Domande al campo largo
Claudio Chiarle 06:00 Mercoledì 01 Aprile 2026
Nel “campo largo” l’entusiasmo è alle stelle dopo la “schiacciante” vittoria del No al referendum costituzionale. Non riesco a capirne il perché. Davvero la sinistra e i Cinque Stelle (che non sono di sinistra) pensano che si sia levato il vento del cambiamento? Che sia imminente un ribaltamento degli equilibri, magari fino a elezioni anticipate?
Al di là degli “strilloni” dei titoli giornalistici e dei talk show, c’è la realtà: Fratelli d’Italia perde qualcosa, ma il centrodestra resta maggioranza. Litigiosa, certo, ma pur sempre una maggioranza che governa. Anche se non piace.
Faccio due constatazioni. La prima: al referendum non si vota come alle politiche; si compiono scelte anche al di fuori dell’appartenenza partitica o dell’orientamento politico. La seconda, fondamentale: la Presidente del Consiglio fa cadere teste importanti subito dopo il risultato del voto. La domanda che il “campo largo” dovrebbe porsi è: con le dimissioni chieste a membri del governo, Giorgia Meloni si sta indebolendo o si sta rafforzando?
Invece si perde tempo a chiedersi cosa avrebbe fatto se avesse vinto il Sì. Domanda inutile: non è successo. Con le epurazioni – e presumibilmente ne vedremo altre – la presidente del Consiglio si rafforza, perché ha dimostrato di saper reagire subito a una sconfitta con decisioni rapide. Se poi, come si mormora, sostituirà Urso con Zaia, compirà un’operazione di forte compattamento con il Triveneto imprenditoriale e con il Nord nel suo complesso. I dissensi attuali con Confindustria sono schermaglie. E se dovesse uscire anche Nordio, il capolavoro sarebbe completo.
Questo è il vero punto della questione. In parallelo, anche in Forza Italia si profila un cambiamento significativo: si tenta di superare un’immagine romano-centrica e un po’ nostalgica, incarnata da Gasparri. Probabilmente toccherà anche al consuocero di Tajani, e forse non solo. Una Forza Italia più liberale, più attenta ai diritti civili – anche se influenzata da Marina e Pier Silvio – potrebbe recuperare consensi al centro, proprio dove il “campo largo” fatica a stare.
Aggiungo che, senza essere giustizialisti, le dimissioni a destra sono giuste anche in assenza di condanna: la questione morale ha un limite etico che arriva ben prima dell’aula di tribunale. E Delmastro, Santanchè, Bartolozzi e Chiorino quel limite lo avevano ampiamente superato. Se poi Meloni proseguirà nella “pulizia”, sarà un problema interno alla maggioranza, ma le darà ulteriore forza.
Se il “campo largo” non comprende che, dopo una flessione fisiologica, il centrodestra recupererà consenso, è destinato a una sconfitta che nel 2027 appare già probabile e rischia di diventare definitiva.
Che fare? Per prima cosa, non si può lasciare alla destra e all’Anm il confronto sulla riforma della magistratura che, al di là della vittoria del No, ha mostrato un Paese spaccato insieme alla stessa magistratura. Serve quindi una proposta autonoma e credibile.
Il “campo largo” deve poi diventare un vero centrosinistra: oggi è definito così perché il centro non c’è e i Cinque Stelle non sono di sinistra. Ed è questa la parte più difficile. Perché se a destra si agita il “pericolo fascista”, a sinistra – basta scorrere i social – emerge una realtà intrisa di settarismo e rigurgiti ideologici ostili all’area riformista.
Se Elly Schlein non affronta questo nodo, non si va da nessuna parte. L’idea che, una volta concluso il dibattito, si segua automaticamente la linea del partito vale solo se il segretario o la segretaria possiede l’autorevolezza necessaria a farsi seguire anche dai dissidenti. Non si governa con i diktat, né con i soli voti di maggioranza, ma con credibilità e autorevolezza del gruppo dirigente.
E questa, all’attuale Pd – che non è più quello di via delle Botteghe Oscure – non viene riconosciuta. Imporre la linea e invitare costantemente chi dissente a farsi da parte è segno di debolezza. Un’altra debolezza è il continuo richiamo al “testardamente unitari”, quando è evidente – e i sondaggi lo confermano – che l’attuale dirigenza rischierebbe di consegnare a Giuseppe Conte la guida del “campo largo” in caso di primarie.
Conte percepisce perfettamente la fragilità di Schlein e sembra ispirarsi alla strategia di Craxi, che con circa il 10% dei voti riusciva a esprimere il Presidente del Consiglio con una Dc al 33%. Non è un caso che, dopo le dichiarazioni a caldo della “liceale” Elly, i “saggi” del centrosinistra – inclusi ex democristiani – le abbiano suggerito maggiore cautela. E infatti, una settimana dopo, è arrivata la frenata. Ingenuità o incompetenza? In ogni caso, non trasmette autorevolezza.
Serve un programma che non si limiti ai punti di convergenza minima. Servono scelte chiare sui nodi essenziali di governo: politica estera ed economia. Domande nette, risposte nette: sull’Ucraina, si è disposti a sostenerla anche con l’invio di armi? Si condanna Putin e il carattere repressivo del regime russo, così come quello iraniano? Si condanna Hamas?
E ancora: se giustamente si distingue tra governo israeliano e popolazione, perché non si riconosce che Russia e Iran sono dittature aggressive ed esportatrici di instabilità? E perché su Trump si mantiene una distanza che non è altrettanto esplicita verso altri leader autoritari?
In Europa bisogna dire chiaramente che si è per l’Unione Europea “senza se e senza ma”, sostenendo il superamento dell’unanimità e, se necessario, un’Europa a più velocità, come già avvenuto con l’euro. Perché se il modello resta quello di Sánchez – che dal 2023 non riesce ad approvare il bilancio – la partita è già persa.
Sull’economia occorre lavorare con l’Europa sulle agende di Letta e Draghi, costruire una politica industriale non punitiva ma assertiva verso imprese e capitale, intervenire su sanità, sicurezza e lavoro giovanile. Basta slogan sul salario minimo: serve una legge sulla rappresentanza e rappresentatività che elimini i contratti pirata, garantisca rinnovi contrattuali e rafforzi il ruolo delle parti sociali — imprese e sindacati. Una proposta esiste, presentata dalla senatrice Annamaria Furlan: il “campo largo” intende sostenerla?
Occorre dire un chiaro Sì al nucleare, non in contrapposizione alle rinnovabili ma come complemento per abbandonare il fossile e ridurre i costi energetici. Dire Sì a una transizione tecnologica dell’automotive che non sia punitiva per i lavoratori. Dire Sì a una difesa europea, che passa dal rafforzamento delle alleanze industriali. Altrimenti questo “campo largo” continuerà a fare un’opposizione magari appassionante, ma destinata a non governare. Per essere una forza di governo credibile serve il coraggio di uscire dagli estremismi, dal settarismo e dai populismi.
E infine, resta una domanda: cosa ne pensa il vero leader del “campo largo”, Maurizio Landini? Il fatto che abbia spostato il congresso della Cgil a dopo le elezioni politiche del 2027 per “non candidarsi” è stato salutato come un gesto di responsabilità. Ma viene il dubbio: se non fosse più segretario della Cgil, come potrebbe aspirare a guidare e gestire il “campo largo”?


