Partiti autoreferenziali, torniamo alla democrazia

Uno degli aspetti che caratterizzano con maggiore forza e virulenza la debolezza degli attuali partiti è la loro sistematica autoreferenzialità. Partiti, cioè, che vivono all’insegna del culto del capo e dove il confronto, il dibattito, la dialettica sono sacrificati nella misura in cui non mettono affatto in discussione la qualità, il profilo, la natura e soprattutto il “comando” del capo. Partiti, appunto, dove vive una totale e quasi radicale identificazione tra quella comunità e quell’elettorato con il rispettivo “salvatore”. Altroché i congressi che decidono e certificano democraticamente la linea e il progetto del partito. Al massimo, per dirla con una efficace espressione della metà degli anni ‘80 del filosofo e politologo Norberto Bobbio, il tutto si riduce alla cosiddetta “democrazia dell’applauso”. Certo, ci sono molte varianti di questa concezione dei partiti e movimenti politici che sono attualmente in campo. Da partiti espressione di un’azienda - il cosiddetto ramo d’azienda - come l’attuale Forza Italia a partiti che sono il semplice e grigio prolungamento del capo partito. E, inoltre, partiti dove la democrazia interna è quasi vissuta come un oltraggio alla virtù salvifiche e miracolistiche del suo capo fondatore o leader indiscusso ed indiscutibile.

Ed è proprio questo il tarlo che corrode la credibilità, l’autorevolezza e la stessa funzione del sistema partitico nel nostro paese. Partiti, cioè, dove la concreta agibilità politica è sostanzialmente preclusa e dove, soprattutto, è quasi impossibile dare un proprio contributo politico che non sia sempre e solo coincidente con la linea dettata dal capo indiscusso. Ed è anche per questi motivi che la qualità della democrazia si perde progressivamente. Perché quando la democrazia interna ai partiti si dilegua o si appassisce è abbastanza evidente, nonché scontato, che poi è l’intero sistema democratico che entra in crisi. E non è un caso che già nella prima repubblica, cioè in un contesto politico profondamente diverso rispetto a quello contemporaneo, molti leader democristiani sostenevano, fondatamente, che quando si vuole conoscere la concezione che i singoli partiti hanno delle istituzioni è appena sufficiente verificare come quei suddetti partiti praticano la democrazia al loro interno.

È di tutta evidenza, quindi, che se si vuole ridare credibilità ai partiti, solidità alle nostre istituzioni democratiche e, soprattutto, qualità alla democrazia, è indispensabile ripartire proprio dal profilo, dal ruolo e dalla mission dei partiti. Delle due l’una. O i partiti riscoprono quello che prevede l’art. 49 della Costituzione oppure, e al contrario, diventano strumenti politici del tutto autoreferenziali, chiusi, impermeabili e strutturalmente e quasi statutariamente anti democratici. Anche perché partiti che non praticano la democrazia al proprio interno e strumenti che propagandano solo ed esclusivamente il verbo del capo né servono alla democrazia e né, tantomeno, sono utili per contribuire al rinnovamento e al cambiamento della stessa politica.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, attorno al ruolo e alla mission dei partiti, degli attuali partiti - purtroppo sempre più meri cartelli elettorali da un lato o strumenti nelle mani dei singoli capi dall’altro - noi capiremo anche quale sarà il profilo e la natura delle nostre istituzioni democratiche. Sotto questo versante, l’esperienza del passato - e quando cito il passato penso alla esperienza cinquantennale della prima repubblica - può ritornare utile se non addirittura necessaria ed indispensabile. E cioè, partiti che “concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ancora una volta, e come sempre, ci sovviene il ruolo fondamentale della Costituzione.

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