Tra Budapest e Bruxelles il filo rosso di Torino

Torino-Budapest via Bruxelles. A seguirlo con attenzione emerge un filo rosso che collega le tre capitali – una delle quali “ex” – alla vittoria della destra europeista in Ungheria e alla sostituzione dell’amministratore delegato di Leonardo.

Il primo passaggio è evidente: un ritorno politico dell’Ungheria nel perimetro europeo riattiva il pieno sostegno all’Ucraina e accelera la possibilità di rilanciare un sistema di difesa comune più attento al fronte orientale. D’altronde, è lì che si trova l’unico confine terrestre davvero esposto. Il secondo aspetto, paradossalmente, è più complesso. Proviamo a ripulirlo dalle illazioni, concentrandoci sui fatti – anche quando possono risultare scomodi e al di là degli schieramenti politici.

Roberto Cingolani è certamente un tecnico trasversale: ministro della Transizione Ecologica nel governo Draghi dal 2021 al 2022, dall’ottobre 2022 consigliere per l’energia del governo Meloni, e dal 12 aprile 2023 amministratore delegato di Leonardo, nominato dallo stesso esecutivo. Una figura competente, criticata a suo tempo da Schlein e Conte per le posizioni sul nucleare. La sua azione ha indubbiamente prodotto effetti positivi sui conti di Leonardo e sui suoi azionisti, a partire dal Ministero dell’Economia che detiene circa il 30% del capitale. Va però detto che, in tempi di conflitto, è più facile per un’azienda della difesa vedere crescere le proprie quotazioni. Cingolani ha mostrato carisma e autonomia, senza piegarsi – almeno apparentemente – ai diktat della politica di maggioranza, come l’inserimento di figure fedeli ma non sempre competenti nei ruoli chiave.

L’ex amministratore delegato ha portato avanti una visione precisa: un’industria della difesa a dimensione europea. Ne sono prova gli accordi con Airbus sullo spazio, con Rheinmetall sui mezzi terrestri, la collaborazione con Giappone e Regno Unito sul programma GCAP e quella con i turchi di Baykar nel settore dei droni. A questo si aggiunge il progetto ambizioso del Michelangelo Dome, basato sull’intelligenza artificiale e pensato per integrare sensori terrestri, navali, aerei e spaziali in un sistema di risposta coordinata.

Se il quadro costruito da Cingolani appare così positivo – anche per l’immagine innovativa dell’azienda, capace di attrarre giovani con formazione STEM – la domanda resta: perché è stato sostituito?

Occorre guardare anche ai punti critici. Il Michelangelo Dome è un progetto interessante, ma ancora in fase di sviluppo: l’operatività è prevista non prima del 2030 e richiede l’adesione di altri Paesi europei. Nel frattempo, la difesa dai droni – piccoli, economici e sempre più diffusi – si è affermata come priorità già nel conflitto ucraino. Non a caso, nel 2022 la Germania ha lanciato l’European Sky Shield Initiative, a cui hanno aderito oltre venti Paesi. Tra gli assenti figurano Italia, Francia e Polonia: nazioni rilevanti, ma isolate rispetto a un asse guidato da Berlino.

Il rischio, dunque, è quello di una configurazione tecnologica avanzata ma priva di mercato. Meno convincenti appaiono invece le ipotesi di irritazione statunitense o israeliana: il Michelangelo Dome non è realmente in concorrenza con sistemi come l’Iron Dome o eventuali progetti americani, anche per la distanza abissale nei costi (185 miliardi per gli USA contro circa 6 miliardi per il progetto italiano). Se tensioni esistono, sono più politiche che economiche. Allo stesso modo, il programma GCAP non ostacola l’acquisto e la produzione degli F-35 in Italia. Cade quindi un’altra possibile spiegazione.

Resta allora la domanda: perché allontanare Cingolani?

La sua visione era forse troppo proiettata nel futuro e poco concentrata sull’immediato? I conflitti – che non iniziano nel 2022 ma che con quella data segnano un’accelerazione – hanno spinto molti Paesi ad agire rapidamente nel campo della difesa. Leonardo, invece, ha guardato più all’orizzonte che al breve periodo. Tuttavia, trattandosi di un’azienda partecipata dallo Stato, la responsabilità ultima resta politica. È possibile che il governo chiedesse un cambio di passo che l’amministratore delegato non ha seguito.

L’unica critica concreta che si può muovere a Cingolani riguarda la mancata scelta di investire con decisione nella produzione di munizioni e droni a basso costo: settori ad alta intensità di lavoro, con minori margini ma maggiore impatto occupazionale e industriale. Ma anche qui entrano in gioco le ambiguità della politica italiana, dove scelte di questo tipo avrebbero generato reazioni contraddittorie, tra esigenze produttive e opposizioni antimilitariste.

In questo quadro pesa l’incertezza del governo Meloni, oscillante tra suggestioni “Maga” e un europeismo spesso solo dichiarato. Cingolani sembra pagare proprio questa indecisione: le non-scelte e la mancanza di coraggio politico. Altri Paesi europei, invece, hanno puntato con decisione sulla produzione immediata, anche per sostenere l’Ucraina.

Il confronto è impietoso: la tedesca Helsing, startup fondata nel 2021, ha raggiunto in pochi anni una valutazione di circa 12 miliardi, pari a quasi il 40% della capitalizzazione di Leonardo (32 miliardi), puntando su droni e capacità operative basate sull’intelligenza artificiale. Rheinmetall aprirà nel 2027 una fabbrica di munizioni da 350 mila colpi annui. Regno Unito, Francia, Paesi nordici e Slovacchia sono già protagonisti nella produzione.

In Italia, invece, alle ambiguità della maggioranza si sommano quelle dell’opposizione: una Lega ambivalente, un Movimento 5 Stelle su posizioni simili, e un Partito Democratico poco chiaro. Un mix che impedisce una strategia coerente sull’industria della difesa. E il conto arriverà quando si tratterà di ricostruire l’Ucraina: chi ha sostenuto militarmente Kyiv in modo deciso sarà avvantaggiato anche nella fase successiva.

Non sorprende, infine, che in questi giorni l’unica richiesta esplicita di chiarimenti sulla defenestrazione di Cingolani – a parte un tweet di Orlando – sia arrivata da +Europa. Un segnale di quanto, sui temi più delicati, il “campo largo” resti prudente, se non ambiguo.

Torino – con la produzione degli F-35 a Cameri e un ruolo centrale nel progetto GCAP, tra il capoluogo e Caselle – è pienamente coinvolta in queste dinamiche. In un’Europa che potrebbe accelerare sulla difesa anche alla luce del voto ungherese, il capoluogo piemontese non può permettersi di restare indietro. La valorizzazione del territorio dipenderà dalla capacità di politica, imprese e sindacati di proporsi come interlocutori credibili e attrattivi per le strategie industriali. Sarebbe segno di vera intelligenza – politica, non artificiale – saper integrare difesa e servizi sociali in un progetto riformista che tenga insieme sicurezza, salute e lavoro. Torino, città stroboscopica dalle mille risorse, deve tornare a essere un laboratorio di idee industriali.

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