S-contro delle idee

Le riflessioni nascono a volte da incontri casuali, da spunti accennati in un discorso, oppure da eventi apparentemente slegati, ma in realtà uniti da un filo invisibile.

Il primo stimolo all’analisi risale a sabato scorso, quando in una sala del Blah Blah di via Po è stato presentato un libro dal titolo sicuramente evocativo: “S-Contro. Un collettivo antagonista nella Torino degli anni Ottanta” (edito da DeriveApprodi). Un’opera scritta a quattro mani, da Sergio Gambino e Luca Perrone, che ha permesso a molti militanti del Movimento universitario della Pantera (presenti in buon numero e in ottima salute) di ritrovarsi trent’anni dopo le occupazioni del 1990.

Via Po è stata per oltre due secoli testimone e protagonista dei grandi scossoni che hanno destato dal sonno i torinesi. Una strada che un tempo fu il cuore pulsante della Torino universitaria ribelle. Il suo passato fu turbolento: ospitò le barricate innalzate durante gli scontri a fuoco dei moti del 1821. Negli anni Settanta del secolo scorso veniva invece attraversata dai cortei colorati e intrisi di conflitto sociale del Movimento studentesco, prima del ’68 e poi del ‘77. La via, nell’ultimo decennio del Novecento, si è trasformata nel tragitto preferito dagli studenti “ostinatamente in direzione contraria” iscritti alle facoltà di Palazzo Nuovo.

I suoi portici, soprattutto il sabato sera, accoglievano generosamente i ragazzi e le ragazze che, al calar del Sole, si recavano ai Murazzi per trascorrere qualche ora da Giancarlo oppure al Centro Sociale Autogestito. Erano i due grandi palchi, a cui andava aggiunto El Paso occupato, su cui fiorirono gran parte dei gruppi musicali che fecero da colonna sonora agli anni ‘90.

Il libro racconta, in circa 160 pagine, i decenni che hanno tracciato il confine indelebile tra la grande metropoli operaia e l’attuale città dai contorni indefiniti, mutata in un “non-luogo”, nel “nulla”. Pagine dedicate a chi non si è arreso all’epoca della disillusione nata dalla “Marcia dei quarantamila (i quadri della Fiat scesi in piazza contro gli operai in sciopero da 35 giorni). Capitoli consacrati pure a chi non si è rassegnato al decennio del riflusso e del disimpegno, generato dall’arrivo dell’eroina e dalla violenza politica (lotta armata a sinistra e stragi di piazza a destra).

Sotto le ceneri di un’epoca dalle mille contraddizioni covava però la brace alimentata da importanti fremiti culturali, oltre che politici. Alberto Campo, giornalista da sempre attento ai fenomeni musicali, firma un capitolo del libro in cui ricorda le diverse realtà artistiche che negli anni ’80 non abbassarono la guardia, rifiutando di omologarsi. Una Torino punk e new wave che preparò il terreno alla rinascita musicale, teatrale e cinematografica del decennio successivo. Un clima culturale frizzante da cui nacque anche la dirompente Radio Blackout.

Il libro traccia un’attenta analisi socio-politica di anni a noi vicini, ma allo stesso tempo distantissimi dall’oggi. La misura dello spazio temporale intercorso tra i vivaci anni ’90 e il presente giunge dal secondo “incontro” del fine settimana: un articolo di cronaca sulla condanna a sette anni e mezzo di carcere inflitta all’imprenditore Ferrara, noto ai più come organizzatore di CioccolaTo e dei mercatini di Natale.

All’uomo d’affari, a cui Torino ha affidato alcuni importanti eventi, viene contestato l’aver adottato metodi mafiosi nel rapportarsi con l'istituzione comunale. Al capitolo giudiziario, però, andrebbe aggiunto quello sulla qualità delle iniziative finanziate dalla Città, con alcune pagine riservate alla decadenza conclamata del modello culturale torinese. I fondi pubblici destinati a concerti, promozione dei prodotti tipici e grandi eventi hanno oramai azzerato il complesso fermento culturale torinese, nato dalle lotte operaie così come dai grandi ideali risorgimentali, trasformando la città pedemontana in una metropoli nuda, sacrificata al “nulla”.

CioccolaTo, al di là delle vicende giudiziarie del suo promotore, era una manifestazione interamente riservata al cioccolato che sembrava purtroppo ignorare la storia della metropoli che la ospitava. Il cacao arrivò nella città sabauda sul finire del Cinquecento, grazie ai festeggiamenti proclamati dal duca Emanuele Filiberto di Savoia per celebrare il trasferimento della capitale ducale da Chambéry a Torino: fu il Duca a servire ai torinesi le prime tazze di cioccolata calda. In seguito, Torino inventò il Bicerin nel Settecento e il Gianduiotto nel 1865. Una tradizione totalmente assente tra gli stand della kermesse.

La cultura dell’epoca “del nulla” è invece un enorme contenitore vuoto alimentato da fondi pubblici e contributi vari. Il sostegno istituzionale alle iniziative culturali viene sovente disperso in tanti piccoli rigagnoli, utili forse soltanto a racimolare qualche voto in più alle elezioni.

Al contrario, il libro S-Contro racconta una Torino estremamente vivace nelle idee e nel confronto politico. Narra di un conflitto sociale che si rivela terreno fertile per la crescita del pensiero: linfa che alimenta e fa crescere nuove esperienze culturali. Una testimonianza del passato che indica la strada per uscire dalla pericolosa entropia in cui si rigenera il niente quotidiano.

La cultura prende vigore grazie alla forza dei mari in tempesta, mentre rischia di putrefarsi se ristagna negli acquitrini paludosi. 

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