LA SACRA FAMIGLIA

Disfatta Juve, "modello" Elkann. Impero allo sbando senza leader

La Vecchia Signora sprofonda tra dirigenti invisibili, acquisti flop e gerarchie saltate. Cobolli Gigli demolisce la governance bianconera. Ma il club è solo il riflesso di una crisi complessiva del gruppo Agnelli. E torna ad aleggiare il fantasma del cugino Andrea

“Ci sono dei problemi nella Juve: c’è una classe dirigente che non appare come dovrebbe apparire”. Giovanni Cobolli Gigli, ex presidente bianconero, a Radio Anch’io Sport ha probabilmente pronunciato la sentenza più severa non sulla Juventus, ma sull’intero universo Agnelli. Perché dietro la rabbia del tifoso che vede la Vecchia Signora uscire tra i fischi dello Stadium, sconfitta dalla Fiorentina e sprofondata al sesto posto, si intravede qualcosa di molto più profondo: la crisi di management di un gruppo che sotto John Elkann sembra aver smarrito insieme identità, gerarchie e direzione.

La Juve è solo il sintomo più popolare e rumoroso di un modello che scricchiola ovunque. Dalla galassia editoriale di Gedi fino all’automotive, passando per Ferrari e Maserati, il filo conduttore è sempre lo stesso: dirigenti deboli, strutture svuotate, cessioni a raffica e un capo che tutti aspettano ma che, proprio per questo, finisce col delegittimare chi dovrebbe comandare.

Cobolli Gigli lo dice senza peli sulla lingua, com’è nel suo costume: “Spalletti non deve parlare con Elkann, ma con l’amministratore delegato e con il presidente della Juventus. Sennò tutte le gerarchie vengono sconfessate”. Non bisogna essere esperti di organizzazione per capire che quando tutti guardano al capo, significa che il resto della catena di comando non esiste più.

Juve, società senza volto

L’affondo dell’ex presidente è impietoso. “Tutti guardano a Elkann e all’interno non si sente l’autorevolezza dei dirigenti”. Una frase che racconta il vuoto di comando dentro una Juventus che da anni cambia uomini, strategie e allenatori senza mai dare l’impressione di avere una rotta. Prima l’epoca di Cristiano Giuntoli, nata “con grandi aspettative” e finita nel nulla. Poi Damien Comolli, che Cobolli Gigli liquida con sarcasmo feroce: “Per me Comolli non esiste: non si è mai visto, non ha mai detto niente. L’ho visto solo in tribuna a Lecce con la moglie accanto”. Più che un amministratore delegato, un figurante aziendale.

Nel frattempo, sul campo, la squadra affonda. “I due attaccanti fanno piangere pensando ai soldi che sono stati spesi”. E la fotografia dello Stadium ammutolito dopo il 2-0 contro la Fiorentina sembra il riassunto perfetto di una stagione senza anima. Quasi 42 mila persone incapaci di credere a ciò che stanno vedendo: una Juventus che non incute più timore, né rispetto.

Cobolli salva soltanto Giorgio Chiellini. “L’unica persona che riconosco come tifoso”. Non è solo nostalgia da ex bandiera. È il riconoscimento implicito del fatto che, dentro una struttura sempre più manageriale e impersonale, l’unico volto che trasmette ancora appartenenza è quello di chi la Juventus l’ha vissuta davvero.

Il fantasma di Andrea Agnelli

Ed è qui che riemerge inevitabilmente Andrea Agnelli, presidente dal 2010 al 2023. Perché mentre la Juve di Elkann naviga a vista, cresce tra i tifosi la tentazione del paragone. E il confronto, oggi, rischia di diventare impietoso. Nella sua gestione, la squadra ha vinto 19 trofei (9 scudetti, 5 Coppe Italia e altrettante Supercoppe italiane): numeri che lo consegnano come il dirigente più vincente della storia bianconera. Il figlio di Umberto ormai vive sui canali di Amsterdam, a fine dello scorso anno è finita l’inibizione che gli era stata inflitta nell’ambito del caso Prisma per l’indagine sulle plusvalenze fittizie: ciò significa che può far ritorno nel mondo del calcio.

E peraltro, dal mondo dello sport non vi è mai uscito. Qualche settimana fa dalle colonne del Financial Times era arrivata l’ufficializzazione della sua nuova avventura: Gamma Waves Partners, società d’investimento che punta sulle nuove frontiere dello sport, dall’intelligenza artificiale ai dati sulle performance degli atleti, fino ai format emergenti del business sportivo. Non più il presidente-padrone di un club, ma un investitore che vuole intercettare il futuro dello sport globale.

E attorno a lui si ricompone un piccolo universo di fedelissimi e figure simboliche. C’è Giorgio Chiellini, oggi anche “director of football strategy” della Juventus, che porta in dote non solo il peso del suo nome, ma pure la formazione economico-manageriale maturata tra lauree e business administration. C’è Rocco Benetton. E soprattutto c’è un messaggio che molti tifosi bianconeri leggono nitidamente: Andrea Agnelli è ancora lì.

La nostalgia, nel calcio, spesso deforma la realtà. Ma nel caso juventino nasce anche da un dato concreto: sotto Agnelli la Juventus vinceva, aveva una linea, un’identità, un’ambizione internazionale. Oggi appare invece un club commissariato dall’incertezza.

Elkann e il capitalismo delle cessioni

La crisi, però, va ben oltre il calcio. Perché la sensazione di progressiva scomposizione dell’ex impero dell’Avvocato riguarda ormai tutto il perimetro ex Fiat. Negli anni John Elkann ha venduto o accompagnato verso la dismissione pezzi storici del gruppo: Marelli, Comau, Iveco. Sullo sfondo tornano insistenti le voci su una possibile cessione di Maserati, marchio simbolico che continua a perdere quota tra flop commerciali e strategie incomprensibili. E poi ci sono stabilimenti che sarebbero pronti a essere subaffittati a gruppi asiatici. Una parabola che racconta il ridimensionamento dell’automotive italiano. Gli antenati (o chi per loro) costruivano. Elkann, agli occhi di molti, vende. O nel migliore dei casi amministra l’esistente aspettando il prossimo dossier da alleggerire.

E il caso forse più emblematico della crisi manageriale è quello di Gedi. Lì il problema non è soltanto economico, ma culturale e strategico. L’ex gruppo editoriale della famiglia Agnelli è stato smontato e ceduto pezzo per pezzo, un settore che richiederebbe una visione fortissima e una linea chiara, appare il luogo dove più violentemente si è manifestata la crisi di leadership. Nemmeno i gioielli simbolici brillano più come un tempo. Ferrari continua a macinare utili, ma sul piano sportivo la Formula 1 resta un calvario quasi rituale, fatto di strategie incomprensibili, illusioni primaverili e delusioni puntuali. Quanto basta perché persino a Maranello si inizi a parlare di problemi strutturali di governance. E la Juventus, che doveva essere il volto popolare e vincente della galassia Exor, oggi appare invece il monumento più evidente alla confusione.

La struttura assente

Cobolli Gigli, da vecchio democristiano del calcio, usa toni persino moderati. Ma dietro le sue parole c’è una sentenza pesantissima: Elkann non può continuare a fare “il papà quando le cose funzionano” e sparire quando serve decidere. Da qui l’affondo sulla struttura del club: “Tutti guardano a Elkann e all’interno non si sente l’autorevolezza dei dirigenti. La Juve andrebbe rimodellata prima di tutto nella struttura societaria. Una società quotata in Borsa deve avere una struttura che si fa sentire”. Sul futuro, Cobolli insiste sulla necessità di non cambiare continuamente guida tecnica: “Se si continua a cambiare allenatore una volta ogni sei mesi non costruiamo niente. Secondo me Spalletti ce lo dovremmo tenere”.

Ma la frase più netta resta quella sulle responsabilità dell’azionista: “Elkann ha talmente tante cose da fare che non può occuparsi in maniera continuativa della Juventus. Non può fare sempre il papà quando le cose funzionano. Deve mettere dirigenti nel cda e nella società che si assumano responsabilità prendendo decisioni”. Una fotografia impietosa che, letta fuori dal recinto calcistico, sembra descrivere l’intero modello di governo dell’universo Exor. E quando un impero non ha dirigenti, prima ancora dei bilanci perde la propria idea di futuro.

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