TRAVAGLI DEMOCRATICI

"Sinistra, non fare la stupida: se vuoi vincere dimmi chi sei"

L'esperto di comunicazione politica Petrolo, già responsabile della campagna 2x1000 nella stagione renziana del Pd, spiega come oggi gli elettori diano maggior peso ai temi identitari piuttosto che a quelli economici. "Oggi gli 80 euro non sposterebbero voti"

Se vuole tornare a vincere, la sinistra non può più ignorare o peggio stigmatizzare la questione identitaria. Parola di Domenico Petrolo, esperto di comunicazione politica e già coordinatore della campagna 2x1000 del Partito Democratico, autore del libro “La stagione dell’identità - Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare” (edito da Franco Angeli) in cui spiega come si sia passati dall’“It’s the economy, stupid!” di clintoniana memoria a un rielaborato “It’s the identity, stupid!” che ha portato alla vittoria di Donald Trump, alla Brexit e a una generale affermazione dei partiti sovranisti e populisti in tutto il mondo.

Dottor Petrolo, ma un elettore non dovrebbe guardare al portafoglio più che all’identità? Da che mondo è mondo le elezioni si vincono sull’economia.
Ormai non è più così da qualche anno. Il conflitto in corso non è tra classi, ma tra identità culturali. Lo vediamo in paesi chiave dell’Unione Europea: le campagne elettorali non si vincono più sui salari e il carovita, ma sull’immigrazione e sulla difesa dell’identità tradizionale.  Ed in questa contrapposizione la sinistra diventa irrilevante: in Germania la sfida è tra Cdu e AfD, in Francia probabilmente le presidenziali del prossimo anno saranno una corsa tra la destra-destra del Rassemblement National di Bardella e l’ex macroniano Philippe. Del resto, è quello che abbiamo già visto qualche settimana fa in Ungheria, con la vittoria di Magyar: abbiamo applaudito la cacciata di Orban, ma è stato uno scontro tutto interno alla destra. Magyar ha fatto leva sul sentimento antirusso, risvegliando l’orgoglio nazionale, e sulla difesa dell’identità ungherese con proposte ultra-sovraniste. Di progressista c’è stato ben poco.

Una decina di anni fa Renzi trionfava alle europee con una misura come gli 80 euro. Mi sta dicendo che oggi non avrebbe la stessa presa?
Esattamente. Gli elettori oggi, in particolare quelli provenienti dai ceti medio-bassi, non chiedono più redistribuzione della ricchezza o lotta alle diseguaglianze, ma protezione. Non sono le politiche sui salari a determinare il risultato delle elezioni, ma quelle fratture culturali e identitarie che attraversano le nostre società e che i nazionalisti interpretano e sfruttano a loro favore. Così le persone finiscono per votare quei partiti di destra che promettono di difendere il loro modo di vivere, il loro mondo e la loro identità. Identità che percepiscono minacciata dall’immigrazione irregolare, dall’islam radicale, dalla globalizzazione e dagli eccessi della cultura woke.

Ma che cosa è l’identità oggi?
Sono le nostre tradizioni, la nostra religione, la nostra laicità, le nostre radici, la nostra rete di relazioni, le conquiste che abbiamo ottenuto con secoli di battaglie e che dobbiamo ancora ottenere, la nostra cultura contaminata nella sua lunga storia. È tutto ciò che ci rende quel che siamo, ci definisce e ci dà un posto nel mondo.

Nel suo libro afferma che il multiculturalismo in Europa è un fallito?
La politica tradizionale ha pensato che tutto si sarebbe magicamente armonizzato da solo, senza tenere conto dei conflitti culturali e identitari che ne sarebbero derivati. Un approccio intriso di relativismo culturale che ha comportato il fallimento del multiculturalismo. Basti vedere quello che è successo in Svezia, uno dei paesi più civili e sicuri al mondo che in pochi anni si è trasformato in un campo di battaglia per le gang, che per i loro crimini utilizzano i bambini perchè non possono essere puniti secondo il codice penale. Così come si sono create decine e decine di “no-go zones”, in mano a bande criminali di varie etnie, dove la polizia non può nemmeno entrare. Oppure si pensi alla decisione di un paese islamico come gli Emirati Arabi, che non invierà più i suoi rampolli a studiare nelle università britanniche, per il timore che vengano radicalizzati. Per non parlare delle banlieue francesi e di quei quartieri di diverse città europee dove difatti vige la Shaaria.

Eppure se ci sono dei luoghi dove la sinistra continua a vincere sono proprio le città, dove il multiculturalismo si è affermato maggiormente.
Non credo sia una contraddizione. I populisti si affermano soprattutto nelle campagne perché è il luogo dove le comunità difendono con più forza la loro identità. La sinistra, che considera l’identità tradizionale come un retaggio del passato, resta indifferente a questa richiesta di protezione, senza comprendere che occuparsi delle paure significa occuparsi della democrazia stessa. Presto questo tema sarà sempre più centrale anche nelle nostre città: nella sfida dell’integrazione delle seconde generazioni, nella sicurezza, nell’evitare che si costituiscano società parallele e no go-zones.

Un po’ complicato conciliare l’ultraprogressismo della cultura woke con l’immigrazione di massa, specie dai paesi musulmani che mantengono un’idea molto conservatrice delle città e della società in generale. Non trova?
In Francia hanno coniato il termine “islam-gauchisme” per indicare quella sinistra, animata da un sentimento antioccidentale, che chiude gli occhi sulla mancanza di rispetto dei principi di laicità e dei diritti delle donne all’interno di una parte della comunità musulmana, come forma di compensazione per le discriminazioni che hanno subito in passato e che subiscono ancora oggi. Ma senza reciprocità non ci potrà mai essere integrazione. Ribadire la necessità di accettare le regole del Paese che accoglie non significa essere di destra, ma applicare solo quel buon senso che consente al sistema di reggere. Non parliamo di superiorità culturale ma di riconoscere e rispettare quei diritti universali che per noi ormai sono inviolabili e di intraprendere un percorso di emancipazione.

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