Start-stop delle imprese under 35: in dieci anni sparite oltre 7mila
16:00 Mercoledì 01 Aprile 2026Rappresentano l'8.7% del totale. Crollano costruzioni (-37,7%) e commercio (-28,5%), mentre crescono Ict (+16,5%) e servizi (+15,4%). Torino e Cuneo limitano i danni, ma in province come Vercelli e Alessandria il taglio supera il 25%
Settemila imprese in meno non fanno rumore. Non c’è sirena, non c’è corteo, non c’è nemmeno un titolo gridato. Spariscono una alla volta, alla chetichella, mentre qualcuno aggiorna un registro e qualcun altro smette semplicemente di provarci. Alla fine resta il numero — meno 7.259 in dieci anni — e un Piemonte che continua a raccontarsela come trasformazione, quando somiglia sempre più a una selezione. Anzitutto anagrafica. Un decennio in cui le attività guidate da under 35 sono evaporate da 43.487 a 36.228 unità. Altro che ricambio generazionale, qui siamo al gioco delle sedie quando si interrompe la musica.
La narrazione ufficiale – quella che piace tanto all’understatement sabaudo – parla di “metamorfosi”, di “riposizionamento strategico”. E in effetti qualcosa si muove. Ma il punto è come si muove e soprattutto chi resta in piedi quando la polvere si deposita.
La selezione naturale
Il dato più brutale è questo: le imprese giovanili oggi valgono appena l’8,7% del totale regionale, in calo rispetto al 9,8% di dieci anni fa. E sì, il Piemonte fa ancora meglio della media nazionale (8,1%), ma è una vittoria di Pirro: mentre il Nord si consola con percentuali, il Sud corre e sorpassa, con Campania e Calabria stabilmente sopra.
Dietro i numeri, due dinamiche che si incrociano come lame: da un lato imprese che chiudono, dall’altro imprenditori che semplicemente invecchiano e spariscono dalle statistiche. Il ricambio? Inadeguato: pochi nuovi ingressi, molti addii silenziosi.

Benvenuto algoritmo
Il cuore del cambiamento è settoriale, ed è qui che la fotografia diventa impietosa. I giovani stanno abbandonando i comparti storici come se fossero zavorra. Costruzioni: -3.245 imprese (-37,7%), Commercio: -3.185 (-28,5%), Turismo: -1.249 (-29%), Industria: -774 (-28,8%)
Una ritirata in piena regola. E non perché manchi lavoro, ma perché cambiano le condizioni di accesso: eccesso di burocrazia, credito più selettivo, cicli di incentivi che finiscono e lasciano a terra le microimprese meno capitalizzate. Un dumping che ha drogato il mercato e illuso le aspettative. Il settore delle costruzioni, paradossalmente in crescita per i grandi player, diventa un club sempre più esclusivo per i piccoli.
Dall’altra parte, invece, si accende la luce nei settori “nuovi”: Ict e servizi finanziari: +16,5% e Servizi alle imprese: +15,4%. Non è solo una crescita: è uno spostamento di paradigma. Nel 2015 commercio e costruzioni pesavano quasi il 45% delle imprese giovanili, oggi sono scese al 37%. Nel frattempo Ict e servizi avanzati guadagnano terreno (fino al 10,5% e 14,2%).

L’impresa cambia pelle
C’è poi un altro dato che racconta più di mille convegni: la forma giuridica. Le imprese individuali restano dominanti (oltre 8 su 10), ma perdono oltre 5mila unità. Le società di persone crollano quasi della metà (-48,2%). Le uniche a crescere sono le società di capitale (+16,5%). Insomma, chi resta si struttura. Più capitale, più complessità, più barriera all’ingresso. Il modello del giovane imprenditore “one man band” regge sempre meno. Non è un caso, è selezione. E, in fondo, potrebbe non essere una cattiva evoluzione.
Non è un caso che i settori in crescita siano quelli ad alta intensità di conoscenza, mentre quelli tradizionali diventano terreno per chi ha spalle più larghe. Il risultato è un’imprenditoria giovanile meno numerosa ma più “filtrata”. Più digitale, più strutturata, meno accessibile.

Geografia della ritirata
La mappa regionale racconta un’altra storia, meno raccontata ma altrettanto significativa: la crisi non è uniforme, ma colpisce duro dove il tessuto è più fragile. Vercelli (-27,6%), Alessandria (-27%), Novara (-26,8%) e Verbano-Cusio-Ossola (-24,6%) guidano la classifica delle perdite. Torino e Cuneo, invece, tengono meglio: non perché vadano bene, ma perché perdono meno. E nel Piemonte di oggi, già questo basta per essere definiti “resilienti”.



