Stellantis, sorrisi di facciata: dipendenti solo più in foto
12:03 Venerdì 27 Marzo 2026La Palazzina degli uffici si rifà il trucco. I volti sui ponteggi e la narrazione aziendale parla di "comunità". Ma sotto il telone resta il vuoto: reparti svuotati, linee ferme, migliaia di uscite. E Mirafiori rischia di diventare il più elegante cimitero industriale
C’è qualcosa di profondamente stonato, quasi surreale, nell’ultima trovata comunicativa di Stellantis a Mirafiori. Una gigantesca affissione “partecipata”, volti sorridenti, slogan inclusivi – “Ogni brand. Ogni volto. Ogni sfida. Insieme” – mentre alle spalle si allunga l’ombra lunga di un progressivo disimpegno industriale che a Torino non ha più bisogno di essere dimostrato: basta guardarsi intorno.
Perché sì, Mirafiori “si racconta attraverso le sue persone”. Ma quali? Quelle rimaste, sempre meno. Quelle che hanno accettato di “metterci la faccia” su un ponteggio che copre la Palazzina Uffici mentre sotto quel ponteggio si nasconde una verità molto meno fotogenica: decenni di ridimensionamento, uscite, cassa integrazione, reparti svuotati.
Più che una narrazione corale, sembra il tentativo – nemmeno troppo raffinato – di trasformare un cimitero industriale in un album di famiglia. E il paradosso è tutto qui: non basterebbe l’intera facciata della Palazzina, né tutto il perimetro di Mirafiori, per affiggere i volti di chi anche solo negli ultimi trent’anni è uscito da quei cancelli. Altro che storytelling partecipato.
La facciata e il vuoto dietro
Il progetto è raccontato come un’operazione di ascolto, identità condivisa, legame tra persone e luoghi. Survey interne, raccolta di fotografie, coinvolgimento dei dipendenti. Tutto perfetto, tutto molto tranquilizzante. Ma mentre la comunicazione si riempie la bocca di “comunità aziendale”, la realtà industriale racconta altro: una progressiva ritirata, pezzo dopo pezzo, produzione dopo produzione.
E allora quelle facce stampate alte decine di metri rischiano di assumere un significato opposto a quello dichiarato: non più simbolo di appartenenza, ma epitaffi. Lapidi visive su una storia ultrasecolare che si sta lentamente svuotando.
Il maquillage dell’eredità Agnelli
Il restyling della Palazzina – 61 mila metri quadrati, cinque piani, oltre duecento metri di fronte su corso Giovanni Agnelli – è tecnicamente ineccepibile. Pietra bianca di Finale, monumentalità razionalista, frangisole reinterpretati, 1.670 nuove finestre, logge verdi che “portano dentro” la città. All’interno, l’atrio diventa una piazza, tra marmi, vetro di Murano e legno massello. All’esterno, pannelli fotovoltaici, edificio a energia positiva, colonnine elettriche, parcheggi.
Tutto parla di futuro. Ma è un futuro che sembra più immobiliare che industriale. Perché la vera domanda resta sospesa: che cosa succede fuori da quelle finestre nuove? La risposta, ancora una volta, rimanda alle scelte di John Elkann e della dinastia Agnelli: conservare il simbolo, alleggerire la sostanza. Tenere in piedi la scenografia, mentre il cuore produttivo si riduce o si sposta. Come gli interessi e i capitali.
La città che guarda (e ricorda)
Torino, che di quella fabbrica è stata figlia e specchio, osserva. E ricorda. Ricorda quando Mirafiori non aveva bisogno di slogan per raccontarsi, perché bastava il rumore continuo delle linee, il via vai dei turni, la densità operaia che faceva vivere interi quartieri. Ricorda anche le fasi più recenti: piani industriali annunciati e ridimensionati, promesse di rilancio, nuovi modelli arrivati a singhiozzo. E, soprattutto, ricorda chi non c’è più.
Oggi invece si celebra la “piazza interna”, la caffetteria, i servizi, la connessione tra fabbrica e città. Tutto giusto, tutto contemporaneo. Ma con un retrogusto amaro: quello di un luogo che si prepara più a essere attraversato che abitato.
“La storia non si cancella, si evolve”, recita il mantra aziendale. Vero. Ma evoluzione non significa necessariamente sottrazione. Quando l’evoluzione coincide con la riduzione del lavoro, con lo svuotamento produttivo, con la trasformazione di un sito industriale in contenitore simbolico, allora la narrazione rischia di diventare retorica. E quelle immagini – volti, sorrisi, partecipazione – finiscono per somigliare più a un’operazione di marketing che a un autentico racconto collettivo.
Più che un rilancio, un commiato
Alla fine, la sensazione è che questa gigantesca affissione non sia l’inizio di una nuova stagione, ma il tentativo di addolcire una transizione già in atto. Un modo per dire: guardate le persone, non fate troppe domande sul resto. Ma il resto, a Torino, lo vedono tutti. E allora quelle facce appese sulla Palazzina Uffici rischiano di restare lì come in un memoriale: non il simbolo di un’identità ritrovata, ma il ricordo – sempre più sbiadito – di ciò che Mirafiori è stata davvero.


