GIUSTIZIA

"Inammissibile": così la Corte d'Appello mette la parola fine su Bigliettopoli

Respinto il ricorso della procura di Torino nei confronti dell'assoluzione in primo grado di Giulio Muttoni. Ci sono voluti quasi 12 anni perché il castello accusatorio del pm Colace si sgretolasse definitivamente. Con tutte le conseguenze

“Inammissibile”. Una parola sola, scolpita nella decisione della Corte d’Appello di Torino, mette la pietra tombale su “Bigliettopoli” e sul ricorso della Procura contro l’assoluzione di Giulio Muttoni. Non ci saranno altri gradi di giudizio, non ci sarà un ribaltamento: l’impianto accusatorio si ferma qui, definitivamente. E con esso si chiude una vicenda iniziata nel 2015 tra le fanfare dei media con l’ambizione di scoperchiare un grande scandalo e finita, dopo quasi dodici anni e 38mila intercettazioni, con un pugno di mosche.

Un tempo abnorme anche per gli standard della giustizia italiana, ma soprattutto sproporzionato rispetto all’esito finale: l’archiviazione sostanziale del presunto “sistema” che avrebbe dovuto scuotere Torino.

Il teorema della corruzione

All’origine c’è l’inchiesta coordinata dal pm Gianfranco Colace, che persegue l’idea di portare alla luce una rete di relazioni opache tra imprenditoria degli eventi, politica e apparati pubblici, in cui i biglietti omaggio per concerti e spettacoli diventano strumento di scambio, chiave di accesso a favori e decisioni amministrative.

Al centro di questo schema viene collocato Muttoni, patron della Set Up Live, descritto come il regista di un sistema capace di condizionare autorizzazioni e rapporti istituzionali attraverso una moneta tanto informale quanto – secondo l’accusa – efficace: gli ingressi gratuiti agli eventi.

Attorno a lui prende forma un mosaico di nomi che dà all’inchiesta un peso mediatico immediato: l’ex senatore Pd Stefano Esposito, il sovrintendente di polizia Davide Barbato, già caposcorta del pm Andrea Padalino, e l’ex amministratore delegato di Parcolimpico Roberto De Luca. Un intreccio che, sulla carta, promette di rivelare un sistema radicato.

L’indagine monstre

Per sostenere questo impianto, gli investigatori mettono in campo uno strumento massivo: le intercettazioni. Quelle che riguardano Muttoni arrivano a quota 38mila. Un numero impressionante, che da solo racconta la dimensione dell’indagine.

Il problema è che la quantità non si traduce automaticamente in qualità probatoria. Col passare degli anni emergono criticità rilevanti: molte conversazioni risultano irrilevanti, altre vengono contestate sotto il profilo della legittimità. Il caso più eclatante riguarda proprio Esposito: centinaia di intercettazioni vengono dichiarate inutilizzabili, con un intervento della Corte costituzionale che ha portato il Csm a sanzionare Colace e il gip. Provvedimenti confermati dalla Cassazione: perdita di un anno di anzianità e trasferimento al tribunale civile di Milano per Colace, censura per il giudice Lucia Minutella.

Al di là della tenuità della sanzione, è uno snodo fondamentale, perché mette in evidenza la credibilità complessiva dell’indagine. Non si tratta di un mero passaggio disciplinare, ma di una severa censura del metodo investigativo utilizzato.

Dal racconto al processo

Nonostante queste crepe, il procedimento va avanti. Le accuse restano pesanti: corruzione, traffico di influenze, turbativa. La narrazione del “sistema dei biglietti” continua a fare da sfondo. Quando si arriva al processo, però, la distanza tra il racconto iniziale e la realtà dibattimentale comincia ad allargarsi. Le difese insistono su un punto preciso: non basta dimostrare che qualcuno abbia ricevuto biglietti omaggio, bisogna provare il nesso tra quel beneficio e un atto concreto, un favore, una decisione amministrativa. In altre parole, la corruzione non può essere presunta sulla base di una prassi diffusa e socialmente tollerata.

È qui che il castello inizia a vacillare. Perché molte delle contestazioni si fermano alla superficie dei rapporti, senza riuscire a dimostrare il passaggio decisivo: quello che trasforma un comportamento in un reato.

Le richieste della Procura

Nonostante tutto, la Procura arriva al momento delle richieste con una linea ancora dura: 14 condanne per un totale di 48 anni di carcere. Per Muttoni vengono chiesti 18 mesi, mentre per Barbato la richiesta è addirittura di otto anni. È l’ultimo tentativo di tenere in piedi l’impianto accusatorio.

Ma la sentenza di primo grado segna una svolta netta. Il Tribunale smonta gran parte del teorema: diverse assoluzioni, alcune condanne marginali e, soprattutto, la sostanziale caduta dell’ipotesi di un sistema organizzato di corruzione. Muttoni esce dal processo senza una condanna che regga sul piano penale. Le motivazioni, al di là dei tecnicismi, restituiscono un quadro chiaro: ciò che l’accusa aveva descritto come un meccanismo strutturato si rivela, al massimo, un insieme di relazioni informali, prive di quella rilevanza penale che era stata loro attribuita.

L’Appello e la ritirata

Arrivati in Appello, il cambio di passo è evidente. Il procuratore generale Marcello Tatangelo prende atto delle difficoltà e modifica radicalmente l’impostazione: per Muttoni chiede l’assoluzione, mentre per altri imputati rinuncia all’impugnazione. È un passaggio che, più di molti altri, fotografa l’esito reale dell’inchiesta. Non c’è più un impianto da difendere, ma una situazione da gestire. Per Barbato resta una condanna ridimensionata, sospesa, peraltro su vicende che non riguardano il cuore dell’inchiesta. Per altri, come De Luca, il capitolo si chiude senza ulteriori sviluppi. Il presunto “sistema”, quello che avrebbe dovuto rappresentare il cuore dell’indagine, non c’è più.

L’epilogo

La decisione della Corte d’Appello di dichiarare inammissibile il ricorso della Procura mette il sigillo finale. Non ci saranno ulteriori gradi di giudizio. Per Muttoni, l’assoluzione diventa definitiva. Resta però il bilancio di dodici anni di indagini, processi ed esposizione mediatica. Un bilancio che non si misura solo in termini giudiziari. Nel frattempo, l’azienda di Muttoni – una realtà che fatturava milioni e dava lavoro a circa cento persone – è stata travolta. Non da una condanna, ma dal peso stesso dell’indagine.

Ed è qui che il tema smette di essere individuale e diventa emblema, questo sì, di un “sistema”. Perché una vicenda come questa pone una questione che riguarda l’equilibrio tra potere investigativo e garanzie: fino a che punto è legittimo costruire un’inchiesta così invasiva, così lunga e così impattante, quando alla prova dei fatti non riesce a sostenere le accuse più gravi?

“Bigliettopoli” non è soltanto una storia di assoluzioni. È il racconto di un teorema che non ha retto, di un’indagine che ha puntato molto sulla suggestione del contesto e poco sulla solidità delle prove. Il garantismo, in questo caso, non è una posizione ideologica, ma una constatazione: il processo penale non può trasformarsi in uno strumento per confermare ipotesi costruite a monte. Deve verificare fatti, uno per uno, con rigore. Quando questo non accade, il rischio è quello che si è visto a Torino: anni di indagini, una narrazione potente, e alla fine un vuoto. Un vuoto che la sentenza certifica, ma che non è in grado di colmare i danni prodotti lungo il percorso. E forse è proprio questa la vera eredità della vicenda: non l’assoluzione in sé, ma il prezzo pagato per arrivarci.