GIUSTIZIA

Sequestro di persona e violenze "con metodo mafioso": 7 anni e 6 mesi al "ras" dei mercatini

Ferrara, per anni volto dei grandi eventi torinesi come Cioccolatò e delle bancarelle di Natale. Per il tribunale usava intimidazioni per gestire affari e crediti. Tre le altre condanne, un assolto. Disposta anche la confisca della pistola "Caterina"

Sette anni e sei mesi di carcere. È la condanna inflitta dal tribunale di Torino a Francesco Ferrara, per anni dominus di eventi popolari come Cioccolatò e dei mercatini di Natale, finito al centro di un processo che ha squarciato il velo sul “metodo Ferrara”: intimidazioni, spedizioni punitive e regolamenti di conti che, secondo l’accusa, nulla avevano a che fare con le normali controversie commerciali.

Il collegio presieduto da Federica Florio, con a latere Elena Rocci e Giovanni Grasso, ha riconosciuto Ferrara colpevole di sequestro di persona e di un episodio di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Non estorsione consumata, come inizialmente contestato dalla procura, ma il cuore dell’impianto accusatorio ha comunque retto: quella modalità intimidatoria che la pm Manuela Pedrotta aveva descritto come una vera e propria cifra identitaria dell’imprenditore torinese del food.

Per un’altra vicenda contestata come estorsione, invece, il tribunale ha disposto il proscioglimento dopo la derubricazione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni e la mancanza della querela necessaria. La procura aveva chiesto una pena ben più pesante: dieci anni di carcere, nessuna attenuante e 30 mila euro di multa al termine di una requisitoria durata quasi tre ore.

Le altre condanne

Assieme a Ferrara sono arrivate altre tre condanne. Paolo Madoglio, ritenuto dagli inquirenti il suo braccio destro, ha avuto 3 anni e un mese di reclusione. Due anni per Francesco Onofrio. Nove mesi, senza aggravante mafiosa, a Felice Curcio, accusato di detenere per Ferrara una pistola semiautomatica ribattezzata affettuosamente “Caterina”. Assolto invece Rocco Natale Romeo “per non avere commesso il fatto”.

Il tribunale ha inoltre disposto la confisca dell’arma e il risarcimento alla parte civile assistita dall’avvocato Alessandro Bellina, con una provvisionale immediatamente esecutiva di 15 mila euro. Non solo: i giudici hanno trasmesso gli atti in procura per valutare l’eventuale falsità delle dichiarazioni rese in aula da due testimoni.

Il peso dell’aggravante mafiosa

Ma è soprattutto l’aggravante mafiosa a pesare come un macigno sulla sentenza di primo grado. Un’aggravante già riconosciuta nel procedimento abbreviato celebrato contro alcuni componenti della presunta “squadra dei picchiatori” legata a Ferrara, tra cui Giacomo Lo Surdo, ex capo degli Arditi e già coinvolto nell’inchiesta Minotauro. Secondo gli investigatori della Sisco, la sezione investigativa dello Sco torinese, erano loro a intervenire quando qualcuno osava reclamare crediti o provvigioni dall’imprenditore: minacce, violenze e, in un caso, persino un sequestro di persona.

“Lo chiamavano ‘Ndranga”, aveva scandito in aula la pm Pedrotta riferendosi a Ferrara, 49 anni, imprenditore “self made” che ha sempre respinto ogni contiguità con la criminalità organizzata. “Perché un imprenditore senza origini calabresi riceve un soprannome del genere?”, aveva domandato provocatoriamente il pubblico ministero, indicando poi la risposta nelle frequentazioni dell’imputato con soggetti condannati per 416 bis, nella presenza a funerali dal forte valore simbolico e nel sostegno economico garantito a persone finite in carcere.

Il “metodo Ferrara”

Per la Direzione distrettuale antimafia il quadro era chiaro: Ferrara avrebbe importato nel mondo degli affari un codice tipico delle organizzazioni mafiose, dove i dissidi commerciali non si affrontano davanti a un giudice civile ma attraverso punizioni esemplari, pubbliche e intimidatorie.

“La propensione alla violenza era evidente, prima verbale e poi fisica”, aveva sostenuto Pedrotta. “Chi mancava di rispetto a Ferrara doveva essere punito in modo plateale”. E ancora: “Chi si rivolge alle forze dell’ordine è un infame: non è questo un atteggiamento mafioso?”.

Secondo la procura, l’imprenditore non si sarebbe mai sporcato direttamente le mani. A fare il lavoro sporco erano gli “sgherri” di fiducia, incaricati di recuperare crediti, dare lezioni o “andare a prendere” chi osava mettersi di traverso. Una dinamica che gli investigatori avevano sintetizzato con un’espressione diventata centrale nel processo: il “metodo Ferrara”.

La difesa dell’imprenditore

Dal canto suo, l’imputato aveva respinto tutto. Persino il soprannome. “L’unico che mi chiama ‘Ndranga’ è un cliente e amico al quale ho chiesto più volte di smetterla”, aveva dichiarato durante l’interrogatorio. “Non ho rapporti con nessuna mafia né con la ’ndrangheta”. Per Ferrara si sarebbe trattato soltanto di rapporti di lavoro degenerati e di controversie commerciali finite male.

Il tribunale, almeno in primo grado, ha scelto di credere alla ricostruzione dell’accusa. E per quello che per anni era stato il “ras” di Cioccolatò e dei mercatini natalizi torinesi, la caduta è stata pesantissima.

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