BERLUSCONES

Succession in Forza Italia: Cirio studia da segretario con la sponda di Marina e il viatico di Tajani

La Cavaliera gli ha affidato la missione di sedare le rivolte locali, celebrando pochi congressi ma unitari. Per il governatore è la prima prova di leadership nazionale in vista del 2027 quando il merluzzone ciociaro dovrebbe sloggiare dalla guida del partito

Una linea sottile che collega Torino a Milano, va fino a Bruxelles e arriva a Roma, più precisamente alla segreteria di Forza Italia. Su quella traiettoria si muove Alberto Cirio, governatore del Piemonte e vicesegretario nazionale, sempre più al centro di un sommovimento interno al partito che guarda dritto al 2027. Non (ancora) una corsa dichiarata, ma poco ci manca: l’idea di raccogliere il testimone da Antonio Tajani prende sempre più forma, tra equilibri politici, rapporti personali e una strategia complessiva che punta a ridisegnare il profilo degli azzurri.

La principale leva di Cirio nella scalata al vertice, a oggi, è il suo rapporto con la famiglia del fondatore, l’“insostituibile” Silvio Berlusconi. In particolare con la figlia primogenita Marina, con cui i contatti sono frequenti e consolidati. L’ultimo incontro tra i due, lo scorso 13 aprile nella residenza meneghina della presidente di Mondadori in corso Venezia, viene letto negli ambienti azzurri come un passaggio tutt’altro che rituale, bensì una sorta di esame generale.

Più che una semplice interlocuzione, l’affinamento di una sintonia su quella che dovrà essere la “nuova” Forza Italia: meno schiacciata sulle posizioni della destra sovranista oggi egemone nella coalizione di centrodestra con Fratelli d’Italia e Lega, e più ancorata a un’identità moderata, liberale ed europeista. E soprattutto una prova delle capacità di mediazione tra le diverse fazioni.

L’asse con Tajani

Fuori dalla famiglia, il principale sponsor di Cirio alla leadership del partito sarebbe paradossalmente proprio l’attuale segretario, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Sempre più percepito come a fine ciclo, nei fatti “commissariato” dai vertici “aziendali” e familiari, lo statista ciociaro vedrebbe nel governatore piemontese un successore affidabile, cresciuto politicamente sotto la sua ala fin dai tempi in cui entrambi erano al Parlamento europeo, sicuramente non un regicida.

Un rapporto di lunga data che ha avuto il suo snodo decisivo quando Tajani, allora presidente dell’Europarlamento, si spese apertamente per la candidatura di Cirio alla guida del Piemonte, bruciando sul tempo alleati e candidature alternative, in primis quella di Paolo Damilano. Un’investitura che oggi pesa negli assetti interni: Cirio è considerato leale, a differenza di altri possibili contendenti come il governatore della Calabria Roberto Occhiuto o il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, percepiti come monadi autonome e assai meno prevedibili nelle loro traiettorie agli occhi dell’attuale leader.

Congressi: la prima prova

Se il congresso nazionale slitta – probabilmente a dopo le Politiche del 2027 – la battaglia si sposta sui territori. Ed è qui che Cirio si gioca molto del suo futuro. Da vicesegretario con delega all’organizzazione, ha in mano la gestione dei congressi regionali, che si terranno “a geografia variabile”: solo dove esistono le condizioni per evitare scontri frontali.

L’impostazione è chiara: niente rese dei conti, niente assise trasformate in guerriglie fratricide. “Devono creare condivisione, non divisioni”. Una scelta che evita il rischio di una conta generalizzata, ma certifica anche le difficoltà del partito.

E il Piemonte, in questo scenario, rappresenta un’isola (quasi) felice: nonostante tensioni tra i ministri Paolo Zangrillo e Gilberto Pichetto Fratin, una quadra è sul punto di essere trovata. Altrove, invece, il quadro è più critico. In Lombardia lo scontro interno tra l’attuale segretario regionale Alessandro Sorte e i “ronzulliani” è arrivato fino al Tar; in Sardegna e Puglia le divisioni sono profonde; in Campania volano i coltelli. Insomma, ci vogliono dosi massicce di furbizia langhetta e di quella sottile arte dell’opossum per cimentarsi in un’impresa simile. Gestire senza strappi questa fase significherebbe per Cirio accumulare consenso interno ai quadri del partito e, soprattutto, colmare il suo principale vulnus: una vera notorietà nazionale, a oggi ancora piuttosto contenuta.

Nocciole einaudiane

Ma Cirio non intende misurare la propria “caratura” di leader soltanto sul piano organizzativo. Sa bene che, per imporsi alla guida del partito, deve costruire un profilo politico riconoscibile, capace di parlare sia al gruppo dirigente sia all’opinione pubblica.

Il richiamo a quel liberalismo di marca cuneese – pragmatico, concreto, profondamente radicato nella terra – che trova il suo baricentro nel “buongoverno” einaudiano, è destinato a trovare ulteriore conferma negli atti concreti, anche alla guida della Regione nell’ultimo tornante della legislatura.

In fondo, absit iniuria verbis, il conterraneo Luigi Einaudi ha concepito il liberalismo anzitutto come un metodo, una forma mentis: allergia ai dogmi, avversione ai regimi e una solida dose di buon senso. E proprio nelle Langhe, da giovane imprenditore agricolo, che il futuro presidente della Repubblica maturò una visione del mondo in cui radici, tradizione e innovazione si fondono, sostenendo una prassi orientata alla crescita economica e sociale della comunità.

Cirio, da coltivatore di nocciole, incarna quel mondo fatto di valori e aspirazioni. Non stupisce quindi –  e non è una novità – la sua orgogliosa rivendicazione di antifascismo alla recente celebrazione del 25 Aprile a Dronero, né la dichiarata volontà di imprimere una svolta sui diritti civili all’azione della sua giunta: “La libertà non la concede lo Stato ma il semplice fatto di essere uomo e donna: nasciamo liberi e con dei diritti. Lo Stato deve regolarne il rispetto”.

Vento del Nord

Dettaglio non marginale: Cirio è uomo del Nord. Di quel Nord della piccola e media impresa, travolta dalle crisi ma ancora capace di produrre pil e ricchezza; di quel Nord che reclama maggiori attenzioni, troppo spesso lasciato solo in balìa degli tsunami internazionali. È il Nord che fu il cuore del berlusconismo: i ceti produttivi, il popolo delle partite Iva. Gli stessi che, per un periodo, hanno affidato le proprie rivendicazioni persino alla Lega e che oggi si sentono traditi dalla svolta sovranista e destrorsa di Matteo Salvini. E si sentono orfani.

È a loro che i figli di Berlusconi chiedono di tornare a rivolgersi. E Cirio – non solo per aver iniziato la sua carriera politica proprio sotto lo spadone di Alberto da Giussano – è, tra i massimi dirigenti di Forza Italia, il più credibile. Lo ha dimostrato quando, mentre quasi tutti nel partito bombardavano l’Autonomia differenziata — a partire dal suo “gemello diverso”, il governatore della Calabria Occhiuto, altro vicesegretario — lui ha tirato dritto fino alla firma delle preintese.

Ed è sempre Cirio ad aver insistito perché il tour della Farnesina sull’export partisse proprio dal Piemonte (si terrà mercoledì 29 aprile alle Ogr di Torino): “L'iniziativa, promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e realizzata con il supporto della Regione Piemonte – come si legge nell'invito rivolto alle imprese –, è dedicata alle regioni del Nord Italia, con l’obiettivo di valorizzarne il contributo strategico alla crescita dell’export italiano”.

Del resto, a conferma del suo accresciuto peso negli equilibri interni, Cirio ha messo a segno il colpaccio portando il monregalese Enrico Costa alla guida dei deputati azzurri, scalzando il consuocero di Tajani, Paolo Barelli, da tempo inviso ai figli del Cav. Un risultato costruito con pazienza, smussando gli angoli in un lavoro certosino condotto di concerto con la vecchia eminenza azzurra Gianni Letta.

Il doppio sogno

Il destino di Tajani si intreccia con quello del suo possibile successore. L’attuale leader azzurro è arrivato al capolinea come capo del partito e guarda al 2027 come a un passaggio verso la presidenza del Senato, trampolino ideale per un obiettivo ancora più ambizioso: il Quirinale nel 2029, quando scadrà il mandato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Uno scenario da leccarsi i baffi per il merluzzone ciociaro, che tuttavia presuppone una conditio sine qua non: la vittoria del centrodestra alle prossime elezioni politiche. Non affatto scontata, soprattutto con l’attuale legge elettorale. Per non dire dei chiari di luna postumi alla sconfitta referendaria.

Torino o Roma?

Per Cirio resta un nodo strategico: giocare la partita restando governatore – con mandato fino al 2029 – o tentare il salto a Roma. Anche in questo caso la scelta dipenderà molto dall’esito delle Politiche e dagli equilibri interni al partito.

Le carte, però, iniziano a essere sul tavolo: rapporti solidi con la famiglia Berlusconi, l’appoggio del segretario uscente, il controllo di una fase organizzativa cruciale e un profilo politico coerente con la svolta richiesta dai vertici della famiglia. Se riuscirà a trasformare questi asset in consenso reale, l’approdo alla segreteria non sarà più solo una semplice ipotesi.

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