BERLUSCONES

Tajani fa buon viso a cattivo gioco: "fiducia" a tempo e sotto tutela. Capogruppo, Costa resta in pole

Vertice fiume a Cologno con i figli del Cav. Sul tavolo il futuro di Forza Italia, tra il nodo della guida alla Camera e una stagione congressuale che verrà diluita per evitare strappi interni. Il partito prova a rilanciarsi, con Milano sempre più baricentro delle scelte

Quattro ore e mezza a Cologno Monzese, quartier generale Mediaset, per certificare quello che nel partito sussurrano da mesi: Antonio Tajani guida Forza Italia, sì, ma con il libretto di istruzioni sotto dettatura della famiglia Berlusconi. Altro che partito-azienda, qua siamo proprio a partito asset del gruppo.

Il comunicato finale, come da liturgia azzurra, è un tripudio di “grande amicizia e cordialità”, “fiducia rinnovata” e “visione unitaria”. In filigrana si può leggere la verità: nessuna rottura, ma serve una svolta, incisiva. E infatti, mentre le note ufficiali scorrono come acqua tiepida, dalle retrovie filtra la sostanza: accordo fatto (o quasi) sul nuovo capogruppo alla Camera e linea tracciata sui congressi.

Al tavolo, oltre al segretario e ai figli del Cav, i due custodi del tempio berlusconiano, quello di ieri e quello di oggi: Gianni Letta, il gran tessitore, e Danilo Pellegrino, cerniera operativa tra partito e cassaforte.

Tajani sotto tutela

La fotografia che esce dal summit è quella di un leader confermato, ma sotto tutela. Tajani resta al suo posto – e nessuno oggi ha davvero intenzione di metterlo in discussione, se non altro per mancanza di alternative immediatamente disponibili – però la rotta la fissano Marina e Pier Silvio.

Non è un caso che il vertice arrivi dopo lo scossone del referendum sulla giustizia, bocciatura pesante per un partito che su quel terreno aveva investito identità e bandiere. E non è un caso che, subito dopo, sia partita la resa dei conti silenziosa: prima Maurizio Gasparri al Senato, poi il mirino puntato su Paolo Barelli alla Camera.

Il vecchio triumvirato della “porchetta magica” – Tajani, Barelli, Gasparri – è diventato il simbolo di una Forza Italia troppo chiusa su se stessa, troppo capitolina, troppo poco “liberale” per i gusti della primogenita del Cav. La “fiducia rinnovata” suona più come una certificazione notarile che come un’investitura politica. Una fiducia vigilata. E infatti la parola d’ordine è una sola: discontinuità. Purché controllata. Tajani esegue, media, tiene insieme. Ma il baricentro si è spostato definitivamente a Milano.

Costa, la carta giusta

Se c’è un nome che più di tutti racconta questa fase, è quello di Enrico Costa. È lui il favorito per prendere il posto di Barelli alla Camera. E non è un dettaglio: la scelta del capogruppo è la scelta della linea politica quotidiana, del rapporto con il governo, della gestione delle truppe parlamentari. Piemontese di Mondovì, avvocato, figlio d’arte – il padre Raffaele Costa è stato ministro e figura storica del liberalismo italiano – cresce con un comandamento preciso: “meglio sapere tutto di poco che poco di tutto”. E lui quel “poco” lo sceglie subito: la giustizia.

Fin dagli esordi parlamentari (2006), finisce in Commissione Giustizia, dove si attacca ai codici e ai maestri del berlusconismo togato, da Gaetano Pecorella in giù. È lì che costruisce la sua reputazione: non tribuno, non capocorrente, ma politico serio e competente. Uno che studia, legge, scrive. Il salto arriva nel 2008, quando diventa relatore del famigerato Lodo Alfano, la legge simbolo della stagione berlusconiana che sospendeva i processi per le alte cariche dello Stato. Costa la difende senza esitazioni: non immunità, dice, ma semplice rinvio. La Consulta la spazzerà via, ma il merito agli occhi della Famiglia resta.

Da lì in poi, la sua carriera è una linea spezzata ma coerente nel contenuto. Rieletto, promosso capogruppo in Commissione Giustizia, membro della Giunta per le autorizzazioni, sempre sullo stesso terreno: garantismo puro, senza sconti. È tra i promotori del ddl sul legittimo impedimento, vicino alle battaglie sulla “legge bavaglio” contro la pubblicazione delle intercettazioni, ossessionato da un’idea fissa: la difesa deve stare nel processo, non sui giornali.

Poi un paio di fuitine. Nel 2013 segue Angelino Alfano nel Nuovo Centrodestra. Non un tradimento ideologico, ma un passaggio nel campo dei governisti. Diventa viceministro alla Giustizia con Andrea Orlando nei governi Renzi e Gentiloni, mette mano a riforme del Codice penale, lavora sull’inasprimento delle pene per furti e rapine. Una fugace fuga con Carlo Calenda in Azione. Anche qui, stessa cifra: giustizia, battaglie di principio. È il Costa che denuncia i “processi sommari sui giornali”, che parla dell’“innocente scagionato che non fa titolo”, che trasforma una fissazione personale in linea politica. Una specie di giro largo nel campo moderato, sempre con la stessa ossessione: il garantismo. Poi due anni fa il ritorno a casa, in Forza Italia. E qui il cerchio si chiude, almeno formalmente.

Liberale e garantista

Ma attenzione: Costa non torna da figliol prodigo. Torna da risorsa. Perché dentro un partito che ha perso pezzi, identità e peso elettorale, uno così serve. Serve per dare credibilità su un tema fondativo – la giustizia – e serve per parlare a un elettorato moderato che non si riconosce più nelle caricature del passato. E infatti oggi è in pole per guidare i deputati azzurri.

Perché piace? A Tajani, che vede in lui un profilo affidabile e non conflittuale. Alla famiglia Berlusconi, che non ama il vecchio schema romanocentrico e guarda con favore a figure meno incrostate. Alla gran parte della pattuglia parlamentare stufa di essere in balia di capibastone. Al punto che sono pronti a mettere una pietra sopra le fughe del passato.

Anche la carta territoriale, agitata soprattutto da qualche malpancista del Sud, al momento non sfonda. È vero: sulla carta il Piemonte è già ben piazzato – con due ministri come Paolo Zangrillo e Gilberto Pichetto Fratin, più Alberto Cirio che fa il vicesegretario ed è pure governatore – ma nei piani alti azzurri l’idea di aggiungere un altro tassello piemontese, affidandogli anche il gruppo della Camera, non sembra affatto un problema. Anzi, bilancerebbe un partito che negli anni ha progressivamente perso l’ancoraggio con le aree più dinamiche e produttive del Paese, piegandosi invece su territori dove contano cacicchi e notabilati locali, con gli esiti, tutt’altro che brillanti, visti plasticamente all’ultimo referendum.

Certo, restano sullo sfondo altri nomi: Giorgio Mulè, efficace nella comunicazione ma troppo sbilanciato verso la minoranza anti-tajanea; Deborah Bergamini, figura di “casa” e fedelissima, ma poco avvezza alla battaglia politica; Pietro Pittalis, ma ha i suoi casini in Sardegna. Ma nessuno, al momento, con lo stesso peso e profilo di Costa. Intanto Barelli aspetta la buonuscita. Si parla di un posto da sottosegretario nel governo Meloni, ma la casella non è ancora stata trovata. Si troverà, statene certi.

Congressi: tessere e cronoprogrammi

L’altro grande dossier sul tavolo è quello dei congressi. Tema apparentemente organizzativo, in realtà detonatore politico. Tajani vorrebbe accelerare: congresso come strumento per rilanciare il partito e consolidare la sua leadership. Una parte consistente di Forza Italia, invece, frena: dietro la parola “tesseramento” si intravede il rischio di un regolamento di conti interno, con territori pronti a farsi la guerra a colpi di pacchetti di iscritti.

Campania, Sardegna, Lombardia: i malumori sono diffusi e trasversali. Non solo minoranza, ma pezzi di maggioranza che temono una resa dei conti anticipata. Nello stesso Piemonte, Zangrillo che non intende mollare la guida del partito frena, se non altro perché lui di consenso tra i militanti ne ha pochino.

La soluzione uscita da Cologno è il classico compromesso azzurro: niente stop formale, ma assise diluite con cronoprogramma controllato. E soprattutto celebrate solo dove c’è unità. E toccherà proprio a Cirio, in un incontro già in programma la settimana prossima con la Cavaliera a Milano sbrogliare la matassa, regione per regione. Il congresso nazionale? Rimandato a data da destinarsi, probabilmente dopo le Politiche. Così Tajani resta in sella, ma senza scosse. E la famiglia tiene le briglie.

Un partito in cerca di baricentro

Alla fine del vertice, tutti contenti. O almeno così dicono. “Molto positivo”, ripetono fonti vicine ai Berlusconi. “Grande cordialità”, rilancia il partito. La realtà è meno zuccherosa: Forza Italia è nel pieno di una transizione, con una leadership che regge ma non decide da sola, una classe dirigente in fase di ricambio e un’organizzazione ancora tutta da ridefinire.

E mentre a Roma si discute di nomine e sottosegretari, la vera partita si gioca altrove: tra Milano e i territori, tra tessere e correnti, tra chi vuole cambiare davvero e chi preferisce che cambi il giusto. Nel frattempo, Tajani tiene il timone. Ma la rotta, ormai, arriva da Cologno.

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