Collegi addio, scranni in bilico: Stabilicum inguaia il Piemonte
Davide Depascale 11:26 Mercoledì 01 Aprile 2026Prima seduta in commissione a Montecitorio sulla nuova legge elettorale e già serpeggia il panico tra eletti e aspiranti parlamentari: il nuovo premio di maggioranza su base nazionale fa perdere seggi alla regione. Meloni accelera, il Pd prende tempo
L’iter per la nuova legge elettorale è appena iniziato, e con esso le preoccupazioni dei parlamentari, ben consapevoli che le nuove regole del gioco potrebbero finire per penalizzarli. Per ora si tratta solo dei primi passi in Commissione Affari costituzionali della Camera, con audizioni previste dopo Pasqua e un confronto politico vero ancora tutto da costruire. Ma sotto la superficie già si intravedono le prime scintille, tra aperture tattiche della maggioranza e chiusure nette delle opposizioni.
E tra coloro che hanno più da temere dall’eventuale approvazione dello Stabilicum ci sono proprio i piemontesi, per via del combinato disposto tra l’abolizione dei collegi uninominali e l’introduzione di un premio di maggioranza su base nazionale. Un elemento da non sottovalutare, mentre nei corridoi di Montecitorio la maggioranza tende la mano all’opposizione nella stesura del testo definitivo, senza però scoprire davvero le carte.
Addio seggi sicuri
Il passaggio dal Rosatellum allo Stabilicum porta con sé il frutto avvelenato della fine dei seggi distribuiti sul territorio: la vecchia legge (tuttora in vigore) prevede infatti su tutto il territorio (nazionale più voto estero) un totale di 221 collegi uninominali (147 alla Camera e 74 al Senato) e 75 plurinominali (49 alla Camera e 26 al Senato). Ognuno di essi ha un riferimento ben preciso, così in Piemonte si ha la garanzia che verranno eletti 29 deputati e 14 senatori, in virtù della ripartizione territoriale tra i vari collegi, con dieci uninominali e quattro plurinominali alla Camera e l’esatta metà (cinque uninominali e due plurinominali) al Senato.
Se dovesse entrare in vigore lo Stabilicum nel suo testo attuale, lo scenario cambierebbe radicalmente: gli uninominali scomparirebbero, ma questi seggi non andrebbero a confluire nella quota dei collegi plurinominali, ma verrebbero ridistribuiti in larga parte dal premio di maggioranza, che è ripartito su base nazionale: in questo modo la coalizione che supera il 40% otterrebbe il 60% dei seggi garantendosi piena governabilità, ma i 105 eletti in virtù del premio (70 a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama) prescindono da ogni logica territoriale.
A essere premiate sono le zone in cui il partito vincitore ottiene uno scarto più alto, come ad esempio le regioni rosse del centro Italia (Emilia-Romagna e Toscana) per il Partito Democratico e quelle del sud (Campania su tutte) per il Movimento 5 Stelle, o nel caso del centrodestra il Lazio per Fratelli d’Italia, Calabria e Sicilia per Forza Italia o il Veneto per la Lega. A essere penalizzate sono le regioni più in bilico, dove non c’è un partito pigliatutto. Come il Piemonte, appunto.
Strada lunga
L’iter come detto è però appena cominciato, con la prima riunione della commissione Affari costituzionali della Camera. Qui il Piemonte può contare su un autentico esperto di leggi elettorali come il deputato alessandrino del Pd Federico Fornaro, che sul tema ha scritto numerosi saggi e punterà sicuramente sulla sua particolare expertise per disinnescare il pericolo che la nuova legge fermi la sua rielezione.
I suoi corregionali sono spettatori interessati, ma tra i corridoi la sensazione è che il testo definitivo finirà per essere molto diverso da quello attuale, anche per via di una tutt’altro che improbabile pronuncia d’incostituzionalità da parte della Consulta, che già aveva cassato una legge simile come il Porcellum.
In questo caso, oltre al nodo del premio di maggioranza troppo elevato (un 60% di eletti in rappresentanza di un 40% di votati sarebbe una stortura evidente) l’articolo 57 della Costituzione prevede che il Senato dev’essere eletto su base regionale, e un premio siffatto andrebbe a contraddire il testo costituzionale. Un ostacolo che per i piemontesi potrebbe trasformarsi in una manna dal cielo.
Nessun accordo
D’altronde, la maggioranza è stata chiara, a partire dal ministro delle Riforme Maria Elisabetta Casellati: “La legge non è blindata, troviamo una quadra”, ha detto alla buvette del Senato pochi giorni fa, rivolgendosi al senatore torinese Andrea Giorgis, capogruppo del Pd nella Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.
Ma i dem sanno bene che non è Casellati a dettare l’agenda, così sono ancora titubanti sulla strategia da adottare: sparare a zero contro la nuova legge correndo il rischio che venga approvata secondo i voleri della sola maggioranza o provare a mediare per trovare un compromesso? La stessa premier Giorgia Meloni ha aperto al dialogo con le opposizioni, un’apertura che però suona sospetta: se ha tanta fretta di cambiare legge elettorale è perché ha paura di perdere, allora perché dovremmo farle questo regalo? Si chiedono in tanti. Anche perché dopo la sconfitta nel referendum sulla riforma della giustizia la premier sembra un pugile suonato, tra scandali e dimissioni a raffica. I suoi avversari ci penseranno due volte prima di tenderle la mano.
Nodo preferenze
C’è poi un tema tutto interno alla maggioranza, che però divide anche il campo largo: quello delle preferenze. Meloni e Fratelli d’Italia spingono per reintrodurle, la Lega frena, già abbondantemente scottata dall’eliminazione degli uninominali che gli garantiva una rendita di posizione al nord. Potrebbe accantonarle se trovasse un accordo con la segretaria dem Elly Schlein, che pur consapevole del vantaggio che queste apporterebbero al partito le liste preferirebbe compilarle di suo pugno anziché consegnare questo potere agli elettori.
Ma la “testardamente unitaria” Schlein rischierebbe di inimicarsi il Movimento 5 Stelle del redivivo Giuseppe Conte, che forte dei sondaggi punta alla leadership alla coalizione e su questo tema potrebbe lanciare un nuovo guanto di sfida, agitando il vessillo delle preferenze. Con una spaccatura così trasversale, non è escluso che possano nascere degli assi inediti.
L’ombra di Vannacci
Una cosa è certa: la Meloni ha necessità che lo Stabilicum venga approvato, che si vada a votare a scadenza naturale nel 2027 o in autunno come suggeriscono alcuni rumors di palazzo. E il motivo è presto detto: con il Rosatellum e quindi con gli uninominali sarebbe sotto schiaffo non solo della Lega al nord, ma anche del generale Roberto Vannacci, che con il suo nuovo partito Futuro Nazionale, accreditato oggi attorno al 3%, le farebbe perdere tutti i collegi in bilico, costrigendola a stringere un’alleanza con l’ex Parà, indigesta a mezza coalizione e foriera di problemi soprattutto sulla collocazione internazionale. Uno scenario da evitare a tutti i costi, con buona pace dei parlamentari piemontesi che ci rimetteranno il seggio.


