POLITICA & SANITÀ

Sanità a rate: 135mila piemontesi costretti a indebitarsi per curarsi

Liste d'attesa infinite, Cup nel caos e visite impossibili da prenotare: in Piemonte 350mila persone hanno rinunciato almeno a una cura necessaria. E sempre più cittadini scappano nel privato. A costo di chiedere prestiti, fare debiti o svuotare i risparmi

Per curarsi c’è chi accende un prestito, chi chiede aiuto ai parenti e chi svuota i risparmi. Succede in Piemonte, una delle regioni più ricche e industrializzate d’Italia, dove però la sanità pubblica assomiglia sempre meno a un diritto universale e sempre più a un percorso a ostacoli riservato a chi può permetterselo. La denuncia arriva dal Comitato per il diritto alla tutela della Salute e alle cure, guidato dalla Cgil a cui aderiscono alcune delle principali sigle sindacali del settore e delle associazioni dei pazienti, alla vigilia della manifestazione del 23 maggio a Torino. Numeri che fanno saltare il banco della propaganda: 135mila piemontesi costretti a indebitarsi pur di accedere a visite, esami o interventi che il servizio pubblico non riesce più a garantire in tempi accettabili.

Il punto dolente resta quello ormai noto, ma sempre più esplosivo, delle liste d’attesa. Per una colonscopia si può attendere dai sei ai dodici mesi. Una visita dermatologica arriva fino a un anno. Per un intervento di cataratta si può restare in coda anche due anni. Tempi che non significano soltanto disagio o inefficienza amministrativa: significano diagnosi rinviate, patologie che peggiorano, ansia e paura scaricate interamente sui pazienti.

E infatti il risultato è che sempre più persone rinunciano direttamente a curarsi. Secondo il Comitato, nel 2025 sarebbero stati circa 350mila i piemontesi costretti a saltare almeno una prestazione sanitaria necessaria, con un incremento superiore al 30% rispetto all’anno precedente. Un’escalation che fotografa una regione dove il servizio pubblico continua formalmente a esistere, ma dove nella pratica l’accesso alle cure diventa sempre più selettivo.

Chi può permetterselo economicamente prova a scappare verso il privato. Ma anche qui il prezzo cresce rapidamente. Sempre secondo i dati diffusi dal Comitato, il costo medio di una prestazione privata in Piemonte ha ormai superato i 300 euro, mentre la spesa sanitaria privata pro-capite è aumentata del 16% in un solo anno. In altre parole: la sanità pubblica rallenta, quella privata accelera. E in mezzo restano migliaia di cittadini che non riescono né ad aspettare né a pagare.

Nel mirino finiscono inevitabilmente la Regione Piemonte e la gestione del sistema di prenotazione. Il Comitato parla apertamente di “responsabilità politiche precise”, accusando il grattacielo e l’assessorato di continuare ad annunciare piattaforme digitali, innovazioni tecnologiche e riforme che però, nella vita quotidiana dei cittadini, non producono risultati concreti. Il Cup regionale viene descritto come “lento, inaccessibile o bloccato”, con utenti costretti a passare ore al telefono senza riuscire a ottenere un appuntamento.

E così la promessa della digitalizzazione rischia di trasformarsi nell’ennesima vetrina burocratica mentre il problema reale resta intatto: mancano medici, personale, posti disponibili e una rete territoriale in grado di assorbire la domanda. La sensazione sempre più diffusa è che la sanità pubblica stia lentamente smettendo di essere universale, sostituita da un sistema dove la velocità delle cure dipende dal conto corrente.

“Non stiamo parlando di disagi organizzativi”, avverte il Comitato. E probabilmente è proprio questo il punto politico più delicato. Perché quando una visita arriva dopo un anno e un intervento dopo due, il rischio non è più soltanto la cattiva gestione: è l’erosione stessa del diritto alla salute.

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