Le ombre sul 25 Aprile
Juri Bossuto 06:00 Giovedì 30 Aprile 2026
“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.” Il proclama redatto da Sandro Pertini il 25 aprile 1945 a Milano segnò la parola “fine” al regime fascista. Lo sciopero generale fu l’atto insurrezionale decisivo: la fase finale della guerra di Liberazione.
Il 22 aprile 1946, il principe Umberto II di Savoia, luogotenente del Regno d'Italia, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, emanò un decreto legislativo recante “Disposizioni in materia di ricorrenze festive”. L'articolo 1 stabiliva: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”.
Seguirono altri decreti nel 1947 e nel 1948, finché nel 1949 la Festa della Liberazione acquisì ufficialmente lo status di celebrazione nazionale festiva. Le sfilate di quegli anni videro la partecipazione di migliaia di partigiani con i propri stendardi e le bandiere dei battaglioni ribelli. I drappi rossi e il Tricolore riempivano le piazze del dopoguerra, mentre iniziava a serpeggiare la delusione per l'amnistia concessa ai gerarchi del Duce e per il loro reinserimento nei gangli vitali dell’amministrazione statale.
In Francia, la festa della liberazione ricorre invece il 25 agosto, anniversario dell’ingresso del generale De Gaulle a Parigi (1944) e della conseguente resa nazista. In quella data i comuni francesi, a prescindere dal colore politico delle amministrazioni, organizzano eventi commemorativi che si concludono con i tradizionali fuochi d’artificio.
La ricorrenza assume una partecipazione più vivace, emozionale, nella nostra Penisola: lo stesso pathos che il popolo d’oltralpe riserva invece alla Presa della Bastiglia del 14 luglio (data che, ancora oggi, genera forti contrapposizioni tra gli eredi dei giacobini e il mondo filo monarchico, conservatore). In Italia, Il 25 aprile rappresenta la fine del sanguinoso conflitto mondiale, costato la vita di migliaia di giovani nei campi di battaglia; lo stop ai micidiali bombardamenti americani sulle città del Nord (tra cui Torino); la fine agli eccidi e ai massacri perpetrati dai repubblichini e dalle SS tedesche; la caduta di un odioso regime fondato sul terrore e sulla violenza.
La Festa della Liberazione dovrebbe quindi essere un momento di Festa, di unità del Paese, ma purtroppo ogni anno viene segnata da polemiche, provocazioni, e contromanifestazioni nostalgiche. Le sfilate in camicia nera e i saluti romani, seppur vietati dalla legge, sfidano apertamente la ricorrenza, così come le provocazioni provenienti da certi ambienti liberal-riformisti tendono a spingere il significato della data in un preoccupante cono d’ombra.
Queste forze sentono spesso il dovere di presentarsi ai cortei dell’Anpi con vessilli estranei al contesto storico, quasi a voler scardinare l’egemonia antifascista delle celebrazioni. Bandiere ucraine, statunitensi, israeliane o dello Scià di Persia pretendono di sfilare accanto a quelle della Brigata Garibaldi o ai colori palestinesi. È un gioco al rialzo ogni anno più squallido, che sembra mirare più alla polemica mediatica del “giorno dopo” che alla memoria storica.
La volontà di piccoli gruppi di imporre i simboli di “regimi amici”, che non spiccano certo per la difesa dei valori democratici, sembra utile soprattutto a fomentare i dibattiti nei talk show. La dittatura dello Scià non fu meno oppressiva di quella imposta dalla teocrazia islamica che lo seguì; il potere a Kiev è attraversato da nazionalismi che richiamano figure controverse come Bandera; la “Brigata Ebraica” non combatteva sotto l’attuale bandiera dello Stato d'Israele, ma impugnava quella inglese, poiché lo Stato ebraico venne istituito qualche anno dopo la fine della guerra.
Una ricerca di visibilità, spesso accompagnata da attacchi infamanti diretti all’Associazione Partigiani, che rischia di ridicolizzare il significato reale del 25 aprile, proprio mentre gruppi neofascisti continuano a inneggiare al Duce a Dongo, Salò e Predappio.
I politici “democratici” che si prestano a questa sceneggiata autolesionista otterranno forse la visibilità sperata, ma figureranno nei libri di storia come corresponsabili di una distrazione mediatica collettiva realizzata mentre, nel tessuto sociale, l’estrema destra nostalgica lavora alla scalata del potere, a un ritorno in auge dopo 81 anni.
Il danno causato da tali azioni provocatorie è evidente. L’informazione dedica ampio risalto all’allontanamento dai cortei di piccoli gruppi con bandiere israeliane o ucraine, e riserva poco spazio a fatti gravissimi, come i colpi di arma da fuoco esplosi verso il corteo di Roma (le cui indagini sembrano guardare alla pista sionista di estrema destra) che hanno ferito due militanti dell’Anpi, oppure l’atto vandalico contro la lapide di Largo Montebello a Torino. Atti gravi, allarmanti, che un tempo avrebbe generato un’indignazione bipartisan.
Sventolare strumentalmente una bandiera può portare vantaggi immediati in termini di consenso, ma il conto presentato alla credibilità della Repubblica nata dalla Resistenza si fa ogni anno più salato. L’inconsapevolezza narcisistica scuote con vigore le fondamenta repubblicane per cambio di 5 minuti di notorietà: i nostalgici del Ventennio ringraziano sentitamente.


