Bistecche indigeste e voto allungato. Il centrodestra prova a cambiare menù
Stefano Rizzi 07:00 Martedì 31 Marzo 2026L'affaire Delmastro con dimissioni a cascata segna il post-referendum del Governo Meloni. La premier sposta a ottobre 2027 il voto per battere ogni record. Lega in modalità "umarel" osserva e non interviene. Dal Piemonte l'ultima scossa con le dimissioni di Chiorino
Anche i riferimenti gastronomici, di cui la politica italiana vanta una lunga tradizione, danno la misura della temperatura nel centrodestra. Dalle dolci crostate a suggello dell’omonimo – e poi effimero – patto per salvare la Bicamerale nel ’97, ai coevi vellutati risotti cucinati a favor di telecamere per ammorbidire la spigolosa immagine dell’allora lider Maximo, oggi si è finiti nelle sfrigolanti bistecche dell’affaire Delmastro.
La brace, neppure sotto la cenere, scotta e ha già fatto ustionati nella compagine di governo e nelle dependance ministeriali: fuori l’ormai ex sottosegretario alla Giustizia, fuori il capo di gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi, fuori – seppure dopo ventiquattr’ore dall’avviso di sfratto arrivato da Palazzo Chigi – la pitonessa ministra del Turismo, Daniela Santanchè.
Fuori pure l’ex vicepresidente della Regione Piemonte che ha rinunciato anche alle deleghe da assessore rimastele, Elena Chiorino, di cui si perde il conto delle fotografie insieme al suo pigmalione politico e conterraneo – soprattutto socio nella bisteccheria romana – che dà il nome al caso più imbarazzante (finora) per il governo di Giorgia Meloni. Oggi, in Consiglio regionale, erano attese le sue spiegazioni: sono arrivate prima le dimissioni.
Quelle di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato di Forza Italia sono giunte praticamente in contemporanea con l’elezione di Stefania Craxi al suo posto, con il timbro della casa del padre e la firma della figlia, Marina. E c’è chi prevede che non sia finita qui.
Salvini non mette becco
Come per le bistecche, anche nella coalizione di governo le cotture sono diverse, e diversi i gusti. Nella Lega, il cui segretario ha riunito ieri lo stato maggiore nella storica ed emblematica sede di via Bellerio, la linea sulle vicende politico-giudiziarie – e ancor più sulle dimissioni spontanee – è quella dell’umarel: braccia dietro la schiena, a guardare il cantiere e commentare sottovoce.
Lo stesso vertice di ieri, oltre a rinserrare le fila per l’appuntamento del 18 aprile in piazza Duomo a Milano – per cavalcare nuovamente i temi della libertà e dell’identità riesumando una frase di Umberto Bossi, “Senza paura, padroni a casa nostra anche in Europa” – non ha tradito lo schema sulle vicende di governo: “Nessuna richiesta di rimpasto, le dimissioni sono scelte della Meloni e noi non mettiamo becco”, riassume chi c’era.
Si segue, quasi dalla tribuna, il nuovo schema di gioco che la premier intende applicare da qui in avanti fino alle urne, con, tra le tante, l’incognita di una finanziaria che potrebbe essere lacrime e sangue a ridosso del voto.
Stabilicum per Giorgia
Posizione chiara, anche se segnata da un’evoluzione rispetto ai dati di partenza, sulla legge elettorale: per Salvini lo Stabilicum è ciò che serve per vincere ed evitare il pareggio. Versione ufficiale: “Non è una priorità della Lega, ma è stato raggiunto un accordo e si andrà avanti anche su quello”.
Magari non converrà troppo ai fini dei risultati del partito, ma è pur sempre una garanzia in più rispetto a un campo largo ringalluzzito e meno diviso dopo la vittoria al referendum. I margini di incertezza restano per tutto il centrodestra che – ordine di Giorgia – si prepara ad andare al voto non nella primavera del 2027, bensì nell’autunno, allungando la durata verso il record come fosse un salto in lungo e non nel vuoto, com’è capitato con la riforma della giustizia.
Nei propositi del leader della Lega c’è quello di dare l’immagine di un partito che si occupa principalmente di “temi economici e di sicurezza, più che di rimpasti o cose del genere”, tant’è che in una nota esprime “piena fiducia in Giorgia Meloni e in tutta la squadra di governo”, ribadendo che “la Lega è e sarà sempre leale e responsabile”.
Il cas(in)o Piemonte
Non siamo alla melassa, ma ci si avvicina dalle parti di Forza Italia, dove la ministra delle Riforme Elisabetta Casellati lancia segnali all’algido costituzionalista dem Andrea Giorgis, in un post-referendum ancora tutto da scrivere.
Ed è proprio al Piemonte che tocca guardare da ieri, quando si è scritta la parola fine al percorso nell’esecutivo di Alberto Cirio della Chiorino, percorso incominciato, proseguito e appunto concluso sotto lo sguardo luciferino dell’ex sottosegretario. La soluzione di un suo parziale passo indietro, con la perdita del ruolo di vicepresidente, era sembrata subito a molti una ribollita. Piatto cui non s’attagliano né coltelli (fratelli) né forchette. Roba da bistecche: al sangue o, talvolta, bruciacchiate.


