BERLUSCONES

L'uovo di Pasqua di Forza Italia: congelare i congressi regionali

Un partito "sospeso" in attesa dell'ennesimo vertice tra Tajani e Marina Berlusconi. Lo scontro sotterraneo sulla vera partita: la leadership ma soprattutto su chi farà le liste nel 2027. Le parole di Zangrillo, i piani di Rosso, la lunga telefonata di Cirio

C’è un partito che aspetta. E nel frattempo si misura, si studia, si conta senza dichiararlo. Forza Italia vive giorni sospesi, una Settimana di Passione in attesa di una Pasqua che, nelle intenzioni, dovrebbe trasformarsi in resurrezione politica dopo la batosta referendaria sulla giustizia.

Tutto congelato fino alla prossima settimana, quando avverrà il vertice tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani. Lì, nella bella casa milanese della Cavaliera di corso Venezia, si deciderà la rotta immediata del partito dopo la sconfitta e il redde rationem interno che ha già prodotto un primo scossone, con le dimissioni del capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Ma mentre si aspetta quel confronto, il partito si muove in profondità. E non sempre nella stessa direzione.

L’onda Marina

Il ruolo di Marina Berlusconi non nasce oggi. È la prosecuzione naturale di una proprietà familiare che accompagna Forza Italia fin dalla sua nascita e ora, dopo la morte del suo fondatore, è uno degli asset dell’impero che maggiormente inquietano i suoi eredi. Da un anno a questa parte la presidente di Fininvest ha marcato il suo protagonismo, non più limitato a una incessante moral suasion sulla necessità di “rilanciare” il lascito politico paterno, ma intervenendo direttamente negli assetti e negli equilibri del partito. In quel giro di consultazioni periodiche solo nell’ultima settimana ha incontrato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè – l’unico volto efficace della fallimentare campagna referendaria e sempre più accreditato come nuovo portavoce al posto del tajaneo Raffaele Nevi – e il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo. Con il governatore del Piemonte Alberto Cirio, trattenuto al grattacielo dalle rogne derivate dal caso della Bisteccheria d’Italia, ha avuto una lunga telefonata.

Nulla filtra ufficialmente, ma i rumors sono concordi: Marina è determinata a “tirare dritto” sulla via del rinnovamento, sia nei volti sia nei temi. Un rinnovamento che potrebbe non fermarsi al Senato e investire anche la Camera, dove la posizione del capogruppo Paolo Barelli, consuocero del leader ciociaro, resta in bilico nonostante le smentite di rito.

Tajani sotto schiaffo

Formalmente, la leadership di Tajani non è in discussione. Lo ribadisce con forza Zangrillo: “È il nostro indiscusso leader. Lui ci accompagnerà alle elezioni politiche del 2027 e noi dovremo accompagnarlo, cercando di realizzare l’obiettivo che si è dato: arrivare al 20%. Non ho mai sentito che Tajani fosse in discussione”, ha giurato l’altro giorno ai microfoni di Radio24. E sempre nella stessa occasione ha escluso scossoni immediati a Montecitorio: “Non c’è la necessità di un avvicendamento alla Camera”. Anche Alessandro Cattaneo, una “giovane promessa” del berlusconismo ormai sfiorito e per breve tempo alla guida dei deputati, prova a contenere il quadro: quello del Senato è stato “un cambio per rilanciare il gruppo”, senza effetti a catena alla Camera, dove “non c’è nessuna raccolta firme”, garantisce l’esponente della minoranza interna.

Eppure, sotto questa superficie di stabilità, il partito resta inquieto. Perché la sconfitta referendaria ha aperto una crepa e imposto una domanda che ancora non ha risposta: da dove ripartire.

I congressi: rilancio o resa dei conti

La risposta ufficiale di Tajani è stata quella di aprire la stagione dei congressi regionali, passaggio preparatorio al congresso nazionale che dovrà eleggere il nuovo leader, ovvero riconfermare se stesso. Ma è proprio qui che si concentra lo scontro vero. Un’incoronazione, proprio a ridosso delle elezioni politiche, che darebbero all’attuale segretario (e vicepremier e ministro degli Esteri) lo scettro per la compilazione delle liste. Un potere eccessivo.

Non solo agli occhi della minoranza interna che per bocca della vicepresidente del Senato Licia Ronzulli e del governatore calabrese Roberto Occhiuto hanno messo in evidenza i limiti di un appuntamento che lungi dal rilanciare l’azione politica rischiano di trasmettere all’esterno l’immagine di un partito ripiegato su se stesso mentre c’è da recuperare con urgenza il dialogo con quei mondi che, come si è visto al referendum sulla giustizia, sono stati impermeabili alle parole d’ordine del berlusconismo d’antan. Inoltre, con la stagione congressuale si darebbe la stura, proprio sui territori, a una resa dei conti interna nel momento di massima debolezza.

La stessa Marina Berlusconi – secondo quanto viene riferito – starebbe valutando l’ipotesi di congelare tutto e rinviare. Come ha sintetizzato Cattaneo, “dopo la sconfitta serve una riflessione”, bisogna ripartire dai temi e solo dopo dai congressi. Men che meno pieni poteri a Tajani, il quale difficilmente sta pensando a un Papeete con la carbonara al posto del mojito. Si adeguerà, come ha sempre fatto.

Piemonte: tessere, correnti e conti aperti

Mentre a Roma la discussione sui congressi resta avvolta in formule prudenti – rilancio, partecipazione, confronto – in Piemonte quella stessa partita ha già cambiato natura: non è più solo un tema politico, ma un equilibrio di forza. È qui che si capisce davvero cosa significhi decidere se farli adesso o dopo, perché ogni ragionamento sui tempi ha già una traduzione concreta nei rapporti interni.

Gli ultimi resoconti parlano di oltre 12 mila tessere. Un dato che segna un salto di scala e, soprattutto, certifica che il congresso regionale – quando si farà – non potrebbe non essere una mera formalità. Dentro quel numero, infatti, non c’è un partito uniforme. Ci sono interessi personali e filiere.

I tre galli

C’è anzitutto Zangrillo, coordinatore regionale, che formalmente tiene la linea di Tajani e insiste sulla necessità di dialogo e coesione. Ma è una posizione che, nei fatti, si traduce in una strategia precisa: prendere tempo, evitare il congresso subito, arrivare alle politiche del 2027 con gli equilibri attuali intatti. Poi c’è Roberto Rosso, che resta il vero organizzatore territoriale: quello che costruisce consenso nei circoli, che muove pacchetti di iscritti, che tiene in mano leve decisive come le nomine. Non è solo il vice di Zangrillo, è diventato il suo contrappeso e nei piani il contraltare.

Sulla scena si muove Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente ed ex coordinatore regionale, espressione della matrice storica azzurra, relegato ai margini ma ancora influente nei rapporti interni e negli equilibri di lungo periodo. Animato anche da uno malcelato spirito di vendetta per aver rischiato, proprio a causa della decisione di Zangrillo, di restare a casa alle ultime politiche.

E poi c’è Alberto Cirio, che gioca il ruolo di mediazione: mantiene il profilo istituzionale, dialoga direttamente con Marina Berlusconi, gioca una sua personale partita nazionale ed evita di farsi trascinare nella conta, consapevole che il suo peso politico cresce proprio nella distanza dalle guerre di corrente.

È dentro questo schema che si capisce perché il congresso venga frenato. Perché con 12 mila tessere il congresso non è un passaggio organizzativo: è una resa dei conti. E chi oggi guida il partito sa che anticiparlo significa esporsi, mentre rinviarlo significa arrivare al momento decisivo – quello delle liste – con il controllo ancora saldo. In altre parole, mentre a Roma si discute se fare i congressi, in Piemonte si è già capito a cosa servono davvero.

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