Casa (renziana) nel campo largo.
Dai veti ai voti, a Torino con il M5s
Stefano Rizzi 07:00 Mercoledì 06 Maggio 2026
Il progetto riformista dell'ex premier incassa l'ingresso dell'ex ministra Madia, ma la componente più lontana da Schlein non si muove dal Nazareno. Borghi: "Siamo l'enzima per il perfetto metabolismo del centrosinistra". Sognando la Margherita
“Italia Viva è un enzima e, come tutti gli enzimi, ha la funzione di attivare un corretto metabolismo, in questo caso nel centrosinistra, e di trasmetterne il patrimonio genetico”. Nei panni del genetista della politica, Enrico Borghi – senatore e vicepresidente del partito di Matteo Renzi, in cui tre anni fa è migrato dall’ala riformista del Partito Democratico – non si era ancora palesato. Ma, nell’attesa di vedere se rinasceranno le margherite nel giardinetto della Casa Riformista, il cui uscio è stato appena varcato da Marianna Madia, lasciandosi alle spalle il Nazareno, a sorprendere non sono certo le metafore, anche in questo caso assai distanti da quelle ruspanti di Pier Luigi Bersani.
Senatore Borghi, mettendo da parte per un istante il microscopio e puntando il binocolo sulle prossime tornate elettorali – politiche e amministrative – cosa vede dal balcone della vostra casa?
“Già oggi siamo in presenza di due situazioni oggettive di cui non si può non tenere conto: la prima è la coesistenza, nel medesimo perimetro, del Pd, dei Cinquestelle e di Avs, che hanno effettuato un’operazione di richiamo di un elettorato di sinistra; la seconda è la presenza di tutte le culture riformatrici — socialdemocratiche, liberali, radicali — oggi frammentate in un eccessivo numero di formazioni politiche, che le porta a non incidere sull’elettorato”.
Tra queste c’è anche Italia Viva. Quindi la soluzione è superare la frammentazione e unire le forze. Semplice a dirsi, ma a farsi?
“C’è bisogno di un processo politico di ricomposizione che vale un peso elettorale a due cifre. Tutto dipende dalla capacità di aggregazione. Non di stati maggiori, però”.
Al momento, pur con non troppo ben nascosti mal di pancia, l’area riformista del Pd, il fronte cattolico di Graziano Delrio e altre componenti lontane dalla linea di Elly Schlein non mostrano alcun segnale di voler uscire per dar vita a una nuova Margherita.
“Non facciamo, né vogliamo fare, campagna acquisti. Tuttavia, chi si trova a disagio può decidere di tornare a casa…”.
Quella riformista. Un’ospitalità anche per una parte del mondo cattolico? Lei ha mosso i primi passi in politica nella Dc.
“Certamente mi auguro che una parte di quel mondo possa ritrovarsi in questo progetto”.
La porta di casa è aperta, ma c’è chi – come i Moderati di Mimmo Portas – al momento non sembra attratto dall’idea. Segnali che vi preoccupano, specie se valutati nella prospettiva delle elezioni comunali di Torino?
“Noi non abbiamo nessuna pregiudiziale nei confronti di nessuno. Servono due cose: una convergenza sui contenuti, come dimostrano le Primarie delle idee che abbiamo tenuto l’altro giorno a Torino, e anche una coerenza di sistema: siamo per costruire un centrosinistra a Roma, in Regione e in Comune. Non ci si può rispecchiare in cose diverse. Agostino Depretis è passato da tempo a miglior vita…”.
Messaggio chiaro: nessun trasformismo. Però a trasformarsi è stato il vostro atteggiamento, a partire da Renzi, rispetto ai Cinquestelle. Il mantra di Italia Viva, all’esordio e per un bel po’, era stato proprio il “mai con i Cinquestelle”, che pure aveva avuto un peso su un elettorato che aveva apprezzato quel muro. Adesso li andate addirittura a cercare. Cos’è cambiato?
“È la naturale conseguenza del realizzarsi di quel che dicevamo, ovvero fare politica con i voti e non con i veti. Quella era una stagione in cui venivano alzati paletti”.
Insomma, quando Renzi diceva “mai con i Cinquestelle” era perché loro dicevano “mai con Renzi”. Ma davvero i veti del partito di Giuseppe Conte sono scomparsi del tutto? Chiara Appendino e una parte del Movimento non sembrano proprio di quest’idea.
“Io prendo atto delle dichiarazioni di questi ultimi mesi. Noi parliamo con Conte e il lavoro parlamentare va in questa direzione e oggi abbiamo l’obiettivo politico di costruire un centrosinistra unitario che sia in grado di vincere le politiche e le amministrative nelle grandi città”.
Dove pensate di avere più chance?
“I dati ci dicono che le grandi città del Nord hanno sempre guardato con interesse a questo genere di proposta politica. Ricordo che nel 2001, a Torino, la Margherita fu il primo partito del centrosinistra alle elezioni che portarono alla vittoria di Sergio Chiamparino. Superò anche i Ds. Questo a dimostrazione che a Torino esiste un elettorato che deve poter trovare una sua condensazione politica, uscendo da una fase di grande frammentazione che ha indebolito le ragioni della coalizione di centrosinistra”.


