PESCA D'ALTURA

Cirio ministro, pesce d'aprile
(ma il mulinello gira)

Dal "Po al Tevere" con amo e lenza: lo scherzo è servito, ma il banco si è mosso davvero. Consiglieri già con la valigia (e il bancomat) in mano, opposizioni a pesca di un leader che non c'è. Nel grattacielo tutti a fissare l'acqua, temendo il colpo di rete

C’era chi già preparava le valigie, chi contava i giorni che lo separavano da una campagna elettorale anticipata e chi, più prosaicamente, faceva i conti con il portafoglio. E invece no: era tutto un pesce. D’aprile, ben sfilettato e servito con contorno di retroscena. Perché lo scherzo confezionato stamattina dallo Spiffero raccontava di un terremoto politico tutt’altro che improbabile: la promozione di Alberto Cirio a un prestigioso incarico nazionale. E nella fattispecie al ruolo di ministro del Turismo, poltrona lasciata vuota contro la sua volontà dalla “Pitonessa” Daniela Santanchè e la conseguente mossa di Giorgia Meloni, pronta a calare la rete in Piemonte per pescare il sostituto.

Un racconto credibile, costruito come una perfetta battuta di pesca: Santanchè costretta alle dimissioni, Meloni irritata, la casella da riempire in fretta e il governatore azzurro pronto a salire sul treno (anzi, sull’aereo) per Palazzo Chigi. Con tanto di contorni succosi: rapporti con Tajani, sponde berlusconiane, benedizioni meloniane e perfino il retroscena dell’interim. E lì è scattato l’abbocco.

In Regione il panico ha iniziato a nuotare veloce: consiglieri già con l’incubo di mollare lo scranno di Palazzo Lascaris e tuffarsi in una campagna elettorale anticipata, con tanto di spese da affrontare e reti da ricucire. Altro che acqua calma. Dalle opposizioni, invece, è partito il classico nuoto scomposto: agitazione, fibrillazione, qualche pinna fuori posto. Perché il problema, a Roma come a Torino, è sempre lo stesso: chi candidare? Chi mandare all’assalto del 43esimo piano del grattacielo della Lingotto? La sensazione era quella di una rete lanciata senza sapere bene cosa si volesse pescare. E poi loro, i colleghi giornalisti, che tra una telefonata e un messaggino cercavano conferme: ma davvero Cirio sta per partire? E quindi chi nomina al posto della Chiorino? E quando? Domande che rimbalzavano come onde, mentre l’esca continuava a fare il suo lavoro.

Eppure, gli indizi erano lì, neanche troppo nascosti, disseminati come sardine lungo il testo: quella testatina “Dal Po al Tevere”, la “pesca” meloniana, il rifugio nel “pesce in barile”. Bastava poco per capire che la storia… puzzava. E invece niente ministeri (per ora), niente valigie pronte, niente ribaltoni. Solo un bel pesce d’aprile, di quelli ben riusciti. Di quelli che ti fanno dire, a bocce ferme, che forse qualche segnale c’era, ma che la voglia di credere alla notizia era più forte del sospetto. In fondo, la politica è anche questo: un mare dove spesso si naviga a vista e dove, ogni tanto, qualcuno cala una rete un po’ più fantasiosa del solito. Stavolta il pescato è stato abbondante. E a giudicare da quanti hanno abboccato, possiamo dirlo senza timore di smentita: la battuta è stata buona. Anzi, ottima. Con tanto di pescione finale.

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