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Nati ai bordi di periferia, a Torino 18mila ragazzi crescono in salita

Dal Nord al Sud c'è un'Italia dove il futuro dei minori cambia da quartiere a quartiere: 142mila minori vivono nelle aree urbane più fragili, tra povertà, scuole più deboli e stigma sociale. A pochi chilometri dalla Crocetta o dalla precollina esistono futuri diversi

 E pensare che il titolo scelto per il Salone del Libro appena archiviato era proprio “Il mondo salvato dai ragazzini”, il romanzo-manifesto di Elsa Morante. Ma basta sfogliare il nuovo rapporto di Save the Children sulle periferie urbane per capire quanto, oggi, siano semmai i ragazzini ad avere bisogno di essere salvati dal mondo degli adulti. O almeno da un Paese che continua a distribuire opportunità, scuola, sicurezza e futuro in base al quartiere di nascita.

Perché anche nella Torino dei festival, delle rigenerazioni urbane e delle narrazioni creative convivono città parallele: quella della Crocetta e della Precollina, dove il futuro resta una prospettiva quasi naturale, e quella di Falchera, Barriera di Milano, Aurora o delle Vallette, dove crescere significa partire con diversi metri di svantaggio già alla linea di partenza.

Non è una novità che un conto è nascere e crescere a Barriera di Milano, altro in precollina o alla Crocetta. Ma il rapporto dà a questa evidenza empirica la freddezza dei numeri: nella stessa città, a pochi chilometri di distanza, cambiano reddito familiare, risultati scolastici, accesso alle opportunità, aspettative sul futuro e perfino lo sguardo degli altri. Il quartiere smette di essere soltanto un indirizzo e diventa una traiettoria: può allargare l’orizzonte o restringerlo, offrire reti e servizi oppure consegnare bambini e adolescenti a una corsa a ostacoli che parte già in salita.

A certificarlo è lo studio I luoghi che contano, una fotografia delle periferie metropolitane italiane. Nei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane un minore su dieci vive nelle cosiddette Aree di disagio socioeconomico urbano (Adu): 158 zone individuate dall’Istat dove si concentrano povertà, fragilità educativa, precarietà lavorativa e servizi più deboli. Dentro quei confini vivono circa 142 mila bambini e adolescenti. E Torino è pienamente dentro questa geografia dello svantaggio.

Torino, la frattura che pesa

Nel capoluogo piemontese quasi 18 mila minori vivono nelle aree urbane più fragili. Sono il 15% del totale dei ragazzi residenti in città: una quota ben superiore alla media nazionale delle città metropolitane. I numeri raccontano una spaccatura sociale che attraversa la città ben oltre la tradizionale divisione tra centro e periferia. Nelle aree torinesi considerate più vulnerabili il 37,6% delle famiglie vive in povertà relativa, praticamente il doppio rispetto al dato complessivo cittadino fermo al 19%.

E soprattutto si allarga la frattura educativa. Qui il 13,6% degli studenti delle scuole secondarie ha abbandonato gli studi o ripetuto almeno un anno scolastico: oltre cinque punti percentuali in più rispetto alla media cittadina. Ancora più impressionante il dato sulla dispersione implicita – quella dei ragazzi che arrivano formalmente a scuola senza però aver acquisito competenze adeguate – che a Torino tocca il 20,9% nelle aree fragili contro il 9,1% del resto della città. In certi quartieri un ragazzo ha più del doppio delle probabilità di restare indietro. E il problema non si ferma ai banchi di scuola. Più di un giovane tra i 15 e i 29 anni che vive nelle aree fragili torinesi non studia e non lavora: il 28,6%, contro il 19,3% della media cittadina.

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Le nuove “periferie dei bambini”

Il rapporto di Save the Children smonta anche una convinzione vecchia quanto la sociologia urbana italiana: la periferia non coincide più necessariamente con la distanza dal centro storico. Le nuove marginalità si muovono lungo micro-geografie molto più complesse. Ci sono quartieri popolari storici, ma anche porzioni di città apparentemente integrate dove si addensano povertà educativa, fragilità economica e isolamento sociale.

A Torino, tra le aree individuate dall’Istat, compare Falchera, ma il fenomeno riguarda ormai frammenti urbani disseminati in molte città italiane. E sono soprattutto “periferie dei bambini”. Nelle Adu la presenza di minori è più alta rispetto al resto delle città metropolitane: il 16,7% della popolazione ha meno di 18 anni contro una media del 14,8%. Anche Torino conferma questo andamento: nelle zone fragili i minori rappresentano il 17,1% della popolazione contro il 13,8% della media cittadina. In pratica, la povertà urbana si concentra dove crescono più bambini.

Ed è forse questo il dato più inquietante: Torino non è la banlieue abbandonata a sé stessa, non è la periferia esplosiva raccontata in certe narrazioni da talk show. È una città che continua a percepirsi ordinata, civile, persino modello di rigenerazione urbana. Ma sotto la superficie si stanno consolidando confini invisibili. Non quelli amministrativi, ma quelli educativi, economici e culturali. Perché tra Falchera e la Crocetta non cambia soltanto il paesaggio urbano. Cambia la probabilità di finire un ciclo scolastico senza accumulare ritardi, cambia la possibilità di frequentare certi ambienti, di immaginarsi all’università, di sentirsi giudicati per il quartiere in cui si vive. E cambia perfino la percezione di sicurezza: nelle aree fragili solo una ragazza su due dichiara di sentirsi davvero al sicuro.

Il rapporto insiste molto su un punto che a Torino dovrebbe far riflettere più di altri: lo stigma. I ragazzi delle periferie non chiedono soltanto più servizi o più decoro urbano. Chiedono di smettere di essere considerati “quelli di Barriera”, “quelli delle Vallette”, “quelli di Falchera”. Perché il marchio territoriale finisce per diventare un’etichetta sociale difficile da togliersi di dosso.

La scuola che divide la città

Il capitolo più incisivo del rapporto riguarda l’istruzione. Perché è qui che il quartiere diventa destino. Nelle aree fragili delle città metropolitane il 15,4% degli studenti ha abbandonato la scuola o ripetuto almeno un anno, il doppio della media urbana del 7,6%. Ma il problema è ancora più profondo: in molti quartieri vulnerabili si sta consolidando una vera segregazione scolastica.

Save the Children segnala che nelle scuole situate dentro o vicino alle aree fragili il rischio di dispersione implicita arriva al 20,8%, contro l’11% medio delle città metropolitane. A Bologna tocca addirittura il 23,1%, a Milano il 21,1%, a Torino il 20,9%. E non è solo una questione di rendimento scolastico. Cambiano le aspettative di vita.

Nelle scuole delle aree fragili soltanto il 36,5% degli studenti pensa di iscriversi a un liceo, contro il 66,9% degli altri quartieri. Più forte invece l’orientamento verso istituti tecnici e professionali. Anche l’università appare più lontana: solo uno studente su quattro si dichiara certo di voler proseguire gli studi. Il quartiere finisce così per restringere gli orizzonti ben prima dell’età adulta.

Povertà quotidiana

La fragilità emerge anche nella vita quotidiana degli adolescenti. Nelle aree vulnerabili il 16,7% degli studenti racconta di non avere avuto a inizio anno il materiale scolastico necessario perché troppo costoso. Il 17,3% ha rinunciato almeno una volta a una gita scolastica per motivi economici. Uno su cinque evita persino di uscire con gli amici per mancanza di soldi. E poi c’è lo sport, che troppo spesso resta un lusso: il 12,7% dei ragazzi delle aree fragili non pratica attività sportive per ragioni economiche.

Anche dentro casa si misurano le differenze sociali. Meno della metà degli studenti delle periferie vulnerabili ha una stanza tutta per sé. E il livello di istruzione dei genitori crolla: soltanto il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri è laureato.

Il peso dello stigma

Ma forse il dato più inquietante del rapporto non è economico. È psicologico. Quasi la metà degli adolescenti che vivono nelle aree fragili ritiene che il proprio quartiere venga giudicato negativamente dagli altri. Un ragazzo su tre racconta di aver assistito a prese in giro o discriminazioni legate alla zona di provenienza. La periferia non è soltanto un luogo. Diventa un marchio. “Servirebbero più parchi e meno pregiudizi sul mio quartiere”, sintetizza uno dei ragazzi intervistati nella ricerca. Un altro adolescente descrive “due anime che faticano a guardarsi”, separate da un confine invisibile ma pesantissimo nella percezione collettiva.

Eppure il rapporto smonta anche la narrazione miserabilista delle periferie come semplice catalogo di degrado. Perché quei quartieri, nonostante tutto, continuano a essere vissuti come luoghi di appartenenza. Nelle aree fragili il 78,4% dei ragazzi dichiara di sentirsi felice nel proprio quartiere. Chiedono cose semplici: spazi pubblici, pulizia, sport, cultura, trasporti, sicurezza. Chiedono soprattutto rispetto.

Rigenerazione urbana o maquillage?

Il rapporto di Save the Children lancia infine un’accusa politica precisa: negli ultimi anni enormi risorse pubbliche, compresi i fondi del Pnrr, sono state distribuite senza una vera strategia nazionale di rigenerazione urbana. Il rischio – avverte l’organizzazione – è scambiare la riqualificazione edilizia per rigenerazione sociale. Non bastano facciate rifatte o piazze inaugurate se poi mancano presìdi educativi, psicologi, spazi aggregativi, biblioteche, centri sportivi e servizi stabili. Non basta tagliare nastri se nei quartieri fragili continuano a crescere ragazzi convinti di avere meno futuro degli altri.

Per questo Save the Children chiede una strategia nazionale che guardi alle periferie con una “lente generazionale”, investendo in spazi pubblici permanenti per bambini e adolescenti. Perché il punto, alla fine, è tutto qui: un Paese in cui il futuro di un ragazzo dipende dal quartiere in cui nasce non sta soltanto tradendo le periferie. Sta ipotecando se stesso.

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