SACRO & PROFANO

Novara, duello Repole-Brambilla (ma si agita l'expat Ciampanelli)

Con la proroga biennale agli sgoccioli dell'attuale titolare, la corsa alla successione entra nel vivo. L'arcivescovo di Torino punta a incrementare la scolta boariniana, respingendo al contempo ogni tentativo di ingerenza proveniente da Milano

Occhi puntati sulla diocesi di Novara. Scadrà fra pochi mesi la proroga biennale del vescovo Franco Giulio Brambilla (che sabato 18 aprile ha ordinato cinque preti) e dalla nomina si capirà chi avrà vinto   la disfida tra lui (Milano) e Roberto Repole (Torino), ansioso di infoltire la scolta dei vescovi boariniani. I due sono da sempre in collisione in campo teologico e non solo, da quando anni addietro Brambilla, già vescovo ma anche ex direttore della facoltà teologica dell’Italia settentrionale, bloccò la proposta repoliana di istituire una licenza in ecclesiologia a Torino.

I nomi che circolano sono due: quello di monsignor Marco Prastaro, classe 1962, attuale vescovo di Asti, esponente della “cupola boariniana” e bergogliano, famoso per essersi messo in luce con un incredibile libretto in cui – proprio lui! – se la prende con il carrierismo nella Chiesa. Il secondo è quello di monsignor Michele Di Tolve, classe 1963, milanese, vescovo ausiliare di Roma e rettore del seminario romano e che pare sia stato ricevuto dal papa.

Carattere irascibile

Già rettore del seminario milanese, che contribuì a svuotare di vocazioni, Di Tolve fu imposto come rettore e vescovo ausiliare di Roma a tutti i costi da Bergoglio in quanto raccomandato dalla cugina dell’allora pontefice. Irascibile con chi non gli va a genio, i suoi criteri di “discernimento” si sono rivelati più che discutibili, vista la facilità con cui allontanava alcuni candidati al sacerdozio mentre altri, palesemente problematici, sembravano intoccabili. Se approdasse a Novara egli sarebbe, dopo Daniele Salera, spedito a Ivrea, il secondo ausiliare di Roma mandato in Piemonte e l’ultimo di quelli voluti da Francesco. In Vicariato farebbero salti di gioia, a Novara un po’ meno.

Il terzo incomodo

Dicono che contro tali ipotesi – Prastaro o Di Tolve – ritenute sciagurate, sia sceso in campo, con una lettera, un nutrito gruppo di preti novaresi che a quanto pare, diversamente dai confratelli torinesi, non mancano di coraggio. Si sta muovendo anche uno degli astri nascenti della diocesi gaudenziana: il giovane monsignor Filippo Ciampanelli, classe 1978, vescovo titolare di Acque di Mauritania, sottosegretario del Dicastero per le Chiese orientali e pupillo di papa Francesco, e non è detto che alla fine sia lui stesso ad essere scelto. Un boariniano torinese ha avuto il coraggio di osservare che la buona tradizione ecclesiastica sconsiglia di nominare vescovi gli appartenenti allo stesso clero diocesano. Già, proprio come a Torino…

***

Fughe dal ministero

Una notizia circola da tempo tra i pissi pissi curiali. Pare che un giovane parroco stia per lasciare il ministero; qualcuno lo dà per certo, altri lo smentiscono e speriamo sia così perché la cosa sta inquietando non poco il cardinale Roberto Repole. Di solito le defezioni vengono gestite con la massima riservatezza e attentamente occultate ai fedeli: si prende tempo, si rinvia e si adducono motivazioni di comodo, come improbabili “anni sabbatici” o crisi spirituali, fino a quando la vicenda esce dai radar e non se ne parla più. Soltanto recentemente si è saputo che un giovane parroco torinese, ben due anni fa, aveva abbandonato la talare per unirsi in matrimonio negli Usa con il suo compagno.

Gli abbandoni sono sempre ferite per la Chiesa e sconfitte per chi li subisce. Tuttavia, sono eventi che accadono ovunque e, se questa voce fosse confermata, non rappresenterebbe né il primo né l’ultimo di molti casi simili. Forse a Torino queste vicende iniziano però ad assumere contorni sempre più inquietanti, sia a livello numerico, sia per tipologia e gestione, coperti come sono dalla tipica ipocrisia clericale torinese. Esse sono anche i frutti di quell’«alleanza psico-affettiva», che da decenni imperversa in diocesi ed è oggi al comando.

In alcuni casi poi si ravvisano i termini di una vera e propria strumentalizzazione quando si promuovono prematuramente dei preti giovani a responsabilità troppo grandi, unicamente per favorire la permanenza di ultrasettantacinquenni, disposti a tutto pur di non perdere il proprio ruolo. Naturalmente a questi abbandoni si risponde che bisogna insistere con più psicologia nel «decostruire per ricostruire». Mai che si pensi alla disciplina, all’abito, alla fraternità sacerdotale, alla preghiera e, soprattutto, all'azione della Grazia soprannaturale. D’altro canto, se il modello è quello funzionalistico del leader «animatore di comunità» e non quello dell’aborrito alter Christus questo povero funzionario avrà pure bisogno di rilassarsi ogni tanto a Sharm el-Sheikh o sulle isole greche. Peccato che poi «il Signore schianta i cedri del Libano», anche se in realtà si schiantano da soli.

***

Soccorso catecumenale per Vercelli

Sembra che l’arcivescovo di Vercelli, monsignor Marco Arnolfo, abbia rotto gli indugi e, per supplire alla drammatica carenza di preti, si sia deciso chiamare in diocesi sacerdoti del Cammino neocatecumenale che, nella roccaforte piemontese di Pinerolo, dove ha in appalto la diocesi (il vescovo Derio Olivero ormai alle vocazioni non pensa più, fa l’esperto d’arte ed è diventato lo “Sgarbi de noantri”), ordinerà alcuni diaconi. Evidentemente Sua Eccellenza Arnolfo ha dovuto prendere atto che gli esperimenti delle parrocchie affidate alle equipe guidate dalle religiose della Virgo plus quam potens e dai laici non hanno dato i risultati attesi.

A Torino «l’alleanza psico-affettiva» ha segnato un altro punto a suo favore: monsignor Mauro Rivella, plus quam episcopus, vicario dell’economia e parroco di S. Rita, è diventato anche parroco del Natale del Signore. Ad alcuni la sua figura ricorda quella del conte Edoardo Calleri di Sala (1927-2002) il mitico – e da alcuni rimpianto – presidente della Regione Piemonte che, in campo laico e subalpino, era riuscito a collezionare una serie smisurata di incarichi, specialmente nelle banche.

***

L’agiografia di Francesco

A un anno dalla morte di papa Francesco i media più laicisti e anticattolici ne hanno tessuto stucchevolmente lodi sperticate, come peraltro facevano quando era in vita. Nessuna pur minima e anche benevola analisi critica – quelle che ferocemente, e tutte non benevole, furono scagliate contro Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – ma solo elogi. Addirittura, Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera ha scritto che «nessun papa come Francesco fu tanto osteggiato», quando tutti sanno che è vero esattamente il contrario e che la papolatria che si è scatenata con Francesco è un fenomeno mai accaduto prima. Il professor Loris Zanatta, specialista dell’America Latina, ha approfondito la formazione del papa argentino e nella sua biografia scrive: «Bergoglio è incomprensibile senza il peronismo». Si spiega così la miscela di destra/sinistra che lo caratterizzava e si esprimeva con una demagogia populista che, politicamente, era antioccidentale. Così è singolare che proprio i media sempre a caccia di “populisti” per demonizzare i partiti avversi al politicamente corretto, abbiano acclamato il campione mondiale del populismo. Per i post-comunisti poi fu come un messia. Massimo D’Alema lo definì addirittura come «il principale leader della sinistra sulla scena mondiale».

L’infermiere di papa Francesco, Massimiliano Strappetti, ha rivelato in questi giorni un episodio che merita particolare attenzione: «Una volta mi feci serio e gli confidai che sono divorziato. “E qual è il problema?”, mi disse. Poi s’informò: “Ma te la fanno fare, la comunione?”. E aggiunse: “Perché altrimenti dimmi come si chiamano quei preti che si rifiutano, ci vado a parlare io!”. Un papa coraggioso».

La fonte – attendibile anche se va presa con beneficio d’inventario perché il de cuius è ovviamente impossibilitato a rettificare – segnala che il papa valutava la condizione di un divorziato in modo non problematico. Nessuno – e meno che mai noi – vuole insegnare al papa come fare il papa ma solo ricordare che la carità non può mai andare disgiunta dalla verità. Dodici anni dopo la Chiesa che papa Francesco lascia è più conosciuta ma meno creduta, divisa al suo interno, sempre presente nei media della sinistra più stantia ma con statistiche sacramentali che crollano in quasi tutto il mondo occidentale, le vocazioni continuano a diminuire e le diocesi tedesche sono prossime allo scisma.

***

La Sapienza di Leone

Leone XIV si recherà alla Sapienza giovedì 14 maggio dove incontrerà, fra gli altri, la rettrice e il Senato accademico. Come allora non ricordare uno degli episodi più ripugnanti della storia recente e cioè quando nel 2007 Benedetto XVI, pur invitato a parlare all’università romana, decise di declinare l’invito a seguito delle proteste di alcuni professori sponsorizzati dai giornaloni e in primis dal papa laico Eugenio Scalfari? In tale occasione il filosofo marxista-comunitarista torinese Costanzo Preve (1943-2013) difese il pontefice e riassunse la sua posizione in maniera netta e dura: «Dietro lo scontro Ratzinger-laici c’è da un lato il recupero del grande umanesimo classico, a partire da Aristotele. Dall’altro, una ricostruzione fumettistica della storia dell’umanità, della filosofia e della religione». 

print_icon