La legge dell'incompetenza

La politica sta allenando i cittadini a non stupirsi di nulla e gli elettori a non porsi domande sulle reali capacità intellettive di coloro che hanno scelto quali rappresentanti parlamentari. Chi opera nel campo giuridico, avvocati e in particolar modo notai, lamenta da tempo la pessima qualità dei testi normativi approvati dalle Camere: leggi e leggine sovente incomprensibili sia per la sintassi che per il pessimo italiano usato nella loro redazione (nonché per la loro caotica struttura tecnica).

I testi di legge appaiono incomprensibili, inapplicabili, incoerenti e illogici: un miscuglio di parole slegate e disorganiche, difficili da interpretare a causa della confusione che regna nei vari commi. La stessa iper- produzione dei decreti legge contribuisce in modo determinante ad aumentare l’incertezza, oltre a generare evidenti pericoli per la loro applicazione in campo penale. Il lavoro della Corte Costituzionale, dedicato all’esame di norme in antitesi alla Legge fondamentale, indica anche il rifiuto del legislatore (impreparato il più delle volte e indisponibile ad affidarsi agli uffici legislativi dei due rami parlamentari) di adeguarsi ai principi fondanti della nostra Repubblica.

La "Palma d’Oro" per l’inadeguatezza nella redazione normativa spetta all’attuale esecutivo Meloni. Bocciature referendarie, ricorsi costituzionali e osservazioni tecniche del Presidente della Repubblica caratterizzano i pacchetti legge voluti dal governo, evidenziando in particolar modo la fragilità, in primis rispetto alla Costituzione, delle tante norme “sicurezza”. Gli errori, talora gravi, prolificano laddove i provvedimenti sono il riflesso delle posizioni ideologiche della maggioranza: il desiderio di assecondare le pulsioni di remigrazione, manifestate dalle fila leghiste e dai seguaci di Vannacci, e l’incontenibile voglia di punire severamente il dissenso della piazza hanno generato precetti repressivi difficilmente collocabili all’interno delle garanzie costituzionali.

L’ultima trascrizione del governo in tema securitario ha prodotto quella che a tutt’oggi, appare come la più grande aberrazione giuridica dell’era repubblicana. Una regola in particolare scuote gli animi di chi ha a cuore i principi di giustizia e uguaglianza: l’emendamento introdotto il 17 aprile scorso dal Senato in tema di diritti dei migranti.

Il decreto sicurezza aveva già inserito in passato una nuova disciplina nel rapporto tra avvocato e cliente soggetto a espulsione, la cui misura più significativa era senz’altro l’esclusione di quest’ultimo dall’accesso dell’istituto del patrocinio legale a spese dello Stato. L’attuale emendamento mette ancor più in crisi la fiducia tra legale e assistito attraverso una bizzarra regola: l’erogazione del compenso al proprio legale, da parte del ministero, avviene soltanto nel caso di assistenza finalizzata al rimpatrio volontario del cliente. La parcella, in sintesi, viene saldata se lo straniero lascia realmente il nostro territorio nazionale.   

Un testo che lede gravemente il diritto di difesa dell’individuo e che stravolge il ruolo degli avvocati: trasformati nel braccio operativo dello Stato, spinti da un interesse economico condizionato alla riuscita dell’espulsione del proprio cliente (un ossimoro manifesto già alla semplice lettura della norma). La parcella (di 615 euro) è quindi subordinata all’efficace collaborazione tra legale ed esecutivo, alla scelta dimostrata dall’avvocato di adeguarsi alla volontà della politica: una previsione unica in Europa e non solo. I legali, per una manciata di euro, vengono assimilati a esecutori delle direttive governative, in barba alla fiducia che dovrebbe legare chi difende un diritto al proprio patrocinatore.

In seguito alle numerose critiche indirizzate all’esecutivo, il testo ha subito modifiche che lo rendono, paradossalmente, ancor più pericoloso per le possibili ricadute in tema di diritti civili. La nuova stesura allarga infatti la concessione del “premio” di 615 euro anche alle associazioni del terzo settore che ottengano successi nel rimpatrio dei migranti: non occorre un grande sforzo di fantasia per immaginare le terribili dinamiche (mercato della carne umana) pronte a scatenarsi dall’emanazione del pacchetto “sicurezza”.

All’orizzonte si profila un importante impegno di spesa, che si somma ai milioni gettati nella costruzione dei centri in Albania: fondi sottratti, ancora una volta, alle politiche di integrazione e di inclusione sociale. Invece di istituire una sorte di “ICE” in abiti civili (esternalizzando il servizio ad associazioni e avvocati) sarebbe stato certamente più utile investire nei CPIA (i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti), oggi abbandonati alla buona volontà dei loro dirigenti, oppure in azioni volte sostenere il tessuto sociale nel supporto all’inclusione.

La deriva verso cui è avviato il nostro Paese non è solo autoritaria, ma di costume e di civiltà. L’Italia naufraga nei mari della superficialità, della non conoscenza, della gretta cecità ideologica che giorno dopo giorno consumano i principi democratici sui cui si regge la nazione. La festa del 25 aprile dovrebbe forse incentrarsi sulla presa di coscienza di un Paese in mano agli “ultimi della classe”: quelli seduti in fondo all’aula che scrivono parolacce sul quaderno mentre il professore spiega la lezione.

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