POLITICA & SANITÀ

Sanità, "meno vincoli alla mobilità, così il Piemonte può ridurre il deficit"

Il tetto alle strutture private accreditate impedisce di curare più residenti in altre regioni e portare soldi nelle casse del grattacielo. Aree di confine terra di conquista di pazienti. Perla (Aiop): "Rivedere regole troppo rigide che ci penalizzano"

Tafazzismo. I sintomi dell’ulteriore patologia di cui sembra essere affetto il sistema sanitario del Piemonte emergono non appena si va un po’ oltre il piagnisteo condito dalle solite buone intenzioni davanti al pesante sbilancio tra mobilità attiva e passiva.

Accuse e difese, recriminazioni e propositi si accavallano in queste ore dopo che è tornato d’attualità il tema di una notizia che lo Spiffero aveva pubblicato lo scorso 9 gennaio: i 24 milioni di disavanzo per le casse della sanità piemontese derivati dalla differenza tra quanto incassato per le cure prestate a residenti di altre regioni e quanto pagato a queste ultime per visite, esami, ricoveri e altre prestazioni erogate ai piemontesi che si sono rivolti a strutture pubbliche e, soprattutto, private oltre i confini regionali.

Pecora nera

L’anomalia piemontese, infatti, non sta soltanto nell’essere la pecora nera del Nord, dove tutte le altre grandi regioni incassano più di quanto spendono, ma emerge soprattutto nell’approccio a questo tema, che pare contraddistinto da non pochi lacci e lacciuoli facilmente trasformabili in un cappio.

Tra i numerosi rigidi paletti che l’attuale governo regionale della sanità, seguendo le orme dei precedenti, continua a porre con effetti di evidente autolesionismo, c’è quello che riguarda proprio la mobilità attiva, ovvero la capacità di attrarre pazienti – e quindi risorse – dalle altre regioni. Una capacità che viene esercitata e potrebbe esserlo ancora di più non solo dalle strutture pubbliche di eccellenza, ma anche e soprattutto da quelle private. Ed è qui che, in un intreccio ideologico-burocratico, il sistema mostra tutti i suoi limiti e ne subisce le conseguenze.

Vincoli da superare

“Se la mobilità passiva va contrastata garantendo prestazioni in tempi brevi, obiettivo ancora lontano dall’essere raggiunto, come attestano le liste d’attesa, quella attiva deve e soprattutto può essere potenziata per ridurre o addirittura annullare l’esborso di risorse economiche dalle casse piemontesi”, sostiene Giancarlo Perla, presidente regionale di Aiop, la principale associazione di rappresentanza della sanità privata.

E Perla non si limita a un enunciato, tutto sommato semplice e condivisibile. Entrando nel merito delle azioni volte a portare in Piemonte pazienti di altre regioni, introduce una questione che grava sul sistema da anni e che da anni i privati chiedono di superare.

“Il limite al budget per le prestazioni erogate dai privati in regime di accreditamento, che in Piemonte è fermo da anni a 698 milioni, dovrebbe poter essere superato per tutte quelle prestazioni fornite a pazienti non residenti, che vengono di fatto pagate dalle regioni di provenienza”, sostiene il presidente di Aiop.

Soldi per il Piemonte

Il ragionamento è semplice: il costo di visite, esami e ricoveri effettuati per pazienti non piemontesi viene rimborsato al Piemonte dalle regioni di residenza e, quindi, non comporta un aggravio per il tetto di spesa regionale. Anzi, se quelle prestazioni fossero consentite in misura maggiore – “e il nostro sistema ha le potenzialità di farlo senza incidere sui tempi e sulla qualità delle cure” – contribuirebbero ad abbattere in maniera significativa lo sbilancio, garantendo alla Regione risorse che oggi finiscono altrove.

“Per noi non sarebbe neppure un problema attendere un paio d’anni, come già avviene, per incassare quei pagamenti”, osserva ancora Perla, che a nome dei privati torna a riproporre la questione a ogni incontro con i vertici della Regione, finora senza risultati.

Nel frattempo, il piatto della bilancia della mobilità passiva continua a farsi sempre più pesante, anche in virtù di scelte che nel tempo non hanno rafforzato le strutture pubbliche nei territori di confine. Aree che continuano a essere terra di conquista per gruppi sanitari con cliniche fuori dal Piemonte e verso le quali, spesso, vengono indirizzati i pazienti più “redditizi”, alimentando così l’esborso per il sistema sanitario regionale.

Il solito rituale

Logiche di mercato legittime, alle quali forse occorrerebbe rispondere in maniera altrettanto efficace. Lo stesso divieto per i privati accreditati di aumentare fino al 3% il budget nelle regioni che non sono in equilibrio di bilancio – come il Piemonte – più che una garanzia rischia di apparire come un ulteriore ostacolo al recupero di risorse economiche.

E tutto il resto, dalle recriminazioni alle strade lastricate di buone intenzioni, finisce per ridursi al solito rituale da ripetere ogni anno davanti a cifre che raccontano sempre la stessa storia: un fiume di denaro che continua a uscire dalle casse piemontesi per finire in quelle di altre regioni, senza nemmeno una compensazione perlomeno accettabile.