Il Pnrr e la melassa politica

La notte di San Silvestro abbiamo salutato il vecchio anno senza troppa nostalgia e dato il benvenuto al nuovo, con l’enfasi del festeggiamento rituale che consente di mascherare tutte le preoccupazioni. Da qualche tempo, oramai, l’ottimismo ha ceduto il passo a un crescente stato d’ansia: la sensazione di chi osserva il mare da una spiaggia conscio che su di lui sta per abbattersi uno tsunami.

L’anno 2026 concretizza i timori di chi si è svegliato la mattina del primo gennaio con la certezza dell’imminente “onda assassina”. Le guerre, già in corso nel 2025, non solo continuano, ma si estendono coinvolgendo intere aree geopolitiche e un numero crescente di popoli. Nel frattempo, l’ideologia “Liberal” ha preso piede, inglobando tutte le forze di destra e trovando, altresì, ampi consensi in quelle autodefinitesi di sinistra (si pensi a chi ha votato “Sì” al Referendum sulla Giustizia pur appartenendo al PD).

La confusione politica sta generando un profondo disorientamento tra gli elettori storicamente di Sinistra. Esiste infatti una “Sinistra per Israele”, o meglio sostenitrice del governo di estrema destra Netanyahu; esiste una “Sinistra” pro-Zelensky totalmente appiattita sulle visioni ultranazionalistiche ucraine; una “Sinistra” favorevole alla guerra contro l’Iran che ammicca allo Scià di Persia, l’autoritario imprigionatore di oppositori Reza Pahlavi; infine esiste una “Sinistra” cosiddetta “Riformista” che avvalla le grandi opere, in primis quelle ad alto impatto sull’ambiente (come il ritorno al nucleare).

In questo scenario, l’elettorato non ha problemi a prendere posizione su un quesito referendario, dove al “Si” viene contrapposto il “No”, mentre si perde nelle mille sfumature di posizionamento in cui Destra e Sinistra si confondono, si mescolano, fino ad annullarsi nelle sole istanze della prima. In assenza di una visione alternativa, l’astensionismo diventa comprensibile, seppur non condivisibile.

L’anno in corso segna inoltre una scadenza cruciale per il nostro Paese: la chiusura dei finanziamenti, e quindi della progettualità, del Pnrr. Il Piano Nazionale di Ripesa e Resilienza ha immesso nelle casse dell’Italia ben 191,5 miliardi di euro, destinati a sei missioni strategiche (digitalizzazione del Paese; la cultura; interventi a favore della mobilità sostenibile; investimenti sulle risorse energetiche, innovazione e ricerca). Una pioggia di denaro utile a tenere a galla il Pil dell’Italia e ad aprire numerosi cantieri, creando occupazione (seppur precaria) sia nel settore privato che pubblico.

Il 2026 chiude dunque la partita degli investimenti europei, fondi in buona parte da restituire, offrendo al contempo l’occasione per un bilancio veritiero sulla ricaduta sociale delle opere inaugurate. Purtroppo, la cronaca giornalistica narra di continuo situazioni segnate da numerosi fallimenti nel raggiungimento degli obiettivi e dall’abituale esclusione dei cittadini dalle fasi decisionali: la partecipazione dal basso non ha certo caratterizzato l’attuazione del Piano.

Torino incarna perfettamente questo "effetto melassa", il mix politico tra schieramenti opposti da cui pochi riescono a sottrarsi, e non si sottrae neppure alle tante contraddizioni e i conflitti che hanno accompagnato ovunque i cantieri finanziati da Bruxelles.

Giovedì 9 aprile si è infatti consumato l’ultimo strappo tra cittadinanza e istituzioni in occasione dell’inaugurazione della Casa di Comunità di via Cigna, nata dal recupero dell’ex Astanteria Martini (edificio in degrado da circa 20 anni). Il taglio del nastro è stato accompagnato da forti proteste in risposta alla "marcia", organizzata dai vertici della Regione, per dimostrare la brevità del tragitto tra la vecchia sede ASL e la nuova struttura.

Il malessere dei cittadini è stato sminuito come “pigrizia davanti alle novità e agli spostamenti di pochi metri”, rinnegando in tal modo le vere ragioni del loro dissenso: la violazione del patto stipulato dalla politica con il territorio all’avvio del Pnrr, secondo cui i servizi non sarebbero stati sottratti, bensì aggiunti. Una promessa che appare violata a Borgo Vittoria dove, a fronte dell’apertura della Casa di Comunità, chiudono il poliambulatorio di via del Ridotto e il consultorio familiare. Tensioni simili emergono pure a Mirafiori Sud, dove i residenti si sentono beffati dallo spostamento della Guardia Medica da via Farinelli a via Gorizia.

I cittadini denunciano quelle che ritengono pure operazioni di immagine: inaugurazioni di strutture prive di organico e attrezzature, impossibilitate quindi a sostituire i Pronto Soccorso per i casi meno gravi. Il rischio di mancare gli obiettivi del Pnrrper scarsità di risorse umane e finanziarie minaccia quindi l’esistenza stessa dei poliambulatori, nonché della Guardia Medica: oltre a via Farinelli, anche lo stesso poliambulatorio di via Gorizia è da tempo in fase di riduzione dei servizi erogati. 

Lo tsunami è in arrivo, eppure la politica della melassa continua ad annunciare ogni giorno sole e bel tempo ovunque.

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