Shock referendario

Il referendum sulla riforma di alcuni articoli della Costituzione riguardanti il potere giudiziario ha scatenato un duro scontro politico, come sempre accade quando si tocca la Carta fondamentale. I leader delle maggiori forze politiche sono scesi in campo, dividendosi tra il SI e il NO. La stessa Premier si è esposta mediaticamente tra talk show, appelli al voto e un inatteso confronto nel podcast del noto rapper Fedez.

Nelle ultime ore di campagna elettorale, la Presidente del Consiglio ha giocato tutte le sue carte mostrandosi, tuttavia, poco sensibile alle regole della par condicio. Tra l’intervista a “5 minuti” con Bruno Vespa e il monologo con Mentana su La7, ha sfruttato gli ultimi minuti a ridosso del silenzio elettorale nel tentativo di spingere gli elettori indecisi verso il SI. Un’offensiva che ha dato la misura di quanto l’esecutivo puntasse sull’esito del voto per completare il proprio disegno di stravolgimento delle norme costituzionali.

L’occasione ha consentito alle forze della maggioranza parlamentare di rispolverare anche il vecchio spauracchio del comunismo (della serie “proviamole tutte pur di vincere”). Secondo la narrativa del Centrodestra, i giudici sarebbero tutti “comunisti” (o quasi tutti), così come lo sarebbero gli avvocati schierati per il NO e i professori universitari contrari alla “cosiddetta” riforma della Giustizia, oggi sconfitta dalle urne.

Il fronte del SI non ha esitato a strumentalizzare persino le vicende di cronaca nera, citando casi mediatici come il drammatico omicidio di Garlasco, o la triste vicenda Tortora (quest’ultima rinfocolata da una serie TV uscita, guarda caso, nel mese di febbraio). Secondo la propaganda governativa, i magistrati sbagliano senza mai pagare dazio: affermazioni pesanti, rese dai vertici dello Stato e da figure apicali del Ministero della Giustizia, alcuni delle quali — come Delmastro e Bartolozzi — oggetto di inchieste da parte delle Procure della Repubblica.

La campagna a favore di SI è stata caratterizzate da una lunga serie di dichiarazioni inopportune, foriere di un forte imbarazzo istituzionale, nonché di situazioni piuttosto bizzarre all’interno del Ministero della Giustizia: stravaganti al punto di raggiungere il paradosso dei paradossi. Una riforma redatta da chi afferma pubblicamente di non amare la magistratura genera, paradossalmente, una situazione assimilabile a quella di un tifoso del Napoli incaricato di rimettere a nuovo, e rilanciare, la Juventus: il risultato facilmente prevedibile sarebbe, in questo curioso caso, la svendita dei campioni bianco/neri, l’azzeramento della squadra e la retrocessione in Serie B.

Secondo l'esecutivo, le colpe imperdonabili delle toghe consisterebbero nel rilascio di antagonisti arrestati in piazza (da incarcerare senza neppure appurare le responsabilità soggettive), nel blocco del trasferimento dei migranti in Albania e nel colpire gli "innocenti" del ceto medio-alto: professionisti e industriali. Una visione della giustizia costruita sullo scontro di classe, in cui i settori più deboli della società hanno comunque la peggio.

In sintesi, la Destra ha dichiarato in ogni occasione utile di non fidarsi della magistratura, pur restando l’area politica più incline a chiedere l'inasprimento delle pene per i reati minori, e ad evocare il ritorno della pena di morte in Italia. Un garantismo bislacco: i giudici sembrano dare fastidio al Centrodestra solo quando indagano i "piani alti", mentre tornano a essere applauditi quando colpiscono poveri diavoli o militanti dei collettivi.

In tutta la campagna elettorale del referendum si è agitato lo spettro dei “giudici di Sinistra”, rimarcando sostanzialmente l’invadenza, in campo politico, delle toghe che (secondo la maggioranza di governo) intervengono sui reati finanziari, politici e ambientali. Si è voluta consegnare ai cittadini la fotografia di una magistratura orientata politicamente in una sola direzione: immagine molto lontana dalla realtà. È noto come le organizzazioni giovanili di Destra (ex missine) siano da sempre molto radicare nelle facoltà di Giurisprudenza: è dunque improbabile che solo gli sparuti militanti di Sinistra scelgano la carriera giudiziaria, mentre tutti gli altri si diano alla professione forense.  

La storia del nostro Paese conta decine di processi che hanno visto l’assoluzione di terroristi neri e stragisti, gli esecutori materiali della strategia della tensione (i cui mandanti sono tutt’ora impuniti). Allo stesso modo, è raro vedere un "big" della politica o della finanza scontare una pena detentiva: prescrizioni e abili avvocati evitano quasi sempre il peggio a chi possiede redditi alti e spregiudicatezza.

Un nutrito gruppo di magistrati di Destra ha quindi garantito per decenni l’impunità delle primule nere dell’eversione italiana, oltre aver assolto chi ha avvelenato intere comunità con l’eternit (o con altre azioni criminali attuate per massificare i profitti a spese della società), oppure la giustizia negata è il prezzo pagato dalla comunità per le carenze strutturali sia del sistema giudiziario che del comparto investigativo delle forze di polizia.

Il Ministro Nordio, in primis, dovrebbe prestare ascolto al popolo, che ha ben chiaro quali siano i reali problemi della Giustizia: carenza di organici, leggi inadeguate, strutture vetuste, privatizzazione di fatto del rapporto cittadini-processo, insufficienze investigative. Il controllo politico sulla magistratura, evidentemente, non è una priorità dei cittadini, i quali (a scapito delle direttive impartite da Centrodestra, Azione, Italia Viva, Europa +, Popolari, Centristi del PD) si sono svincolati dai partiti per ribadire il loro NO!

I cittadini vigilano sulla loro Costituzione e puniscono, regolarmente, chi la manomette per assoggettarla al proprio disegno di potere: la vera garanzia a tutela della nostra Democrazia.

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