SANITÀ

Case di Comunità, non solo mattoni. Alert dei medici: "Regole chiare"

Il ministro Schillaci annuncia 600 milioni per il personale (trovarlo...). Corsa contro il tempo per non perdere i soldi del Pnrr. In Piemonte 5 attive su 96. L'assessore: "Entro giugno saranno 49". Venesia (Fimmg): "Incertezza sul nostro ruolo"

“Nelle case di comunità c’è bisogno della collaborazione dei medici di medicina generale, perché sono quelli che conoscono meglio i cittadini”. E forse – vien da aggiungere alle parole del ministro Orazio Schillaci – conoscono meglio anche la differenza tra apprezzabili intenti e realtà dei fatti, con i possibili rischi per le fin troppo annunciate strutture della medicina territoriale finanziate con i fondi del Pnrr.

Ecco cosa dice, per esempio, Roberto Venesia, segretario per il Piemonte della Fimmg, il principale sindacato dei medici di famiglia: “Un approccio teorico, senza alcuna chiarezza circa il ruolo che si svolgerebbe all’interno delle case di comunità, oltre ad avere costi definiti per le strutture edilizie, presenta larghi margini di incertezza circa l’effettiva efficacia per i pazienti e la sostenibilità per il sistema sanitario regionale, con forti rischi di esternalizzazione dei servizi verso il privato”.

La situazione in Piemonte non è certo dissimile, grosso modo, da quella nel resto del Paese, anche se, come ha ricordato il ministro annunciando 600 milioni per nuove assunzioni di personale, “ci sono realtà più avanti e altre più indietro”.

Questione personale

A fronte delle appena cinque strutture pienamente attive su 96, nelle scorse settimane l’assessore alla Sanità Federico Riboldi ha annunciato che 49 case di comunità saranno operative entro maggio e ulteriori 20 entro giugno, con il completamento delle restanti entro la fine del 2026. Una road map che deve essere letta guardando ovviamente alle strutture, ma ancor più al loro funzionamento e dunque all’annosa, e anche in questo caso cruciale, questione del personale.

Medici e infermieri scarseggiano da anni e già negli ospedali si lavora quasi sempre sotto organico. Non meno difficile è la situazione proprio per i medici di famiglia, con intere aree scoperte. Con un dato di partenza come questo, la prospettiva per le strutture costruite grazie ai fondi del Pnrr – ma che poi devono funzionare con le risorse che ciascuna Regione ha per la sanità – non può che presentare più di un aspetto di incertezza.

Mini pronto soccorso

Le stesse funzioni delle case di comunità non sono ancora del tutto chiare. Basterebbe citare l’avvertimento che arriva sempre dal sindacato Fimmg, questa volta della Campania, che ricorda come queste strutture “non sono dei mini pronto soccorso aperti a tutte le ore, né luoghi pensati semplicemente per assorbire i cosiddetti codici bianchi. La loro funzione è un’altra: rafforzare la medicina di prossimità, migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e costruire un collegamento più stretto tra medici di famiglia, specialisti e servizi territoriali”.

Da Sud a Nord le questioni ancora aperte non sono poche. “Le case di comunità rappresentano un’esigenza ormai improrogabile e un’ulteriore opportunità – spiega ancora il segretario piemontese del sindacato dei medici di famiglia – ma solo se realizzeranno un’offerta assistenziale integrativa e non sostitutiva nel sistema attuale delle cure territoriali”.

Si apre e si chiude

Anche in questo caso le variabili, non per forza positive, non mancano e rimandano, per esempio, alla possibile chiusura di piccole strutture, poliambulatori oggi presenti sul territorio dai quali potrebbe essere attinto il personale necessario per far funzionare le nuove case di comunità. Lo scenario prevedibile, e non senza precedenti, è quello dell’ennesima battaglia dei campanili, con abitanti, sindaci e altri soggetti pronti a difendere quel presidio territoriale che, anche se distante pochi chilometri, verrà sostituito dalla nuova struttura.

In una situazione per alcuni versi paradossale, ma non imprevista, le Regioni si trovano a dover correre per arrivare in tempo utile, evitando di perdere parte dei finanziamenti. Ma quale sarà il traguardo reale? “Per garantire un avvio efficace, omogeneo e sostenibile del nuovo modello – spiega Venesia riferendosi al Piemonte – è indispensabile che il coinvolgimento dei medici di medicina generale avvenga nel pieno rispetto degli accordi vigenti”.

Tempi stretti

Il sindacalista dei camici bianchi si riferisce all’integrazione delle Aft – le Aggregazioni funzionali territoriali che raggruppano un certo numero di professionisti sul territorio – per cui serve un piano definito con la Regione “entro fine maggio, con l’impegno di coprire il fabbisogno orario nelle case di comunità”, fissato in 12 ore al giorno.

Così, mentre ai pazienti (e, forse, non solo a loro) resta da scoprire cosa si potrà fare dentro queste strutture, chi dovrà lavorarvi deve ancora stabilire le regole con la Regione. Il segretario della Fimmg avverte: “Non c’è più tempo da perdere”.

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