Il nuovo apartheid sociale
Juri Bossuto 06:30 Giovedì 07 Maggio 2026
Calato il sipario sulle celebrazioni del 25 aprile e del Primo Maggio, si spengono i riflettori mediatici sulle speranze in un mondo "nuovo" e in un’esistenza più giusta per tutti i popoli del pianeta. La “Settimana Rossa” (definizione coniata con insofferenza dagli ambienti di destra) ha riempito le piazze delle grandi città: migliaia di cittadini uniti sotto i colori della pace, delle bandiere dell’ANPI e di quelle dei sindacati.
“Bella Ciao”, cantata ovunque nel mondo (dal Coro dell’Armata Rossa, al Vietnam passando per Ucraina e Kurdistan) è l’inno delle due feste nazionali, ma anche il grido di dissenso lanciato dai balconi al passaggio dei plotoni in giubbotto nero che sfilano a Predappio, come a Dongo, facendo il saluto romano al grido “Presente”.
Il risveglio del 2 maggio riporta bruscamente alla realtà, a un mondo dove dominano l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale. Un pianeta in cui persino i morti vengono gerarchizzati in base alla classe sociale, e alla nazionalità di appartenenza da vivi, complice un sistema mediatico solerte nell’assecondare chi governa (filtrando meticolosamente le notizie da rendere pubbliche e quelle da tacere). Alcune vittime, evidentemente, sono “più uguali” di altre: la pietà e la protezione internazionale sembrano riservate solo a chi si allinea al modello liberal-democratico occidentale.
Il Governo italiano, ad esempio, sta conducendo con fermezza una battaglia legale a favore delle famiglie coinvolte nella tragedia di Crans-Montana. In quella località svizzera, la notte di Capodanno, oltre 40 giovani hanno perso la vita a causa di un incendio innescato da candele scintillanti, fissate al collo delle bottiglie di champagne. Vittime dell’assenza di sicurezza, e della cupidigia dei gestori del locale, questi ragazzi sono stati onorati in Italia con i funerali di Stato, al pari di eroi di guerra o di vittime del terrorismo. Inoltre, la Presidenza del Consiglio si sta attivando per impedire che gli ospedali svizzeri esigano dalle famiglie l’oneroso saldo delle cure prestate ai feriti.
La sensibilità mostrata in questa occasione da Palazzo Chigi è condivisibile, ma la stessa doverosa attenzione istituzionale svanisce quando le disgrazie colpiscono le famiglie più fragili delle nostre periferie, i figli di chi attraversa il Mediterraneo su barconi di fortuna, oppure i bambini che muoiono di stenti a Gaza. Il sospetto che l’appartenenza alla classe sociale determini il valore della sofferenza si fa, purtroppo, certezza.
La medesima indifferenza si riflette pure nel silenzio rivolto ai volontari della “Flotilla” diretta a Gaza, con lo scopo di portare aiuti umanitari. L’accoglienza riservata ai militanti dall’esercito israeliano è stata segnata da violenze fisiche, i cui segni sono visibili sui volti dei pacifisti, e dall’arresto in acque internazionali di due giovani, ora sotto processo con l’accusa di terrorismo. Un procedimento che sfida apertamente lo stesso diritto internazionale e che potrebbe concludersi con la pena capitale (recentemente reintrodotta nel sistema penale dello Stato ebraico).
Un’azione umanitaria nata per salvare i bambini, obbligati a vivere in tende collocate vicino a fogne a cielo aperto e vittime anche dei morsi dei ratti, che rischia di concludersi tragicamente nel disinteresse delle istituzioni italiane ed europee.
È lo stesso distacco mostrato dalle cancellerie del Vecchio Continente nel 2014, quando a Odessa i nazionalisti ucraini, insieme alle milizie di “Pravy Sektor” (“Settore Destro”, di ispirazione neonazista, nonché protagonista dell’insurrezione di Piazza Maidan) diedero fuoco alla Camera del lavoro di Odessa. In quel rogo trovarono la morte decine di ucraini di etnia russa, molti dei quali lanciandosi dalle finestre. Una strage volutamente ignorata per non incrinare la narrazione occidentale “dell’aggredito e dell’aggressore”.
Oggi, ovunque, si delineano modelli di “democrazia” che ricordano l'apartheid sudafricano pre-Mandela: sistemi che dividono i propri cittadini in “protetti” ed “emarginati”, e in cui quest’ultimi (classi deboli ed etnie minoritarie) restano di fatto esclusi dal governo della nazione.
In Italia le carceri sono notoriamente sovraffollate. Centinaia di richieste di grazia giungono sulla scrivania del Presidente della Repubblica, e del Ministro della Giustizia, ma poche vengono accolte: tra quelle che hanno avuto seguito spicca il provvedimento benevolo concesso all’ex consigliera regionale Nicole Minetti. La differenza tra l’essere potenti o meno sembra riflettersi anche nei rapporti con la Legge: uguale per tutti, ma per qualcuno forse di più.
L’apartheid sociale, fondato su reddito e provenienza, governa ormai le decisioni politiche globali. Ci concede una singola settimana di speranza, lasciando che le restanti cinquantuno siano dominate dall’ingiustizia e dal cinismo del potere.


