SPORT & POLITICA

Processo all'Italia, Appendino dà un calcio ai vertici

All'indomani della sconfitta contro la Bosnia, l'eliminazione diventa un caso con l'intervento della parlamentare M5s che invoca un "rinnovamento dei vertici" della Figc. Ma parla come politica o come dirigente sportiva pienamente inserita nei giochi?

Altro che notti magiche. Qui siamo alla lunga notte del calcio italiano, con sveglia puntata – forse – al 2032, ma senza neppure la certezza che alla fine arrivi il risveglio. E mentre il sistema arranca, a mettere il dito nella piaga è Chiara Appendino: ex sindaca di Torino, oggi parlamentare del Movimento 5 Stelle ma anche una dirigente sportiva nella sua qualità di vicepresidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, dunque numero due del presidente Angelo Binaghi. Un’analisi che è una rasoiata.

La terza esclusione consecutiva dai Mondiali (dopo i disastri 2018 e 2022) certifica una cosa sola: il fallimento del sistema. Insomma, il disastro non è più rubricabile a un incidente. A pagare, come sempre, è la Nazionale. Ma a dover saltare – se mai qualcuno avesse il fegato – dovrebbero essere i piani alti del pallone tricolore, dove da anni si gioca una partita tutta interna tra poltrone, correnti e sopravvivenza. Non è più una crisi episodica, è una linea continua che racconta di un declino strutturale.

Dodici anni senza Mondiali, tre eliminazioni consecutive, una generazione che l’azzurro lo ha visto più nei video d’archivio che sul campo. Il problema non è più “chi ha sbagliato ieri”, ma perché si continua a sbagliare da vent’anni.

La politica che arriva sempre dopo

Il ministro dello Sport Andrea Abodi nelle ultime ore ha parlato di rifondazione, di responsabilità diffuse, di necessità di intervenire. Parole giuste, per carità. Ma che suonano come un déjà vu. Perché la politica, nel calcio, entra sempre a giochi fatti. Quando il danno è già certificato e l’indignazione è a costo zero. Mai prima, quando servirebbe davvero cambiare le regole. E così il sistema resta quello che è: autoreferenziale, blindato, impermeabile.

La bordata della pasionaria

Appendino parte dai numeri, e i numeri quando sono così impietosi, fanno più male di qualsiasi polemica. Le squadre di Serie A concedono in media il 2% del minutaggio agli under 21: ultimi in Europa. Il confronto con il Barcellona – 22% – è quasi offensivo. Il punto è chiaro: i giovani italiani non giocano. E se non giocano, non crescono. E se non crescono, la Nazionale è quella vista ieri sera. Eppure i talenti esistono, come dimostrano le giovanili. Ma il sistema li respinge, preferendo acquistare stranieri già pronti – spesso mediocri – piuttosto che investire sul rischio interno.

La parlamentare pentastellata la butta sul tavolo con decisione: quota obbligatoria di giovani italiani, seconde squadre, taglio dei campionati, tetto ai salari, fondo mutualistico, stadi nuovi. Letta così, sembra quasi la lista della spesa del buon senso. Il problema è che tra un post ben confezionato e una riforma vera c’è di mezzo il mondo reale. E lì le ricette della vicepresidente Fitp smettono di brillare.

Ricetta acchiappa like

Prendiamo la quota minima di giovani italiani in campo. Se i club non li fanno giocare, li si costringe. Peccato che il calcio non sia un consiglio comunale dove si riequilibrano le presenze con una delibera. Il rischio è fabbricare “quote finte”, ragazzini buttati dentro per dieci minuti o schierati per obbligo, giusto per timbrare il cartellino normativo e far contento il legislatore di turno. Non è così che si costruisce una generazione, è così che si truccano le statistiche. Il giovane non diventa talento perché lo impone la Gazzetta Ufficiale.

Anche il tetto ai salari, evocato come panacea anti-debito, ha il sapore delle soluzioni populiste che scaldano i social e gelano i bilanci. In un sistema nazionale chiuso forse potrebbe anche avere una logica; nel mercato europeo, dove i club italiani già arrancano, rischia di trasformarsi in una splendida dichiarazione moralistica e in un perfetto incentivo alla fuga. Tradotto: i pochi buoni se ne vanno altrove, quelli davvero forti non li prendi più, e il calcio italiano si consola con la sua virtù contabile mentre il resto del continente corre. Una specie di austerità applicata al pallone: molto edificante, poco vincente.

Poi ci sono le seconde squadre, che sono l’argomento più solido del pacchetto Appendino, ma anche quello che smaschera meglio il limite della sua ricetta. Perché è facile dire “funziona, allarghiamolo”. Funziona, sì, ma per chi può permetterselo. Cioè club con strutture, risorse, proprietà forti. Non esattamente il ritratto medio del calcio italiano. Dire che il modello va esteso a tutti senza spiegare come sostenerlo economicamente significa vendere come riforma universale quello che oggi è un privilegio da grandi gruppi. In pratica, più che una cura per il sistema, rischia di essere un acceleratore delle disuguaglianze già esistenti.

Il paragone (troppo facile) con il tennis

Il passaggio più suggestivo – e anche più fragile – è il confronto con il tennis. È vero: vent’anni fa era in crisi, oggi produce eccellenze come Jannik Sinner e un mondo vincente. Ma il tennis non è il calcio. Non ha lo stesso peso economico, non ha le stesse dinamiche industriali, non ha la stessa pressione sulla governance. È uno sport individuale, con filiere e interessi molto diversi. Trasportare quel modello pari pari nel calcio rischia di essere più uno slogan che una strategia.

Le riforme di parole

Appendino centra il punto quando denuncia una politica presente solo per le poltrone e assente sulle riforme. Ma il paradosso è che anche la politica, quando propone soluzioni, si ferma spesso al livello della dichiarazione. Perché cambiare davvero significa scontrarsi con interessi enormi. E lì, di solito, il coraggio evapora.

Le idee ci sono. I dossier pure – basta rileggere quello di Roberto Baggio del 2012, rimasto nei cassetti. Anche la scadenza è già segnata: Uefa Euro 2032. Manca tutto il resto. E così si va avanti: una sconfitta, qualche invocazione alle dimissioni, un giro di accuse incrociate. Poi silenzio. Fino al prossimo tonfo. Intanto passa un’altra generazione. E cresce senza aver mai visto l’Italia ai Mondiali.

La predica dell’insider

Poi c’è la contraddizione politica, ed è forse la parte più interessante del personaggio Appendino. Quando scrive che “la politica è già dentro il calcio, purtroppo entrata dalla porta sbagliata”, centra un bersaglio vero. Ma insieme consegna il fianco a una domanda piuttosto semplice e piuttosto maligna: lei da dove parla, esattamente? Dalla finestra o dal salotto?

Perché Chiara Appendino non è soltanto un esponente M5s che commenta il disastro azzurro come farebbe un’opinionista con licenza di indignazione. È anche la vicepresidente della Federtennis, cioè una dirigente sportiva di primo piano, la cocca di Binaghi. Non una spettatrice, ma una protagonista di un altro pezzo dello sport italiano. E allora la faccenda si fa più sottile: quando bacchetta il calcio per le sue liturgie di potere, sta parlando da osservatrice esterna o da esponente di un sistema federale che il potere lo maneggia eccome?

Così, per sport

E qui si apre l’ambiguità più gustosa. Appendino usa il successo del tennis come clava contro il calcio, ma lo fa stando seduta in cima a quel modello di potere. Il che rende il suo ragionamento autorevole, certo, ma anche meno innocente. Perché non è la denuncia di chi guarda da fuori un mondo marcio: è la lezione impartita da chi, dentro un altro fortino sportivo, può permettersi di distribuire pagelle. Legittimo, per carità. Ma allora niente aura da pasionaria anti-sistema. Più correttamente, è una dirigente di un sistema che funziona e che si concede il lusso di spiegare agli altri come si governa.

Il paradosso, insomma, è tutto qui: denuncia la politica che occupa lo sport, ma lo fa da politica che occupa lo sport; indica nel tennis la via maestra, ma evita di dire che quella via è stata costruita dentro un contesto altrettanto pervaso da interessi. E così il suo j’accuse perde un tantino di credibilità.

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