Ma i democristiani restano

A un recente incontro a Roma promosso dal leader dem Dario Franceschini si è ricordato e riletto un pezzo importante della storia democristiana. Ovvero, il 13° congresso nazionale della Democrazia Cristiana del marzo 1976 dove venne eletto segretario Benigno Zaccagnini, “l’onesto Zac”, come veniva comunemente chiamato dai militanti e dagli elettori di quel partito. Una fase, quella, particolarmente turbolenta e travagliata della politica italiana dopo la sconfitta del referendum sul divorzio nel 1974, la debacle alle elezioni amministrative del 1975 con l’arrivo delle ormai famose “giunte rosse” e che coincide, purtroppo, anche con il drammatico attentato ad Aldo Moro e alla sua scorta nel marzo del 1978. Insomma, una fase politica difficile, travagliata e complessa. Eppure, proprio con l’elezione “dell’onesto Zac” la Dc ebbe di nuovo una forte impennata nei consensi e nella società italiana di quel tempo.

Ma, al di là delle costanti che hanno caratterizzato quella fase politica, quello che merita di essere ricordato oggi non è che la Dc è tramontata 33 anni fa ma che, e soprattutto, i “democristiani” continuano ad esserci nella politica italiana contemporanea. E non solo come semplici comparse perché rivestono tuttora, come tutti sanno, ruoli politici ed istituzionali molto significativi e qualificati. Ed è proprio sulla base di questo dato, semplice ma oggettivo, che l’iniziativa di Franceschini è destinata ad avere un significato anche per il futuro. Soprattutto alla luce di un contesto come quello contemporaneo dove la radicalizzazione persin violenta della lotta politica rischia di indebolire la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Nonché, come ovvio e persin scontato, l’efficacia dell’azione di governo.

E proprio il “metodo” democristiano, al di là della fisiologica evoluzione della società e del cambiamento dell’assetto politico, si ripropone in tutta la sua attualità e modernità. Un “metodo” che è anche, e soprattutto, frutto di un modo d’essere in politica che non può essere qualunquisticamente archiviato solo perché siamo alle prese con partiti e movimenti che affondano le loro radici nel populismo, nel sovranismo e nel “nulla della politica”, per dirla con una frase efficace di Mino Martinazzoli pronunciata ormai molti anni fa.

E rileggere, oggi, pezzi di quella storia cinquantennale non solo è utile per non archiviare la nostra memoria storica o per evitare di riproporre quella sterile polemica tra chi proviene da quel ceppo e ha fatto scelte politiche diverse se non addirittura alternative ma, soprattutto, è consigliabile per chi non si rassegna ad una politica fatta solo di insulti, di attacchi personali, di delegittimazioni moralistiche e di criminalizzazioni di natura politica e culturale. Il “metodo” democristiano, infine, si rende necessario anche per evitare che si affermi una deriva chiaramente e quasi scientificamente antidemocratica che può avere effetti nefasti e persin fatali per la conservazione del nostro impianto costituzionale.

Al riguardo, rileggere la storia - e nello specifico quella storia - è anch’esso un contributo politico e di cultura politica di livello che solo un qualunquista o un populista può ritenere essere un esercizio inutile e dannoso.

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