I FORCHETTONI

Chiorino non si smarca da Delmastro, imbarazzo nel centrodestra, gabinetto di crisi da Cirio

Davanti al bombardamento delle opposizioni l'ex vicepresidente terrà la linea finora sostenuta: una "leggerezza". Una difesa giudicata però troppo debole da alleati e dal governatore che suggerisce una netta presa di distanza. Le contromosse sugli scheletri negli armadi

“Che Dio ce la mandi buona”. Questo è l’umore che ha accompagnato l’ingresso degli assessori al 43esimo piano del grattacielo Piemonte. Alla vigilia del Consiglio, Alberto Cirio chiama a raccolta la giunta per mettere a punto la linea da tenere di fronte al fuoco delle opposizioni sull’ex vicepresidente, rimasta assessore, Elena Chiorino. Missione complicata: la sensazione condivisa è che la toppa messa finora non sia sufficiente. Il punto è uno solo, e gira in tutte le teste: le dimissioni dalla sola carica di numero due del governo regionale difficilmente basteranno. Non reggeranno all’urto di un’opposizione che non si limiterà all’aula di Palazzo Lascaris. Fuori è già pronto il contorno: sit-in, mobilitazione, perfino una raccolta firme da portare in giro per il Piemonte. Dentro, invece, si annuncia il solito tiro al piccione.

L’imbarazzo è palpabile. Il caso della partecipazione nella società del ristorante romano sulla Tuscolana “Bisteccheria d’Italia”, finito nel mirino per i legami con un prestanome del clan Senese, è la classica grana che è difficile derubricare a “leggerezza”. E infatti è proprio su quella parola che, nel vertice, si consuma il primo cortocircuito.

La linea (che non passa)

Cirio la butta lì, senza troppi giri di parole: serve una vera exit strategy: prendere le distanze da Andrea Delmastro. Non più schermarsi dietro l’errore, un inciampo dettato da ingenuità e superficialità, ma raccontare un’altra verità, politicamente più utile e, forse, più vicina alla verità: l’ingresso di Chiorino nella “Le 5 Forchette” è avvenuta su richiesta del capo politico, il mentore, quello che le ha costruito e assicurato la carriera. Scaricare su Delmastro il peso dell’operazione, alleggerire la posizione della ex vicepresidente e togliere ossigeno alle opposizioni. Una mossa brutale, ma efficace. Peccato che la diretta interessata non voglia saperne.

Il nodo Delmastro

Ed è qui che la linea si incarta. Perché senza quello strappo: la difesa resta fragile, la narrazione non tiene e soprattutto gli alleati non si espongono più di tanto. La cautela è massima. Non per disaffezione, ma per timore. Le inchieste in corso sono una variabile impazzita e nessuno è disposto a mettere la mano sul fuoco che non emerga altro. Se succedesse, le posizioni di Delmastro, della stessa Chiorino e anche del consigliere Davide Zappalà potrebbero diventare molto più scomode.

A peggiorare il quadro, la questione delle quote non dichiarate, come da obbligo per tutti gli eletti. La versione fornita dalla Chiorino – “il commercialista mi ha detto che senza utili non serviva dichiararle” – viene accolta con più di un sopracciglio alzato. Non convince, e soprattutto non aiuta.

Compatti fuori, perplessi dentro

La decisione operativa è presa: domani la maggioranza si presenterà compatta. Tutti sui banchi del governo, nessuna defezione, immagine granitica. Ma è una compattezza più scenografica che sostanziale. Perché nei corridoi la domanda resta: basterà? E la risposta, sussurrata, è quasi sempre la stessa.

Se l’assalto dovesse degenerare, è pronta la contromossa: rinfacciare la solita doppia morale. Sbattere sul muso delle opposizioni i loro casi – dal Comune di Torino (un paio di assessori di Stefano Lo Russo) allo stesso Consiglio regionale (Alberto Unia del M5s indagato per truffa allo Stato e consiglieri regionali delPd nella precedente legislatura) – è l'ultima arma che verrà usata se la situazione dovesse degenerare ed esasperare i toni. “Non abbiamo fatto gli aguzzini – rivendica un assessore a fine riunione –. Ci aspettiamo lo stesso trattamento”. È la linea del garantismo a giorni alterni, pronta a essere estratta se la situazione dovesse precipitare.

Il problema politico

Cirio prova a tenere il punto: niente rissa, niente tribunali politici. “Non spetta a noi decidere le colpe”. Ma sa benissimo che il problema non è giudiziario, è politico. E qui torna il tema che nessuno dice apertamente ma tutti hanno in testa: lo stile. Quello di Chiorino, esibito in questi sette anni tra muscoli, numeri esibiti e coperture garantite da Delmastro. Un modo di stare al potere che finché funziona cementa, ma quando si inceppa presenta il conto. “Ah, se solo Elena avesse un decimo dell’empatia di Alberto”, sospira un collega uscendo.

Domani l’aula dirà molto, ma non tutto. Perché il passaggio vero si sta già consumando altrove, dentro una maggioranza che si prepara a difendere una posizione che in molti, tra i suoi stessi ranghi, considerano ormai difficilmente sostenibile così com’è.

La scelta di restare sulla linea minima – dimissioni parziali, nessuna presa di distanza netta, difesa prudente – tiene formalmente insieme la giunta, ma non scioglie il nodo politico. E infatti, al netto della compattezza che verrà esibita in aula, resta aperta una domanda a cui nessuno, oggi, è in grado di rispondere: quanto potrà reggere questa linea, se la pressione dovesse salire ancora.

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