Cirio rischia un bagno (di sangue) alle Terme di Acqui
17:11 Venerdì 17 Aprile 2026Si torna al punto di partenza: tavolo in Regione, promesse di rilancio e il governatore che assicura impegno totale sulle Terme. Tradotto: rimettere mano al portafoglio pubblico per ricostruire ciò che anni fa era stato venduto come un peso. Conviene davvero?
La scena è quella già vista: tavolo al grattacielo, sindacati convocati, amministratori locali presenti e parole che pesano come promesse. Alberto Cirio mette il timbro: la Regione Piemonte “è impegnata con tutti gli strumenti possibili a garantire il futuro” delle Terme di Acqui. All’incontro sfilano il sindaco Danilo Rapetti, il consigliere regionale Marco Protopapa della Lega e gli albergatori, mentre sullo sfondo resta il convitato di pietra: la proprietà. Assente. Un’assenza che pesa più di molte dichiarazioni.
La Regione promette di riattivare il servizio sanitario, dialoga con Asl ed enti locali e – soprattutto – apre il dossier più politico di tutti: il possibile rientro nella governance. In altre parole, tornare a mettere le mani sulle Terme dopo averle mollate anni fa. Un percorso, quello prospettato dal governatore, “che conferma la volontà, anche in una fase così delicata, di non lasciare scoperto nessuno e di accompagnare il rilancio con senso di responsabilità e concretezza, perché questo è un comparto che rappresenta non soltanto un pilastro portante dell’economia del territorio, ma anche un’eccellenza a livello internazionale grazie alle qualità straordinarie delle nostre fonti e alla competenza e professionalità di tutti gli operatori che rappresentano l’anima di questo settore”. Intanto i sindacati preparano l’assemblea, mentre si cerca di tenere insieme lavoratori stabili e stagionali.
La data che fa tremare Acqui
C’è una data che incombe come una ghigliottina: 26 aprile. Scadenza delle concessioni termali. Dopo, il vuoto. Un salto nel buio che rischia di spazzare via l’assetto costruito attorno a Alessandro Pater e alla sua società. Una legge regionale ha già fatto saltare il monopolio sulle tre concessioni delle acque: fine di un’epoca, ma senza che la nuova sia davvero pronta.
La proposta degli operatori è pragmatica: una concessione parziale immediata alle Terme, per garantire continuità operativa. Non per ricostruire il monopolio, ma per evitare il deserto. “Serve per avviare la stagione turistica”, spiega Monica Volante. Il punto è semplice: senza acqua termale, Acqui è una città qualunque. E senza una gestione, anche le strutture esistenti diventano gusci vuoti.
La Regione se ne liberò
Per capire il presente bisogna tornare indietro. Ai tempi in cui le Terme erano un problema da scaricare. Nel quinquennio di Sergio Chiamparino, la partita finì nelle mani di Giuseppina “la Pina” De Santis. Riunioni su riunioni, un tormentone – o, per dirla in piemontese, un “badò” – da togliersi di torno. Alla fine la soluzione fu trovata: vendere. Liberarsi del fardello. Stefano Ambrosini, prima alla guida delle Terme e poi regista dell’operazione in Finpiemonte, portò a casa il risultato. Firma, cessione, fine del problema. O almeno così sembrava. Perché oggi la stessa Regione sta tentando la manovra opposta: tornare indietro e riprendersi ciò che aveva considerato un peso morto. Ma che rischia di restare una pesante zavorra.
Il ritorno pubblico
Il cambio di linea ha un nome politico: Lega. E una regia precisa. In prima fila c’è Enrico Bussalino, assessore regionale ed ex presidente della Provincia di Alessandria, che ha spinto per riportare sotto controllo pubblico il cuore del sistema, cioè i diritti sull’acqua termale. Senza la “Bollente”, Acqui non è Acqui. E chi controlla l’acqua controlla tutto. O quasi.
L’idea è costruire una società in house, alimentata con risorse di Finpiemonte Partecipazioni, guidata da Francesco Zambon. Un contenitore pubblico in cui far confluire concessioni e, magari, anche immobili. Un ribaltamento totale: da privatizzazione a ripubblicizzazione. Con soldi pubblici. E con una domanda inevitabile: perché oggi dovrebbe funzionare ciò che ieri si è deciso, forse giustamente, di abbandonare?
La Spoon River
Nel frattempo, il territorio ha pagato il prezzo. Gli investimenti promessi non sono mai arrivati. Gli hotel hanno chiuso uno dopo l’altro: Grand Hotel Nuove Terme, Roma Imperiale, e molti altri. Una vera Spoon River del turismo termale. E mentre la città si svuotava, la proprietà non ha mostrato alcuna intenzione di rilancio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un patrimonio ridotto a sistema incompleto, fragile, sospeso.
Ed eccoci al punto politico più delicato. La Regione non vuole solo salvare le Terme. Vuole ricostruirle a modo suo. Si guarda alle ex Terme Militari, oggi comunali, come possibile punto di ripartenza. Si immagina un sistema integrato, magari con nuove strutture. Si pensa in grande. E Alberto Cirio non nasconde ambizioni più ampie: dopo aver messo gli occhi sul Lingotto Fiere, ora anche le Terme entrano nel radar degli investimenti strategici regionali.
Il problema è che tutto questo ha un costo. Pubblico. E allora la domanda, quella vera, resta lì: la Regione sta salvando Acqui o sta tentando di riscrivere una partita che anni fa aveva deciso di non giocare più? Non è un ritorno romantico al pubblico. È una retromarcia. Perché il punto non è riprendersi le Terme. Il punto è sapere cosa farne, dopo.



