Classe dirigente, mai più improvvisatori

Credo che uno degli elementi decisivi ed essenziali per riqualificare la politica, ridare credibilità alle istituzioni democratiche ed efficacia alla stessa azione di governo – a livello nazionale come a livello locale – consiste, ancora una volta, nella capacità di avere classi dirigente autorevoli, riconosciute e realmente rappresentative.

Certo, durante l’intera e lunga stagione della prima Repubblica – al di là delle rispettive e del tutto legittime opinioni che ognuno possa avere avuto su quella fase politica – eravamo abituati ad avere una classe dirigente politica degna di quel nome. Seppur con alti e bassi, com’è naturale e fisiologica che sia. Una prassi ed una costante che, di fatto, sono proseguiti anche dopo la fine della Dc e dei partiti che hanno governato il nostro Paese per quasi 50 anni. Una fase che, com’è altrettanto noto, si è del tutto esaurita con l’irruzione del populismo. Un populismo che è coinciso con la cosiddetta “rivoluzione grillina” e del fatidico slogan propagandistico “dell’uno vale uno”. Un populismo di marca squisitamente antipolitico, demagogico, qualunquista e radicalmente sganciato da qualsiasi riferimento culturale, ideale od ideologico che sia. Un populismo che, va pur detto, ha raso al suolo le precedenti e nobili radici culturali che alimentavano il dibattito ed il confronto politico sostituendolo con quello che Mino Martinazzoli non si stancava mai di ripetere come “il nulla della politica”.

Una stagione che, purtroppo, ha contagiato larghi settori della politica italiana – a destra come a sinistra e anche al centro – creando, di fatto, una situazione di povertà politica e di caduta di credibilità culturale della classe dirigente. Non è un caso che ormai non passa giorno che anche gli storici detrattori e contestatori della Dc e tutti coloro che non hanno mai smesso di criminalizzarla sotto il versante politico, e non solo politico, rimpiangono quella classe dirigente fatta di leader e statisti. È persin simpatico prendere atto che anche statisti e leader Dc come Carlo Donat-Cattin e Francesco Cossiga, i più odiati, contestati e detestati dalla narrazione di sinistra comunista e post-comunista, vengano rimpianti per il loro profilo culturale e, soprattutto, per la loro autorevolezza politica ed istituzionale.

Ecco perché, se dobbiamo trarre una lezione dopo la recente e nefasta deriva populista ed antipolitica – che, purtroppo, non è affatto arrivata al suo capolinea – è quella di prendere atto che se non c’è una classe dirigente preparata, autorevole, riconosciuta e realmente rappresentativa la politica difficilmente riesce a recuperare prestigio. Un prestigio che si deve imporre sul terreno politico, culturale, morale – e non moralistico – e anche e soprattutto istituzionale. Ma questo può avvenire solo e soltanto se il populismo, qualunque forma di populismo sia, viene definitivamente ed irreversibilmente archiviato. Senza ulteriori tentennamenti o furbizie di varia natura.

E l’esempio, ancora una volta e pur senza alcuna regressione nostalgica o passatista, arriva dal passato. Cioè da quel passato dove la classe dirigente guidava i processi politici, aveva un progetto di società e, in ultimo ma non per ordine di importanza, era riconosciuta per la sua capacità e per la sua autorevolezza politica, culturale e morale. Una classe dirigente, cioè, che non si limitava a cavalcare gli istinti, anche quelli più triviali, che emergevano dalla cosiddetta opinione pubblica e che, soprattutto, non inseguiva chi gridava più forte ma, al contrario, aveva la capacità di dare risposte concrete e convincenti alle domande che emergevano dalla società stessa.

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