CAVOLETTI DI BRUXELLES

Aree disagiate, fondi dimezzati. Spesa solo la metà delle risorse

In 10 anni su 1,2 miliardi dell'Ue per i territori interni sono stati impiegati appena 706 milioni. Enormi ritardi e un eccesso di burocrazia all'origine del flop. Bussone (Uncem): "Un delirio". In Piemonte 10 milioni per ciascuna delle 4 zone (che salgono a 6)

Disagiati e non meno trascurati. I territori delle cosiddette aree interne, che coprono circa il 17% del territorio nazionale e contano poco più di due milioni di abitanti, in un decennio hanno visto impiegato solo il 56% dei fondi europei destinati a migliorarne le condizioni.

Scuole, strade, sanità, mobilità e altri servizi di primaria importanza per i 1.904 comuni, da Nord a Sud del Paese – di cui circa 370 solo in Piemonte – pagano quello che non può essere definito altrimenti se non un fallimento di quella “strategia nazionale” varata con la programmazione 2014-2020, con una dote di 1,2 miliardi di fondi di coesione, dei quali è stata spesa appena poco più della metà.

La “Relazione sugli interventi nelle aree sottoutilizzate”, allegata al Documento di finanza pubblica approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri, nelle sue previsioni di pagamento, così come una dettagliata analisi del Sole 24 Ore, mette in luce uno dei problemi più grandi e longevi del Paese: non riuscire a spendere (bene) i soldi anche quando i cordoni della borsa non sono troppo stretti e le casse sono abbastanza fornite.

Le cause del flop

Un flop evidenziato anche dal ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, nel corso dell’audizione in Parlamento. Ritardi, innanzitutto: la procedura per la definizione degli accordi di programma si è conclusa soltanto nel 2021. E poi quella che è difficile non chiamare confusione, con una nebbia sui procedimenti che avrebbe accompagnato il passare del tempo senza un quadro esatto e aggiornato su come e quanto si stesse impegnando concretamente rispetto al fondo a disposizione.

Nel frattempo, quei piccoli comuni dove un ambulatorio, così come una farmacia o un servizio di bus, può fare molta differenza finivano per essere destinatari di aiuti arrivati pressoché dimezzati e con ritardi figli di tanti padri.

Uncem: “Un delirio”

“Un delirio”, così lo definisce Marco Bussone, presidente nazionale dell’Uncem, l’Unione dei Comuni e delle Comunità montane, ovvero quelle istituzioni che, proprio per la loro collocazione geografica e le loro dimensioni, compongono le aree interne. Dietro al lapidario giudizio su quanto avvenuto, e più ancora su ciò che non è stato fatto in dieci anni, c’è una storia di burocrazia, intoppi e lentezze, le cui responsabilità e cause sono distribuite a vari livelli.

Con l’avvio della strategia nel 2014, ciascuna area ha definito un accordo di programma quadro che poggiava su due pilastri: quello dello sviluppo socioeconomico, con interventi come la realizzazione di centrali a biomasse, e quello della riorganizzazione dei servizi pubblici, indirizzato in particolare a scuole, trasporti e sanità. “Ma ogni area ha impiegato molto tempo per definire gli accordi, tant’è – ricorda Bussone – che sono stati validati dalle Regioni e dal Governo solo attorno al 2021”. Un periodo in cui il Paese era ancora in piena pandemia da Covid, circostanza che ha finito per aggiungere ritardi a ritardi per quelle opere che finalmente erano state sbloccate.

Pnrr e Covid

“Poi è arrivato il Pnrr, che in qualche modo ha finito per distrarre l’attenzione da quel dossier. Non solo – aggiunge il presidente di Uncem –: il Piano nazionale di ripresa e resilienza, con le sue necessità, ha indebolito le strutture burocratiche di enti che, per le loro dimensioni, già faticano nella gestione ordinaria”.

Il risultato di questa micidiale tempesta perfetta sta lì, in quei numeri che dicono come delle risorse disponibili ne sia stata utilizzata poco più della metà, mentre già si prepara la programmazione 2021-2027, che vede aggiungersi 56 nuove aree interne alle 72 già comprese nel piano, portando il bacino di utenza a circa 4,6 milioni di abitanti.

Il caso Piemonte

Un quadro all’interno del quale emergono, tuttavia, differenze anche importanti. “Il Piemonte ha avuto, nel 2014, quattro aree interne destinatarie dei fondi: circa dieci milioni di euro per ciascuna, ovvero Valli di Lanzo, Ossola, Grana e Maira e Val Bormida. Un terzo dei fondi era finanziato dal Fondo sviluppo e coesione e il resto da risorse, sempre di origine europea, ma gestite dalla Regione. Tra queste aree ce ne sono alcune che non sono molto avanti nell’impiego del denaro, ma che avrebbero bisogno di ulteriori erogazioni”, spiega Bussone.

Cita l’esempio delle Valli di Lanzo, dove è stato finanziato il servizio di ostetriche di comunità, “che, quando si esauriranno i finanziamenti, rischierà di non poter più essere garantito”. Negli ultimi due anni si sono aggiunte un paio di aree all’elenco del Piemonte: quella della Valsesia e quella delle Terre del Giarolo, nell’Alessandrino.

Per queste, così come per le altre nuove aree del Paese che soffrono difficoltà di collegamenti e servizi, inserite nell’ulteriore ciclo di programmazione, resta la speranza di non ripetere il flop. La speranza, appunto. Non la certezza.

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