Ministeri e carestia di vocazioni,
tutti i nodi (irrisolti) di Repole
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 05 Aprile 2026
Con il suo tratto affabile di "progressista mite", l'arcivescovo di Torino sta spostando l'asse della Chiesa senza grandi clamori. Svicola le questioni più spinose ma procede alla riorganizzazione. Parroci o amministratori? Il modello Cuneo sotto esame
Presumibilmente soddisfatto per la vittoria del No al referendum e dopo aver ringraziato i giovani che «hanno voluto salvaguardare la Costituzione», il cardinale Roberto Repole martedì scorso ha parlato ai preti riuniti a Villa Lascaris e successivamente alla Messa crismale del Giovedì Santo. Il primo incontro dell’arcivescovo di Torino è stato la fotocopia del precedente, forse con più presenze: solita introduzione e identici concetti da parte del missus inutiliter ridens don Mario Aversano.
Il tema comunque era blindato – il riassetto delle parrocchie – in attesa che arrivi la soluzione dei «ministeri istituiti» che qualcuno nel dibattito ha definito – esaltandoli – come «intriganti», per cui il ministero del parroco dovrà essere quello della «chiamata all’unità dei ministeri».
L'incontro doveva essere un momento di riflessione sullo stato del clero ma è diventato subito una discussione su cosa sarebbe opportuno fare per affrontare le emergenze amministrative. Non a torto qualcuno ha commentato che un prete che si senta amministratore – e ce ne sono – non sente il bisogno di dirsi figlio o sentirsi fratello, sempre ammesso di trovare un padre nel vescovo e dei fratelli nei presbiteri. È stato richiamato il modello di Cuneo per la gestione dei beni ma il vescovo ausiliare, monsignor Alessandro Giraudo, ha replicato che tale modello è sotto i riflettori del Dicastero romano per il clero e qualcuno dice addirittura che, analogamente a quanto avvenuto ad Alessandria, sia in corso alla diocesi di Cuneo una visita apostolica sull’operato del vescovo, monsignor Piero Delbosco il quale, dato il suo profilo non propriamente da teologo, non poteva che concentrarsi sulla gestione. L’arcivescovo ha affermato poi che la diocesi si regge soltanto e unicamente sul gettito dell’8 per mille e che essa è gravata da troppe spese per il personale.
Intanto, con un involuto linguaggio clericale, è stato annunciato che è prossima la pubblicazione di un documento sulla celebrazione delle esequie che potrebbero essere affidate alla comunità e cioè ai laici e alle laiche senza il sacerdote e senza Messa. Sembra poi che i prossimi cambiamenti riguarderanno Carmagnola e Racconigi.
L’impressione è quella della curatela fallimentare, senza prospettive di rilancio o di missione. Certamente tutto viene prospettato come funzionale alla missione, ma senza mai dire cosa si intende realmente per missione, senza declinarla e senza indicare possibili obiettivi perseguibili nell’oggi. A tutto si somma il silenzio sul cruciale tema vocazionale, che è invece la vera emergenza della diocesi. A meno che, come pensano in molti, si voglia andare verso una Chiesa senza clero sull’esempio protestante, con laici a capo di comunità radunate attorno alla Parola, senza Eucaristia e senza riconciliazione sacramentale.
Messa del Crisma
Novità apprezzabili: il Sicut cervus di Palestrina alla comunione e la presenza di un aiuto-cerimoniere. Più di qualcuno ha notato però che dopo l’orazione sulle oblate del Messale, l'’arcivescovo ha letto il prefazio da una cartellina che gli è stata portata sull’altare. Evidentemente una versione edulcorata e corretta del prefazio della Messa del crisma dove sono stati espunti tutti i riferimenti al sacerdozio, al sacrificio e alla conformazione dei sacerdoti a Cristo, in favore della esaltazione del sacerdozio universale.
Come già negli anni passati anche i diaconi hanno rinnovato le promesse, cosa non prevista dal Messale. Insomma, nel complesso un perfetto esempio, con tecnica scaltra, di manipolazione della liturgia. L’immarcescibile don Paolo Tomatis quest’anno ha ceduto il suo microfono a una chierica in alba liturgica mentre gli auguri finali (a nome del presbiterio?) all’arcivescovo (che si è commosso), sono stati affidati a una suora vedova.
L’omelia del cardinale è stata lessicalmente e spiritualmente gradevole fluttuando sentimentalmente tra il Cristo medico e apotecario (farmacista) e il poeta Mario Luzi e non è stata priva di accenti lirici, ma sempre con intonazione intimista e introspettiva e senza un pensiero organico.
Silenzio sul sacerdozio ministeriale, tema che non è mai stato al centro della sensibilità boariniana. È nota, infatti, la frase con cui essi hanno sempre rimosso i temi classici della vita della Chiesa: «Questo non è nelle mie corde». La Messa crismale è così diventata la Messa del Popolo di Dio. Ogni Eucaristia lo è ma tradizionalmente questa era la celebrazione in cui il vescovo parlava ai sacerdoti del loro ministero. Nessuno lo ha ricordato ma cinquant’anni fa, il 4 aprile 1976, don Cesare Bisognin veniva ordinato sacerdote. A un titubante cardinale Michele Pellegrino che subiva l’influsso di qualche cattivo teologo che riteneva inutile la sua ordinazione, così rispondeva Paolo VI: «Forse che l’essere unito a Cristo nella sofferenza non è modo sublime di vivere il ministero sacerdotale? Lo ordini!».
Un progressista mite
Più passa il tempo e più si nota come Repole non sia ascrivibile (un po’ come tutti i boariniani) al progressismo radicale che altri suoi colleghi bene incarnano. Non è certo uomo di restaurazione dottrinale, liturgica o ascetica ma un’altra cosa: gestore ecclesiale dai modi gentili, culturalmente agiato, istituzionalmente affidabile, mediaticamente presentabile e sufficientemente duttile da non rompere – per il momento – del tutto con nulla, ma ben intenzionato nello spostare l’asse della Chiesa senza bisogno di dichiararlo.
Con lui la mutazione smette di presentarsi come combattimento o rottura ma assume le vesti della normalità e di una moderazione ragionevole. Quindi gettare ponti, evitare divisioni, camminare insieme ecc. Insomma, un progressista mite (in apparenza) che non ridicolizza, come faceva Severino Poletto, la tradizione ma la relativizza. In Repole non c’è una vera preoccupazione liturgica e non è certo un iconoclasta stile anni Settanta o favorevole alle guerre liturgiche. La liturgia però non interessa più come luogo teologico centrale, ma come cornice pastorale, come scenario funzionale, come supporto comunitario. E si è visto bene alla Messa del Crisma, tutta impostata su una creatività protesa a far digerire i «ministeri istituiti».
Sufficientemente ortodosso, quasi mai dice qualcosa di intollerabile per cui: più ascolto, più accompagnamento, più gestione degli equilibri e sinodalità. Ed è a questo proposito che i toni dell’arcivescovo si stanno fanno sempre più prudenti. Alla domanda di alcuni suoi preti, non di seconda fila, che gli chiedevano un giudizio sulle prospettive sinodali egli, quasi al pari di Pietro nel cortile del sinedrio, ha glissato abilmente, segno della volontà di non scoprirsi troppo, a fronte di un processo nebuloso e che non si sa ancora bene come Leone XIV condurrà a termine, se non allungando indefinitivamente il brodo a una macchina che comunque lentamente procede.
Il monito di Colonia
Nella Germania della deriva sinodale è arrivato invece, alla Messa del Crisma, il monito fuori dal coro dell’arcivescovo di Colonia, il cardinale Rainer Maria Woelki, che ha richiamato i suoi preti a una prassi che oggi va scemando: la celebrazione quotidiana della Messa. Non è un obbligo, ma resta il fatto che essa è «costitutiva del nostro agire da sacerdoti», ed è «di vitale importanza» anche per tutti i fedeli. Ancora più accorato il richiamo del cardinale a non sostituire la Messa con la Liturgia della Parola per cui «ci sono ormai luoghi dove si afferma apertamente di voler fare quanto possibile per rendersi indipendenti dal sacerdote, così da non aver più bisogno di lui, né del suo ministero ma questo, semplicemente, non è più cattolico». Una mentalità molto diffusa anche in Italia e a Torino.
Il no di Ivrea
Una piccola notizia di cronaca di provincia e un video stanno facendo il giro del web, comparendo addirittura su siti nazionali e internazionali. Uno sparuto gruppo di fedeli che frequentano il priorato di Montalenghe della Fraternità di San Pio X (lefebvriani) ha chiesto al vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera, detto “la sfinge romana” (che predica ad ogni piè sospinto inclusione) di poter concludere con una preghiera il loro pellegrinaggio quaresimale al santuario mariano di Cuceglio. La risposta è stata un secco no con lo sbarramento delle porte della chiesetta, di solito sempre aperta.
Ben diversamente sarebbe stata la risposta se la richiesta fosse pervenuta da parte di ortodossi o riformati i quali, almeno a quanto ci risulta, non pare siano in piena comunione con Roma. Come sempre quindi il todos, todos, todos di Bergoglio non vale per tutti. Quando nel 2009 Benedetto XVI tolse la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani fu oggetto da parte progressista di una dura campagna di stampa. In una drammatica lettera ai vescovi che lo avevano attaccato egli, che con la Fraternità aveva avuto un atteggiamento ben più rigido di quello che avrebbe poi tenuto il suo successore, scrisse: «A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo». La fine è nota...
Nomine pesanti
Nomine pesanti nella Curia romana. L’arcivescovo bergamasco, monsignor Paolo Rudelli, fino ad oggi nunzio apostolico in Colombia, assume uno degli incarichi curiali più importanti, quello di Sostituto della Segreteria di Stato, al posto del poco amato e controverso monsignor Edgar Pena Parra che, avendo fatto il diavolo a quattro per rimanere a Roma, è diventato nunzio in Italia dove sicuramente influenzerà le nomine dei vescovi, magari non mettendo ostacoli (o frapponendoli?) alla tanto agognata elevazione all’episcopato di qualche aspirante torinese da lui ben conosciuto.
L’attuale nunzio nel Bel Paese diventa, il croato monsignor Petar Rajič diventa invece prefetto della Casa Pontificia colmando il vuoto lasciato nel 2023 quando monsignor Georg Gänswein fu estromesso da papa Francesco.
Credits: foto apertura dal sito della Diocesi di Torino


