Quei feudi "intoccabili" boariniani. Repole prosegue la riorganizzazione
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 03 Maggio 2026In arrivo una nuova tornata di trasferimenti e nomine di parroci nella diocesi di Torino. Sullo sfondo, il peso degli istituti di sostentamento del clero e i giochi di potere interni. Intanto in Vaticano fanno discutere certe aperture ecumeniche
Avvolta nel segreto più assoluto – si fa per dire – sarà annunciata a breve la nuova ondata di trasferimenti e nomine di parroci nella diocesi di Torino. In particolare riguarderanno, insieme ad accorpamenti di parrocchie, la zona di sud, tra cui Carmagnola, Poirino, Racconigi ecc. fino a toccare la roccaforte boariniana di Bra dei fratelli Garrone, quest’ultima da sempre, con il suo “seminario” di vocazioni “sicure”. Con questa tornata l’alleanza psico-affettiva che governa la diocesi dovrebbe aver completato il suo obiettivo, rimanendo intoccabili i feudi di Grugliasco, Orbassano e Pianezza dove vige ancora il codice pio-benedettino del 1917.
Diversamente dagli ultimi trasferimenti che hanno lasciato una scia di malumori (compresa la cacciata dei Padri del Verbo Incarnato), in questa occasione le cose sono avvenute con un po’ più di far play e don Mario Aversano ha evitato di fare da pungiball e ricevere improperi. L’arcivescovo anche questa volta non si è materializzato preferendo, come sempre, volare alto e non avere troppo a che fare con le lamentele dei preti.
Il sostegno del clero
Gli istituti diocesani di sostentamento del clero, creati a seguito degli accordi di Villa Madama del 1984 in cui confluirono le mense vescovili e i benefici parrocchiali, sono enti ecclesiastici presenti in ogni diocesi che hanno il compito di gestire e amministrare l’ingente patrimonio immobiliare e agricolo al fine di assicurare il mantenimento dei preti diocesani attraverso un sistema di remunerazione uniforme e congrua. I principali introiti degli istituti derivano dagli affitti e vendite degli immobili.
Collegato con la Cei ha sede a Roma invece l’Istituto centrale di sostentamento del clero che ha il compito di gestire l’integrazione economica e i contributi previdenziali dei sacerdoti. Nel suo consiglio di amministrazione siedono ben tre piemontesi. Uno di essi, nato a Costigliole d’Asti ma milanese di adozione, è il suo presidente nella persona di monsignor Luigi Testore, vescovo di Acqui, classe 1952, ordinato nel 1977, per lunghi anni segretario del cardinale Carlo Maria Martini, economo diocesano e presidente della Caritas ambrosiana, consacrato vescovo nel 2018 e nominato ad Acqui nello stesso anno. Dotato di competenze di carattere economico-finanziario egli ha risanato in men che non si dica le finanze della diocesi lasciategli, non per sua colpa, dal predecessore, il buono e pio monsignor Piergiorgio Micchiardi. Purtroppo, la diocesi di Acqui è però in stato prefallimentare dal punto di vista generale e vocazionale e qui non basteranno le qualità del vescovo a porvi rimedio.
Il vicepresidente, nominato da poco, è invece un vercellese di razza e cioè il ben conosciuto Antonello Monti, classe 1980, laureato in Scienze agrarie e dottore di ricerca, con uno stuolo di incarichi di prestigio. Prediletto dai vescovi piemontesi che lo avevano nominato quale loro rappresentante nel Cda della Fondazione Crt, coinvolto nelle complesse vicende del cosiddetto “patto occulto” che portarono prima alla detronizzazione di Fabrizio Palenzona e successivamente alla sua iscrizione nel registro degli indagati.
Il terzo è invece una figura pittoresca e cioè l’arciprete di Caluso, don Loris Cena, classe 1970, ordinato nel 1997, che non si capisce bene quali competenze (pare in possesso un diploma magistrale) possieda per sedere in tanto alto consesso. Affabile e simpatico, sono sempre virali i video in cui, durante la festa dell’Uva, si scatena in piazza con le ninfe di Caluso facendo svolazzare nel ballo la sottana con rocchetto. Si diceva persino – o lo diceva lui – che fosse preconizzato vescovo, cosa che ai tempi di Francesco poteva essere più che verosimile.
Una benedizione sconcertante
Ha creato sconcerto e un fiume di commenti la “benedizione” dell’arcivescovo di Canterbury Sarah Mullally impartita nella cappella Clementina della basilica di San Pietro alla presenza del segretario del Dicastero per l’unità dei cristiani, monsignor Flavio Pace, il quale si è pure devotamente segnato, così che l’estetica della comunione abbia a coprire la frattura dottrinale fino a renderla invisibile. La domanda che un cattolico può legittimamente porsi non è se sia male che il papa riceva i capi di confessioni cristiane in imperfetta comunione con Roma, noi ricordiamo ancora Paolo VI che ricevette Michael Ramsey nel 1966.
Le ragioni diplomatiche (qualcuno ha avanzato il sospetto che dietro tutta la pompa dell’udienza vi sia la questione – irrisolta – dell’appartamento londinese sulla Sloane Avenue) per farlo esistono, sono antiche, e fanno parte di un modo legittimo di gestire le relazioni inter-ecclesiali ereditato dal Concilio Vaticano II. La domanda è un’altra: se una benedizione e i segni esteriori con cui la sua recezione si riveste, sono al servizio della verità della fede o funzionano, nella pratica, in contraddizione con essa. Se predicano ciò che la Chiesa crede o lo smentiscono davanti agli occhi del popolo fedele che vedendo le immagini della benedizione e dell’udienza udienza trarrà queste conclusioni simultanee: che i vescovi cattolici e la primata anglicana sono sostanzialmente la stessa cosa; che le differenze dottrinali di entrambe le chiese devono essere sfumature secondarie o mere forme culturali; che le posizioni della primata anglicana – il sacerdozio femminile, le unioni omosessuali, la posizione pro-choice sull’aborto, la pastorale affermativa dell’ideologia di genere – devono essere dottrinalmente compatibili con la fede cattolica, posto che il papa la riceve con onori e condivide con lei segni sacri.
A quella domanda bisogna rispondere con onestà. E la risposta onesta è che la scena di San Pietro ha sospeso, visivamente, la differenza tra sacerdozio cattolico e la sua imitazione anglicana. La dottrina cattolica sostiene che la degnissima e amabilissima persona di Sarah Mullalay (peraltro non più riconosciuta da quasi il 70% della Comunione anglicana) non è vescovo, non è sacerdote, non può consacrare l’Eucaristia, non può confermare validamente, non può assolvere sacramentalmente, non porta la successione apostolica, non è in comunione sacramentale con Roma. Tutto questo è ciò che – simultaneamente e secondo quanto stabilito da Leone XIII – è ancora vigente nella Chiesa. Se così non fosse non si comprenderebbe perché nel 2009 siano stati istituiti gli Ordinariati personali per consentire a «gruppi di anglicani», tra cui vescovi e pastori, di entrare in piena comunione con Roma.
L’ecumenismo autentico
Esiste un ecumenismo cristiano autentico, voluto da Cristo nella sua preghiera sacerdotale – Ut unum sint – e ordinato dal Concilio Vaticano II in Unitatis Redintegratio. Esso però non consiste nella cortesia protocollare che dissolve le differenze ma nel cammino paziente, esigente, dottrinalmente onesto verso la verità condivisa su Dio, su Cristo, sulla Chiesa, sui Sacramenti, sull’uomo creato maschio e femmina, sulla vita umana, sul matrimonio, sul ministero ordinato.
Quel cammino si percorre nominando le differenze con chiarezza, caricando il peso che quella chiarezza comporta, lavorando insieme nella verità – non nell’ambiguità – per ridurle. Perché se le verità si aggirano e si arriva ai segni intercambiabili, si abitua l’occhio cristiano a non distinguere e un cristianesimo che non distingue non è più cristianesimo ma una vaghezza religiosa decorativa. In fondo lo ha riconosciuto anche Leone XIV durante l’udienza a Sua Grazia: «Sebbene siano stati compiuti molti progressi su questioni storicamente divisive, negli ultimi decenni sono sorti nuovi problemi, rendendo il cammino verso la piena comunione più difficile».
Monsignor Pace ha dichiarato di aver avuto come guida proprio Unitatis Redintegratio ma forse non ha letto la sua conclusione: «Questo sacro Concilio esorta i fedeli ad astenersi da qualsiasi leggerezza o zelo imprudente, che potrebbero nuocere al vero progresso dell’unità. Infatti, la loro azione ecumenica non può essere se non pienamente e sinceramente cattolica, cioè fedele alla verità che abbiamo ricevuto dagli Apostoli e dai Padri, e conforme alla fede che la Chiesa cattolica ha sempre professato».
Ostie ai cani
Pare che ad Ecône in Svizzera, sede storica della Fraternità San Pio X (lefebvriani) sia ormai tutto pronto per le ordinazioni episcopali senza mandato pontificio che avranno luogo il 1° luglio prossimo. Così in Vaticano circola voce sia in preparazione il decreto per l’irrogazione della scomunica ai consacranti e ai consacrati. E fin qui tutto normale.
A Zurigo invece, sempre in Svizzera, in occasione della festa degli animali, organizzata dal parroco del Buon Pastore, don Marcel von Holzen, parti di Ostie consacrate sono state date in pasto ai cani, sacrilegio confermato dallo stesso parroco. Avviata un’indagine sull’accaduto, il vescovo di Coira, territorialmente competente, monsignor Joseph Maria Bonnemain, ha emanato un comunicato in cui si dice che quei fedeli che durante la Messa hanno condiviso il Corpo di Cristo con i propri cani «non hanno agito con intento sacrilego».
L’episodio segnala come ci si trovi di fronte alla prova plastica che il senso della Presenza Reale nel popolo di Dio è stato quasi completamente eroso da decenni di catechesi orizzontale e celebrazioni sciatte e insignificanti. Il fatto poi che un vescovo minimizzi l’accaduto appellandosi alla mancanza di dolo dei protagonisti evidenzia una crisi di autorità: il pastore anziché difendere l’integrità del Mistero e utilizzare la sanzione come strumento medicinale per risvegliare le coscienze, sembra preferire un approccio burocratico che finisce per giustificare l’ignoranza colpevole. D’altro canto, se l’Eucaristia è solo un banchetto e non si è mai visto che ad esso ci si rechi senza mangiare, perché astenersi e non farne partecipi anche gli animali che oggi hanno sostituito negli affetti gli umani? Sumunt boni, sumunt mali: sorte tamen inæquáli.
Papa Francesco (Guccini)
Un’allegra brigata di cui facevano parte il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, insieme al suo più stretto sodale piemontese, il vescovo di Pinerolo monsignor Derio Olivero, si è data convegno a Pavana nella casa avita del cantautore Francesco Guccini, naturalmente attorno a una tavola imbandita e davanti alle immancabili bottiglie di vino d’annata. Non mancava ovviamente la chitarra per accompagnare l’esecuzione del repertorio di brani tratti dall’aureo testo “Il Vangelo secondo Francesco” (Guccini non Bergoglio) oppure – più adatto all’Eminentissimo Zuppi uso a passare dai vespri tradizionali in latino al Pantheon ai fasti del Campo largo – al bellissimo gucciniano “Addio”: «...a chi si dichiara di sinistra e democratico però è amico di tutti perché non si sa mai ...». Sì perché anche per la Chiesa questa è l’epoca delle passioni tristi del cantautore ottantacinquenne: «le lotterie, l’unica fede in cui sperare».


