Correnti, sale della democrazia

Un’antica riflessione dei leader della sinistra sociale democristiana era quella che per misurare la bontà e l’affidabilità dei progetti annunciati sulla riforma istituzionale avanzata dai vari partiti era appena sufficiente verificare come veniva praticata la democrazia all’interno di quegli stessi partiti. Detta con altre parole, i partiti personali, i partiti privi di democrazia interna e i partiti dove il potere è quasi statutariamente concentrato nelle mani del capo non sono scientificamente credibili proprio sotto il versante delle riforme istituzionali e costituzionali.

Per questa semplice e persin banale ragione la democrazia all’interno dei partiti, ieri come oggi la regola è sempre la stessa, non è una variabile indipendente ai fini della conservazione della democrazia e della sua qualità nel nostro ordinamento democratico. E il miglior modello di riferimento di democrazia interna ad un partito resta, piaccia o non piaccia, quello incarnato e rappresentato per quasi 50 anni dalla Democrazia Cristiana. Ovvero un partito che contava molti leader e statisti al suo interno ma che non aveva capi indiscussi e dispotici. Leader che indubbiamente, e grazie al loro magistero politico, erano punti di riferimento della propria corrente, della propria area culturale e sociale e dello stesso partito ma che non pretendevano di ridurre tutto il resto a comparse o ad un esercito di ubbidienti. E questo perché il rispetto della democrazia interna era quasi un dogma.

Regole democratiche, sistema proporzionale interno, congressi regolari, confronto tra tesi politiche diverse e in ultimo, ma non per ordine di importanza, elezione democratica degli organi dirigenti e non acclamazioni. La “democrazia dell’applauso”, per dirla con Norberto Bobbio, non era né una regola e né una eccezione. C’erano certamente gli applausi e i fischi, soprattutto i fischi, nei congressi nazionali e locali, ma non come strumento della selezione e della elezione della classe dirigente di partito. A livello nazionale come a livello locale la regola democratica era la strada maestra. E questo perché il partito era uno strumento sempre contendibile e mai luogo dove il capo decideva per tutti. A prescindere da qualsiasi regolamento o statuto.

Ecco perché, e proprio in un momento che richiede il recupero dei valori e dei principi democratici e liberali anche e soprattutto all’interno dei partiti, non è necessario inventare nuovi modelli o riscrivere regole innovative e rivoluzionarie. Molto semplicemente è sufficiente gettare lo sguardo a com’era organizzato e disciplinato il più rappresentativo partito italiano nella storia democratica del nostro paese, cioè la Democrazia Cristiana. Un partito fatto e articolato per correnti - seppur non sempre “correnti di pensiero” ma anche “correnti di potere”, com’è naturale che sia in una grande organizzazione politica - ma caratterizzato dal rispetto delle regole democratiche interne. Ed è anche per queste ragioni che la Dc era credibile quando parlava di come riformare lo Stato e le sue istituzioni. E questo perché la Dc la democrazia la praticava al suo interno e non soltanto nella propaganda o nelle piazze.

Un monito che dovrebbe essere d’esempio per i vari capi politici contemporanei che distribuiscono quotidianamente pagelle di diritto costituzionale ma che poi, altrettanto puntualmente, gestiscono i rispettivi partiti con atteggiamenti dispotici, anti democratici e semi dittatoriali. Per questo motivo non sono credibili quando parlano di riforme istituzionali e, men che meno, di riforme costituzionali. Da qualunque parte arrivano questi annunci e propositi di cambiamento istituzionale.

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