BERLUSCONES

Prove da leader e piani romani. Cirio gioca la carta dei congressi (assist involontario di Salvini)

Da regista delle assise di Forza Italia finora si è mosso piuttosto bene, anche se il difficile viene adesso nelle regioni polveriera, dove il partito ribolle. E il capo leghista gli dà una mano (senza volerlo) a spiccare il volo dal grattacielo nel 2027

Il primo giro è filato via liscio come l’olio. In Valle d’Aosta, lo scorso 18 aprile, nessun colpo di scena: unica candidata, eletta all’unanimità segretaria Emily Rini, pupilla del “merluzzone ciociaro” Antonio Tajani. Un avvio senza sbavature, quasi impeccabile, per inaugurare la stagione congressuale azzurra. Ma guai a pensare che per Alberto Cirio – governatore del Piemonte e vicesegretario nazionale di Forza Italia – il resto sarà una passeggiata. Altro che furbizia langhetta e arte dell’opossum: qui per emergere non basta galleggiare.

Perché è lui che tiene in mano il dossier congressuale, su mandato diretto di Tajani e con la benedizione – più che interessata – della Cavaliera. Il compito assegnato è tanto preciso quanto insidioso: deve far quadrare tutto senza far saltare niente. Né la linea del leader, per quanto “suonato” sotto i colpi degli azionisti di maggioranza, né gli equilibri interni di un partito che i Berlusconi vogliono largo, aperto, inclusivo. E affrancato dalle spire meloniane. Insomma, niente guerre di tessere, niente conta tra correnti, niente mozioni da congresso Dc. In casa azzurra si preferisce la pace armata.

Tra riconferme e patti

Le prossime date sono già segnate sul calendario: Marche il 15 maggio, Calabria il 17, Veneto il 21. Anche qui, sulla carta, zero scossoni. Era stata proprio Marina ad “autorizzare” congressi solo dove non ci sono mine sotto il tavolo. Dove invece si intravedono crepe? Tutto rinviato a dopo l’estate. Linea chiara: congressi unitari o niente.

E infatti i nomi sono già scritti, le assise saranno una formalità. Nelle Marche il senatore di Montefiascone Francesco Battistoni dismetterà la casacca di commissario per indossare la divisa di segretario, in Veneto riconferma per l’ex sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, mentre in Calabria, terra dell’altro “gemello diverso” di Cirio, Roberto Occhiuto, resterà al suo posto Francesco Cannizzaro, già proiettato verso la corsa a sindaco di Reggio.

Anche nel “suo” Piemonte la soluzione sarà unitaria: l’attuale numero uno, Paolo Zangrillo, facendo leva sulle sue entrature nella famiglia Berlusconi, vorrebbe continuare a guidare il partito, ma qualora l’ostilità di Gilberto Pichetto, anche lui con addentellati nella vecchia guardia di Arcore, si rivelasse insormontabile è pronta la mediazione: Roberto Rosso, attuale cavalier servente del ministro della Pa, nei fatti già facente funzione di coordinatore regionale. A Cirio, forte del suo consenso e della carica nel sinedrio di via in Lucina, in fondo chi sarà il prossimo segretario piemontese gliene fa un baffo.

Partito in ebollizione

Tutto troppo tranquillo? Appunto. Perché il vero problema non sta dove si vota, ma dove si borbotta. E in questo senso il Vesuvio non è solo una metafora. In Campania ribolle l’insofferenza verso la gestione del partito. Nelle ultime ore è spuntato un documento di tre pagine dal titolo che è già un programma: “Per il ripristino della democrazia interna, dell’identità politica e della credibilità istituzionale”. Per dirla papale papale un ampio fronte non ne può più di Fulvio Martusciello, europarlamentare, attuale coordinatore regionale, fedelissimo di Tajani. Il testo porta le firme di quattro parlamentari e tre consiglieri regionali. Non proprio un circolino del burraco.

Ci sono regioni dove Cirio ha già messo più di un piede, tessendo relazioni, interloquendo con i ras locali, costruendo quella rete che serve quando si sale di livello. E poi ci sono le piazze dove invece il terreno è accidentato, dove i capataz non sempre stanno al loro posto. Persino in Lombardia, cuore “storico” del berlusconismo e dove lo scontro tra il segretario Alessandro Sorte e i ronzulliani è finito addirittura davanti al Tar, non viene più guardato con malcelata diffidenza e iniziano a cercarlo in vista di un congresso che, se e quando si farà, inciderà sugli assetti di tutto il partito.

Il salto romano

Nel suo compito Cirio dovrà dimostrare di saper fare il federatore, non solo l’esecutore, di avere qualità di conduzione politica e non solo di empatia. Un cimento, certo. Ma anche l’occasione per cucirsi addosso i galloni da leader nazionale.

Perché il governatore piemontese il salto lo ha in testa da tempo. Vuole spiccare il volo dal quarantesimo piano del grattacielo, ma senza fare la fine dell’Icaro di provincia. Il che significa evitare mosse azzardate. Ogni passo va pesato, ogni parola va calibrata. Non a caso il refrain è sempre quello: “Per il futuro, quando sarà il momento, vedremo, ma farò solo scelte utili al Piemonte”. Non smentisce, ovviamente. Cammina sulle uova, con eleganza sabauda e prudenza da equilibrista.

L’assist di Salvini

Il vero snodo sarà il 2027, quando si tornerà alle urne per le politiche. Lì il suo nome sulla scheda è dato per altamente probabile. Poi, a bocce ferme, si vedrà: se si aprono spiragli a Roma – governo, incarichi istituzionali – oppure restare al Lingotto fino al 2029 e nel frattempo scalare il partito, puntando alla vetta nel dopo-Tajani. Uno scenario già sul tavolo.

E mentre a Palazzo Lascaris c’è chi prova a inchiodarlo alla poltrona – consiglieri ma anche assessori terrorizzati all’idea di elezioni anticipate, consapevoli di aver vinto un terno al lotto difficilmente replicabile – da Roma arriva un assist inatteso. O meglio, involontario. Matteo Salvini avrebbe in mente di candidare capolista alle prossime politiche non solo Luca Zaia, ma anche Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, governatori in carica con scadenza nel 2028.

Una mossa per arginare l’emorragia di consenso leghista e tenere agganciato l’elettorato del Nord produttivo, rimasto un po’ orfano della Lega delle origini. Ma che finisce per legittimare – di fatto – anche i piani di Cirio, con buona pace di chi confidava nella frenata dei vertici romani della coalizione. Perché il meccanismo è lo stesso: candidatura di scopo, traino elettorale, elezione quasi certa e poi si vede.

Esattamente quello che va raccontando anche il governatore piemontese. Prima si sale sul treno, poi si decide dove scendere. Nel frattempo, però, il viaggio conta, eccome. E in questo travaglio interno a Forza Italia, tra congressi senza battaglie e battaglie senza congressi, Cirio prova a giocarsi la partita più delicata: crescere senza far rumore. O, per dirla con un vecchio adagio di palazzo, fare il colpaccio senza che nessuno se ne accorga davvero.