RETROSCENA

FdI tra scosse e assestamenti.
E Nicco (forse) salva la ghirba

Il terremoto su Delmastro e le dimissioni di Chiorino ridisegnano la geografia del partito in Piemonte. Si rafforzano crosettiani e la fiamma magica di Montaruli. L'inquilino di Palazzo Lascaris probabilmente la sfanga. L'orfano Riva Vercellotti e l'apolide Riboldi

Le dimissioni di Elena Chiorino, arrivate in scia a quelle del suo mentore Andrea Delmastro, entrambi coinvolti – seppur con ruoli e pesi diversi – nell’affaire Bisteccheria d’Italia, non sono solo l’ennesimo scossone romano che si riverbera in periferia. In Piemonte producono un effetto molto più profondo: ridisegnano gli equilibri interni a Fratelli d’Italia e, di conseguenza, modificano gli assetti dentro la giunta e il Consiglio regionale.

La nomina di Maurizio Marrone a vicepresidente e l’arrivo del nuovo assessore che erediterà le deleghe della Chiorino – tutte o solo una parte, dettaglio ancora oggetto di trattativa poiché molto dipenderà dal prescelto (verosimilmente dalla prescelta) – disegnano una geografia diversa. Più lineare, forse, ma anche più scoperta nei rapporti di forza. A farne le spese, nel breve periodo, è il cosiddetto “clan biellese”, la ristretta cerchia che ruota attorno all’ex sottosegretario alla Giustizia: una marginalizzazione quasi automatica e necessaria, mentre si rafforzano le altre componenti del partito, anzitutto quella “identitaria”, che fa capo alla pasionaria nera Augusta Montaruli, e quella “crosettiana”, fatta di ex forzisti e post-democristiani che ha in Guido Crosetto il suo riferimento.

Eppure, mentre i riflettori restano puntati sulla scena principale, altre pedine iniziano a muoversi sulla scacchiera in modo meno visibile ma non meno significativo. La faglia aperta in Piemonte dopo il cataclisma romano, come prima conseguenza, potrebbe aver salvato la ghirba di Davide Nicco.

Nicco nel mirino

Non è un mistero, infatti, che il presidente del Consiglio regionale fosse da tempo nel mirino dei suoi stessi compagni (sic) di partito. Una parte di loro stava lavorando alacremente per non riconfermarlo alla scadenza di metà mandato, quando le cariche del parlamentino piemontese vanno rinnovate. L’elenco degli addebiti era lungo e ben alimentato: gestione dell’aula giudicata maldestra, eccessiva personalizzazione del ruolo – con tanto di fascia fatta confezionare per eventi istituzionali e tagli di nastro – e uno staff infarcito di fedelissimi, qualcuno dei quali in rotta con dirigenti del partito. La poltrona, insomma, stava traballando.

L’inquilino di Palazzo Lascaris, inoltre, non è un prodotto della destra tradizionale. La sua carriera nasce altrove: sindaco di Villastellone per due mandati, dal 2009 al 2019, eletto con liste di centrodestra sostenute da Forza Italia e prima ancora dal Popolo della Libertà. L’approdo in Fratelli d’Italia arriva nel 2019, con le regionali piemontesi. Nella legislatura precedente era primo dei non eletti nella lista torinese e subentrò poi al dimissionario Roberto Rosso.

Un profilo che, in un partito sempre più segnato dalle appartenenze, lo rende bersaglio facile. L’ultimo inciampo risale a marzo scorso, agli sgoccioli della campagna referendaria: la scelta di mantenere la seduta del Consiglio regionale nonostante la concomitante manifestazione di partito con il ministro della Giustizia Carlo Nordio e Delmastro. Un eccesso di “senso delle istituzioni” che ha fatto arricciare più di un naso dei fratelli, al punto che a difenderlo è dovuto intervenire “Crosettino”, al secolo Giovanni Crosetto, europarlamentare e nipote del ministro della Difesa.

Ma quello è solo l’ultimo capitolo. Da mesi si accumulano attriti: il cosiddetto “lodo Asa”, che ha provocato tensioni per la gestione della procedura in aula; le contestazioni, arrivate non solo dalle opposizioni ma anche da pezzi della maggioranza, sull’ammissibilità di question time e atti ispettivi giudicati impropri; fino alla vicenda della nomina del Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, Giovanni Ravalli, anche lui vicino ai crosettiani, che ha generato malumori trasversali e perfino qualche esposto interno.

Inamovibile, forse

Tasselli che, messi in fila, alimentano il dossier contro quello che nel lessico più spietato del gruppo meloniano di via Alfieri viene liquidato senza troppi giri di parole: “l’inutile Nicco”. Solo che, nel cortocircuito prodotto dalla caduta del clan biellese, quell’inutile rischia di diventare improvvisamente indispensabile. Il punto è che tra coloro che vedevano di buon occhio una sua sostituzione c’era anche la Chiorino.

Ecco perché l’uscita di scena dell’ex vice di Alberto Cirio non solo toglie a Nicco un detrattore pesante, ma finisce persino per rafforzarlo indirettamente. Se fino a ieri il principale ostacolo alla sua defenestrazione era trovare un sostituto credibile, oggi – con una parte di Fratelli d’Italia ammaccata – i pretendenti si diradano. E il bersaglio diventa improvvisamente meno facile.

Oltre Riva (Vercellotti)

Non può, ad esempio, Carlo Riva Vercellotti. Era il nome più spendibile, il “biellese di complemento” nonostante la radice vercellese. Furono proprio Delmastro e soprattutto Chiorino a gestire il suo passaggio da Forza Italia, sotto le cui bandiere è stato sindaco di Gattinara – paese natale dello stesso Delmastro – presidente della Provincia di Vercelli e poi consigliere regionale. In via Alfieri svolge il ruolo delicato di capogruppo con una capacità riconosciuta anche oltre il perimetro degli estimatori. Ma oggi è inevitabilmente indebolito: già mantenere la carica sarebbe un risultato, sempre che il caso Bisteccheria non precipiti con il prosieguo delle due inchieste giudiziarie.

Ravello in panchina

Chi invece scalpita è Roberto Ravello. L’ex assessore all’Ambiente della sfigata giunta di Roberto Cota avrebbe tutte le carte per ambire a ruoli ben più prestigiosi della presidenza della Commissione Bilancio a Palazzo Lascaris. Preparato, abile oratore e polemista, cursus honorum nelle formazioni della destra, buoni rapporti con Giovanni Donzelli, uno che conta nella fiamma magica.

A frenarlo, però, è l’appartenenza – sua e della moglie Paola Ambrogio – al cerchio magico dei “ghigliani”, il gruppo dei sopravvisuti che fa riferimento ad Agostino Ghiglia, storico federale ai tempi di An e Pdl, oggi all’Autorità garante della privacy. E qui vale sempre la regola non scritta: il nemico del mio nemico è mio amico. Le alleanze tra fratelli superano appartenenze e affinità ideologiche.

Il federale della Sanità

Persino Federico Riboldi, pur essendo una sorta di apolide nella geografia di Fratelli d’Italia piemontese – senza un capocorrente locale identificato – rischia di pagare qualcosa. Negli ultimi tempi si è avvicinato molto a Delmastro e questo potrebbe complicare i suoi piani, che restano ambiziosi: candidato alla presidenza nel dopo Cirio o sottosegretario in un eventuale Meloni II. Classe 1986, giovanissimo sindaco di Casale Monferrato, con una militanza precoce nella destra (a 15 anni è già in An), è un “nativo” meloniano: un profilo che mescola radici ed evoluzioni, nostalgia e realpolitik, dentro quel magma contraddittorio che è la classe dirigente cresciuta con Giorgia Meloni.

La sua è una postura che tiene insieme identità e pragmatismo, costruzione del consenso e adattamento alle dinamiche di governo. Ma l’attuale assessore alla Sanità paga una propensione, spesso eccessiva, all’attività politica: un’ansia quasi ossessiva per comunicazione e propaganda che finisce per entrare in tensione con il ruolo – necessariamente più sobrio – di amministratore. È vicesegretario regionale, piazzato lì per bilanciare il segretario e l’altro vice, Fabrizio Comba e Paolo Bongioanni, entrambi crosettiani.

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