Meglio – sostengono – un’area verde o uno spazio aperto che “un simbolo di illegalità che continua a drenare risorse pubbliche. Parole che, al di là della fattibilità, fotografano un dato politico: la fiducia nella capacità decisionale dell’amministrazione è ai minimi. E così, mentre si discute di bandi e riqualificazioni, il tempo passa e il contatore gira. Sempre più veloce. Sempre più caro. Sempre a carico dei torinesi.

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