Il lodo salva (quasi) tutti nel Pd. Rossomando tra Csm e Regione
07:00 Sabato 04 Aprile 2026Anticipate o meno le prossime elezioni politiche stanno già agitando parlamentari uscenti e aspiranti. Il cavillo allo Statuto che, sulla carta, consentirebbe un quarto mandato. Ma non per l'attuale vicepresidente del Senato che infatti ha un piano, doppio
Baldanzosi sono baldanzosi. La vittoria del referendum ha prodotto un effetto immediato: un’iniezione di ottimismo che a sinistra ha rimesso in moto ambizioni, calcoli e vecchie ossessioni mai sopite. Non è solo e tanto il tema – che assilla i capoccia – di chi sarà il prossimo leader da contrapporre a Giorgia Meloni, quanto il come arrivarci. Le primarie, infatti, tornano a essere il tormentone destinato a occupare le prossime settimane dei big nazionali.
Ma sotto la superficie delle grandi manovre nazionali, sono le prospettive delle prime e delle seconde linee locali a tenere banco. Estote parati, la celebre locuzione evangelica adottata dagli scout, è il motto del Pd. Tra lupetti e coccinelle democratiche si osservano con attenzione – e una certa apprensione – le mosse di un centrodestra che, sorprendentemente, mostra difficoltà assai superiori alle preventivate (e auspicate) nell’elaborare il lutto della sconfitta alle urne del 22-23 marzo.
Elezioni sì, elezioni no
La domanda che circola, più o meno sottovoce, è se davvero la maggioranza arriverà a fine legislatura oppure se a un certo punto deciderà di staccare la spina. La capa, Elly Schlein, a urne ancora calde è stata netta: nessuna richiesta di elezioni anticipate. Ma con una precisazione da tupamaros: il Pd è “pronto” in qualsiasi momento a ingaggiare la lotta fino all’ultimo voto.
Sul fronte opposto, però, le cronache nazionali raccontano tutt’altro clima. Nella compagine di governo prevale la certezza di arrivare alla conclusione naturale della legislatura. Nella Lega, addirittura, si scommette che non ci sarà alcuna anticipazione, nemmeno di pochi mesi: si voterebbe nella primavera del 2027 o addirittura in autunno, alla scadenza esatta dei cinque anni, replicando quanto accaduto nel 2022 quando si andò alle urne a fine settembre.
Serve tempo: per ricompattare la coalizione, per saturare le ferite, ma anche per consentire a Meloni di conquistare un primato simbolico e politico insieme: quello del governo più longevo della Repubblica, superando il record del secondo esecutivo di Silvio Berlusconi (2001-2005), durato 1.412 giorni. Un traguardo che la “statista della Garbatella” può già raggiungere a settembre. Da quel momento in poi, ogni scenario torna aperto. E i polsi tremano.
Il Piemonte guarda Roma
A rendere il quadro più frizzante c’è il capitolo piemontese. Le sirene romane stanno attirando sempre più il governatore Alberto Cirio, che appare destinato a candidarsi alle politiche, se non altro per tirare la volata al partito di cui è vicesegretario. Il vero nodo è un altro: se decidesse di interrompere il mandato regionale, il Piemonte potrebbe andare al voto con un anno di anticipo. Una variabile che, nei ragionamenti del Pd, pesa eccome.
La sensazione che il fronte progressista – nella versione extra-large del campo largo o nella composizione classica – possa trovarsi impreparato inizia a impensierire lo stato maggiore. Chi mandare in campo? E, anche qui, come arrivarci a scegliere lo sfidante più competitivo? Roba da togliere il sonno.
Il club degli uscenti
Nel frattempo, dentro il Pd, si preparano tutti. In particolare i parlamentari uscenti, che – com’è ovvio – puntano a conservare lo scranno. Anche quelli che hanno già raggiunto o superato il limite delle tre legislature previsto dallo statuto. La situazione riguarda in pieno: il deputato alessandrino Federico Fornaro (due legislature alla Camera e una al Senato), la cuneese Chiara Gribaudo, vicepresidente del partito, con tre mandati a Montecitorio, il senatore torinese Andrea Giorgis, giurista molto ascoltato e di fede cuperliana, con due legislature precedenti alla Camera, e la vicepresidente del Senato Anna Rossomando, con due legislature alla Camera e due a Palazzo Madama.
Secondo le regole vigenti tutti dovrebbero chiudere la carriera. Ma il Pd, nel Paese degli azzeccagarbugli, non è da meno. Ecco allora il cosiddetto “lodo Sereni”, dal nome dell’ex viceministro Marina Sereni, “madre costituente” del partito e franceschiniana di ferro. Il cavillo è semplice quanto efficace: nel conteggio valgono solo le legislature “piene”, cioè di cinque anni. Insomma, la versione dem del famoso “mandato zero” di grilliana (e contiana) memoria. Traduzione pratica: la XVIII legislatura, durata quattro anni, non conta. Risultato: tutti i piemontesi salverebbero la ghirba. Tutti tranne una, Rossomando, che se volesse correre per la quinta volta dovrebbe chiedere (e ottenere) una deroga.
Il tortellino magico
Ma attenzione: questo non significa ricandidatura automatica. Significa solo che l’eventuale esclusione non potrà essere motivata dall’anzianità parlamentare. E infatti il vero tema è un altro: la selezione. È probabile che anche in Piemonte, come già accade altrove, il “tortellino magico” di Schlein – nel quale spicca Marta Bonafoni – punti a svecchiare la futura compagine parlamentare, immettendo volti nuovi e soprattutto coerenti con il tratto movimentista della leadership.
Anche perché i posti sono pochi. Pochissimi. E questo vale persino in caso di vittoria, al netto dell’eventuale legge elettorale che – come abbiamo raccontato – penalizzerebbe il Piemonte (insieme ad altre aree del Paese) nel riparto dei resti per il premio di maggioranza, favorendo il Sud.
Degli uscenti nove: uno se n’è già andato con Matteo Renzi, ovvero l’ossolano Enrico Borghi, un’altra, Maria Cecilia Guerra, è in quota nazionale e potrebbe essere candidata altrove. E poi ci sono i pretendenti regionali, tutti con tre legislature alle spalle a Palazzo Lascaris: il torinese Daniele Valle, l’alessandrino Domenico Ravetti e il novarese Domenico Rossi, che è pure segretario regionale e pare non abbia grande voglia di correre alle comunali della sua città in una competizione ad altissimo rischio di sconfitta. Oggi di riffa o di raffa sono tutti schleiniani – per convinzione o per convenienza – ma è evidente che la selezione avverrà con il bilancino delle correnti. Senza contare le mire di alcuno outsider quali il donciottiano Davide Mattiello, che ha assaporato per breve tempo l’ebbrezza di Montecitorio, e il bielllese Paolo Furia, ex segretario regionale.
I piani di Rossomando
Infine, il capitolo più interessante. La prospettiva di un voto anticipato in Regione, oppure di una scadenza naturale al 2029, ha riacceso ambizioni che covavano sotto traccia. C’è chi starebbe pensando alla successione al 43° piano del grattacielo della Regione Piemonte, ovviamente in caso di vittoria. E il nome è proprio quello di Anna Rossomando. Nel suo palmarès manca solo l’esperienza in via Alfieri: prima di approdare in Parlamento è stata infatti consigliera nella Sala Rossa di Torino. L’idea di candidarsi presidente non le dispiace affatto. E, raccontano autorevoli fonti a lei vicine, avrebbe già iniziato a tastare il terreno tra i vertici nazionali e locali del Pd.
Ma Rossomando non è tipo da giocare una partita sola. Parallelamente coltiva anche un’altra opzione: il Consiglio superiore della magistratura. Le prossime elezioni per il rinnovo sono previste per l’autunno, quando scadrà il mandato quadriennale 2022-2026. E con la bocciatura della riforma, si voterà con l’attuale legge. Lei, esponente di punta della “sinistra giudiziaria” e forte del legame personale con l’ex procuratore capo Armando Spataro, uno dei leader della corrente di sinistra, rappresenta una garanzia per gli equilibri politici di Palazzo dei Marescialli.
Tenersi pronti
E allora sì: estote parati. Ma senza retorica scoutistica. Perché tra una legislatura che può allungarsi fino all’ultimo giorno utile, un governatore tentato da Roma, un partito che studia come cambiare pelle e una pattuglia di aspiranti pronti a sgomitare, il Pd piemontese è entrato in una fase in cui nulla è scontato. Nemmeno per i baldanzosi.


