La vittoria del "No" non basta: governo ferito, ma opposizione senza leader
13:36 Martedì 31 Marzo 2026La bocciatura della riforma si traduce per il 41% degli italiani in una sconfitta diretta per la premier, ma senza produrre un vero vincitore nel campo opposto, dove il 30% non sa chi premiare. Intanto nelle intenzioni di voto FdI resta al 29,5% e il Pd sale al 22%
Il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, bocciato dagli elettori, non ha prodotto un terremoto immediato, ma ha lasciato sul terreno una sensazione diffusa: qualcosa si è incrinato, soprattutto dentro il campo della maggioranza. A una settimana dal voto, l’opinione pubblica fotografata da Swg presenta una fase fluida, dove la politica sembra cercare un riassetto ma senza aver ancora trovato una direzione condivisa.
Il dato più netto riguarda la lettura della sconfitta. Per il 41% degli italiani il fallimento del “Sì” è prima di tutto una sconfitta della premier Giorgia Meloni. Una quota rilevante, che però si frammenta quando si entra nel dettaglio degli elettori favorevoli alla riforma: tra questi, cresce il peso attribuito al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, indicato come principale sconfitto dal 28%, contro il 19% che continua a indicare la presidente del Consiglio. Più indietro i partiti: Fratelli d’Italia al 9%, Forza Italia al 3%, mentre un 13% indica “altri” e un 22% non sa rispondere.

Non c’è invece un vincitore chiaro dall’altra parte. Tra chi ha votato “No”, il campo progressista non capitalizza in modo netto: il Partito Democratico viene indicato dal 20%, Elly Schlein dal 24%, Giuseppe Conte dal 5% e il Movimento 5 Stelle dall’11%. Un altro 10% guarda ad “altri”, ma il dato più significativo è il 30% che non sa individuare alcun vincitore. Segno che la vittoria referendaria non si è trasformata automaticamente in leadership politica.

Maggioranza sotto pressione
Dentro il centrodestra prevale una linea di continuità, ma con crepe evidenti. Il 56% degli elettori della coalizione chiede di proseguire nell’azione di governo senza cambiamenti, ma quasi un quarto (24%) invoca un rimpasto con la sostituzione di alcuni ministri. Un ulteriore 12% chiede di chiarire i rapporti interni alla maggioranza, mentre il 6% arriva a chiedere le dimissioni del governo.
Il dato politico è tutto qui: la linea ufficiale è la stabilità, ma una minoranza significativa spinge per interventi correttivi. E infatti il tema delle dimissioni diventa centrale. Le richieste di lasciare l’incarico per alcuni esponenti – Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi – trovano un consenso larghissimo: l’82%, il 78% e il 76% degli italiani ritiene giusta la richiesta di dimissioni. Anche tra gli elettori di centrodestra il consenso resta alto: rispettivamente 85%, 77% e 74%.
Ma il dettaglio più interessante è un altro: molti ritengono che quelle dimissioni sarebbero dovute arrivare prima del referendum. Il “sì, ma prima” raccoglie il 31% per Santanchè e il 37% per Delmastro e Bartolozzi, mentre il “sì” pieno si ferma al 51%, 41% e 39%. Segno che il problema non è solo la scelta, ma il timing politico.

Un centrosinistra in cerca di sé
Se il centrodestra deve gestire le conseguenze della sconfitta, il centrosinistra non appare pronto a capitalizzare. Tra i suoi elettori emerge però una richiesta chiarissima: il 68% chiede di compattarsi, costruire un programma comune e scegliere una leadership unitaria. Solo il 21% preferisce lasciare i partiti liberi e verificare eventuali alleanze a ridosso delle elezioni, mentre l’11% non sa. È il segnale di un campo che ha vinto una battaglia ma non ha ancora un comando riconosciuto. La vittoria del “No” non ha prodotto un leader, ma ha rafforzato l’aspettativa che qualcuno emerga.

Coesione bipartisan
Il filo rosso che attraversa tutto il quadro è uno solo: la domanda di unità. Nel post-referendum gli elettori, di entrambi gli schieramenti, chiedono maggiore coesione per affrontare le prossime elezioni. Non c’è voglia di avventure, né di rotture traumatiche. Piuttosto, una richiesta di chiarezza, leadership e disciplina interna. Un segnale che riguarda tanto la maggioranza, chiamata a gestire tensioni e sostituzioni, quanto l’opposizione, che deve trasformare una vittoria episodica in progetto politico.
Intenzioni di voto: equilibrio instabile
Se si guarda alle intenzioni elettorali, il quadro resta sostanzialmente stabile, ma con movimenti che raccontano una competizione ancora aperta.
Fratelli d’Italia si conferma primo partito con il 29,5%, stabile rispetto alla settimana precedente. Il Partito Democratico sale al 22% (+0,5), consolidando il secondo posto. Il Movimento 5 Stelle è al 12,3% (+0,1), mentre Forza Italia scende al 7,9% (-0,2). La Lega è al 6,6% (stabile) e Alleanza Verdi-Sinistra anch’essa al 6,6%.
Nel campo centrista e tra le forze minori: Azione al 3,4% (=), Futuro Nazionale al 3,3% (=), Italia Viva al 2,3% (-0,2), +Europa all’1,4% (=), Noi Moderati all’1,1% (-0,1), mentre gli altri partiti complessivamente valgono il 3,6% (-0,2). Colpisce soprattutto un altro dato: il 29% degli intervistati non esprime alcuna intenzione di voto. Un blocco enorme, che da solo vale quasi quanto il primo partito.
Guardando alla dinamica rispetto alle Europee 2024, FdI cresce (dal 28,8% al 29,5%), il Pd arretra leggermente rispetto al 24,1% di allora ma recupera nelle ultime settimane, il M5s passa dal 10% al 12,3%, mentre FI cala dal 9,6% al 7,9% e la Lega resta sostanzialmente stabile (6,7% → 6,6%).

Una partita aperta
Il quadro che emerge è quello di una politica sospesa. Il referendum ha colpito la leadership della maggioranza ma non ha incoronato l’opposizione. Gli elettori chiedono ordine, non rivoluzioni. E i numeri delle intenzioni di voto raccontano una competizione ancora congelata, con margini di movimento ma senza scosse decisive. In mezzo, quel 29% che non si esprime: il vero ago della bilancia di una partita che, più che conclusa, sembra appena cominciata.


