Caso Cospito, 8 mesi a Delmastro. Confermata in appello la condanna
17:20 Mercoledì 20 Maggio 2026L'ex sottosegretario alla Giustizia, dimessosi dopo la vicenda della Bisteccheria d'Italia, era accusato di rivelazione del segreto d'ufficio nell'ambito della detenzione dell'anarchico. La Procura generale aveva sollecitato l'assoluzione. "Ricorreremo in Cassazione"
La Corte d’Appello di Roma conferma tutto. Stessa pena, stesso impianto accusatorio, stesso verdetto: Andrea Delmastro Delle Vedove è stato nuovamente condannato a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito della vicenda legata all’anarchico Alfredo Cospito. La decisione dei giudici della terza sezione è arrivata dopo oltre due ore di camera di consiglio, chiudendo – almeno per ora – uno dei casi politico-giudiziari imbarazzanti per Fratelli d’Italia e per il governo di Giorgia Meloni.
Per l’ex sottosegretario alla Giustizia, difeso dall’avvocato Giuseppe Valentino, si tratta della conferma integrale della sentenza pronunciata nel febbraio 2025 dal Tribunale di Roma. Eppure, anche questa volta, la richiesta dell’accusa andava nella direzione opposta: lo scorso 22 aprile il sostituto procuratore generale aveva infatti chiesto l’assoluzione sostenendo che «il fatto non costituisce reato».
Delmastro era presente in aula al momento della lettura del dispositivo. Uscendo dalla Corte d’Appello ha evitato commenti politici e giuridici. «Sicuramente andremo in Cassazione», si è limitato a dire. A chi gli chiedeva se il verdetto lo avesse stupito ha risposto soltanto con un freddissimo «buon lavoro».
Tutto parte dal gennaio 2023
La storia nasce nel pieno della tempesta politica e mediatica sul 41-bis e sulla protesta di Alfredo Cospito. L’anarchico, detenuto nel carcere di Sassari in regime di carcere duro, era in sciopero della fame contro il 41-bis quando alcuni parlamentari del Pd andarono a fargli visita.
Pochi giorni dopo, il 31 gennaio 2023, alla Camera esplode il caso. Il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli prende la parola e rivela contenuti di informative del Dap riguardanti i colloqui avvenuti in carcere tra Cospito e detenuti mafiosi. Nel suo intervento attacca frontalmente il Pd sostenendo che alcuni boss avrebbero incoraggiato la battaglia dell’anarchico contro il carcere duro.
È in quel momento che emerge il ruolo di Delmastro. Quelle informazioni, infatti, erano state fornite proprio dall’allora sottosegretario alla Giustizia con delega al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
L’inchiesta e l’imputazione coatta
La Procura di Roma apre un fascicolo per rivelazione di segreto d’ufficio ai sensi dell’articolo 326 del codice penale. Ma il procedimento prende subito una piega anomala. I pm chiedono infatti l’archiviazione sostenendo che mancasse l’elemento soggettivo del reato: secondo la Procura non vi sarebbe stata la consapevolezza, da parte di Delmastro, del carattere riservato di quelle informazioni.
Una linea che però il gip respinge duramente. Il giudice dispone infatti l’imputazione coatta, obbligando la Procura a formulare l’accusa e a mandare Delmastro a processo. Nelle motivazioni il gip osserva come fosse poco credibile che un sottosegretario alla Giustizia non comprendesse la delicatezza e la natura riservata di atti provenienti dal Dap. È il primo passaggio che trasforma definitivamente la vicenda da incidente parlamentare a caso giudiziario e politico nazionale.
Il processo di primo grado
Delmastro viene rinviato a giudizio nel 2024. Il processo si celebra davanti all’VIII sezione penale del Tribunale di Roma e mantiene per tutta la sua durata un carattere quasi paradossale: la Procura continua, infatti, a chiedere l’assoluzione dell’imputato. Il 20 febbraio 2025 arriva però una sentenza completamente diversa dalle richieste dei pm. Il tribunale condanna Delmastro a otto mesi di reclusione con pena sospesa e a un anno di interdizione dai pubblici uffici.
Secondo i giudici: le informazioni trasmesse a Donzelli erano effettivamente coperte da segreto d’ufficio e Delmastro era pienamente consapevole della loro natura riservata. La divulgazione poteva compromettere attività di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata.
“Non può essere ritenuto superficiale”
Le motivazioni depositate nel maggio 2025 rappresentano uno dei passaggi più duri dell’intera vicenda. I magistrati scrivono che Delmastro «non può essere ritenuto tanto leggero e superficiale» da ignorare la segretezza degli atti trasmessi a Donzelli. Per il tribunale: le relazioni del Dap avevano carattere di “limitata divulgazione” e il segreto d’ufficio serviva a tutelare il buon funzionamento dell’amministrazione penitenziaria. Il fatto che Donzelli fosse parlamentare non gli attribuiva automaticamente il diritto di accedere a quelle informazioni. Un’impostazione che smonta la tesi difensiva secondo cui si sarebbe trattato di normali scambi informativi tra esponenti istituzionali appartenenti alla stessa maggioranza.
L’appello e la seconda condanna
Nel processo di secondo grado il quadro si ribalta ancora una volta sul fronte dell’accusa. La Procura generale di Roma cambia orientamento rispetto alla sentenza di primo grado e chiede apertamente l’assoluzione di Delmastro perché «il fatto non costituisce reato», sostenendo che non vi fosse certezza sulla natura segreta degli atti. Ma i giudici della Corte d’Appello non seguono questa impostazione e confermano integralmente il verdetto già pronunciato dal tribunale capitolino.
Per il meloniano Delmastro arriva così una seconda condanna conforme, politicamente pesantissima perché colpisce uno degli uomini simbolo della linea securitaria del governo Meloni e uno degli esponenti più combattivi di Fratelli d’Italia sui temi della giustizia e del carcere duro. Ora resta soltanto il passaggio finale davanti alla Cassazione. Ma dopo due sentenze identiche, la strada giudiziaria dell’ex sottosegretario appare decisamente più in salita.
Il caso Bisteccheria d’Italia
Ma il caso Cospito non è stato l’unico né il più devastante inciampo politico e personale di Delmastro. Ben più grave, almeno sul piano dell’impatto pubblico e dell’imbarazzo dentro Fratelli d’Italia, è stato il cosiddetto scandalo della “Bisteccheria d’Italia”, la vicenda che nel marzo 2026 lo ha costretto a lasciare il governo.
L’ex sottosegretario si è infatti dimesso dopo l’inchiesta che aveva rivelato la sua partecipazione nella società “Le 5 Forchette srl”, proprietaria del ristorante romano Bisteccheria d’Italia. Tra i soci figuravano, oltre ad alcuni esponenti biellesi di Fratelli d’Italia, tra cui l’allora vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, anche Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, considerato prestanome del clan camorristico dei Senese e già condannato per aver favorito le attività della camorra a Roma.
Delmastro inizialmente aveva sostenuto di non conoscere Mauro Caroccia. Ma dopo quelle dichiarazioni erano spuntate fotografie che ritraevano insieme l’esponente meloniano e lo stesso Caroccia, oltre a immagini di cene nella Bisteccheria d’Italia. Una miscela esplosiva che aveva trasformato il caso politico in un autentico terremoto per il ministero della Giustizia. Alla fine Delmastro fu costretto a consegnare le proprie «irrevocabili dimissioni», parlando di una «leggerezza» pur continuando a negare qualsiasi comportamento scorretto. Un’uscita di scena che segnò uno dei momenti più difficili per il melonismo di governo: perché il caso Cospito riguardava la gestione disinvolta di atti riservati, ma la Bisteccheria d’Italia evocava qualcosa di molto più tossico per un partito che della legalità e della lotta alla criminalità aveva fatto una bandiera identitaria.
Il 26 maggio, proprio a proposito di questa storia, il politico di Fratelli d’Italia verrà sentito in commissione Antimafia. Nelle scorse settimane sono stati invece sentiti i pm della Dda titolari del fascicolo sui Caroccia. In base a quanto si apprende sulle loro scrivanie sono arrivati gli stralci dei verbali di Gioacchino Amico, pentito di Hydra, il processo sulle mafie che si celebra a Milano, che riguarderebbero questioni prettamente romane.



