SANITÀ

Stop ai gettonisti, flop di Schillaci:
al Pronto Soccorso sono la metà

Tre anni dopo le prime strette del ministro, resta inevitabile il ricorso ai professionisti a prestazione. E dove si tagliano le coop (come in Piemonte) i camici bianchi si ingaggiano singolarmente. Il contraccolpo del Pnrr con la carenza di personale

La metà dei medici nei Pronto soccorso sono ancora gettonisti e, tra i camici bianchi ospedalieri, cresce l’intenzione di lasciare il posto anzitempo, con un professionista su quattro che valuta concretamente l’idea del prepensionamento.

Due facce della stessa medaglia, non certo al valore del sistema sanitario italiano che, pur con qualche differenza, si presenta da Nord a Sud con patologie ancora senza una cura efficace.

Spese e rischi

“In base al decreto di tre anni fa, che avviava i loro contratti ‘ad esaurimento’, dovevano essere l’eccezione, ma oggi confermano invece la regola: nella metà abbondante dei pronto soccorso dei nostri ospedali si fa ancora ricorso ai gettonisti, con tutto quel che ne consegue in termini di spesa e, soprattutto, di organizzazione del lavoro”, denuncia la Fadoi, la Federazione degli internisti ospedalieri italiani, che conclude oggi a Rimini il suo congresso nazionale.

La fotografia aggiornata della presenza di professionisti forniti da cooperative o società di servizi non fa che confermare il sostanziale fallimento degli obiettivi fissati nel 2023 dal ministro della Salute Orazio Schillaci e il perdurare di una situazione per la quale non è ancora stata individuata una soluzione efficace.

Effetto Pnrr

La stessa corsa contro il tempo per rendere operative le strutture previste dal Pnrr, ovvero le case e gli ospedali di comunità, a fronte della carenza di personale, ripropone in una sorta di gioco dell’oca il ricorso a quei medici a gettone (o liberi professionisti, ma poco cambia) la cui uscita dal sistema sanitario pubblico è stata indicata come una priorità dal ministro e, almeno negli intenti, condivisa dalle Regioni.

Nel report dei medici ospedalieri viene ricordato come “il decreto legge 34 del 2023 e le successive modificazioni abbiano limitato l’uso dei gettonisti solo in via temporanea ed eccezionale, prevedendo la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazione non giustificate”.

“Ebbene, se guardiamo alle unità operative di medicina interna – si legge ancora nell’indagine della Fadoi – emerge che meno del 20% fa ancora, in qualche misura, ricorso a gettonisti o professionisti con contratto di lavoro autonomo. Le cose però cambiano, e di molto, quando si punta la lente sui pronto soccorso, dove prestano la loro opera molti medici di medicina interna. Qui il ricorso alle esternalizzazioni avviene nel 54,8% delle strutture”.

Spesso, come più volte rilevato dalle cronache, si tratta di professionisti privi di specializzazione o comunque non inseriti stabilmente nei team ospedalieri, con tutte le possibili conseguenze sui pazienti.

Fuga verso la pensione

A generare rischi potenziali c’è anche un altro fattore: le condizioni di lavoro, gli orari e lo stress.

“Come tutto ciò finisca per mettere a rischio la salute dei ricoverati lo mette in chiaro uno studio della Johns Hopkins University School of Medicine, secondo cui il 36% dei medici in burnout commette almeno un errore grave all’anno. Percentuale che, proiettata sui numeri italiani, si tradurrebbe nel rischio di 20mila errori gravi compiuti dai medici e di oltre 70mila da parte degli infermieri, per un totale di circa 100mila errori sanitari l’anno”, avvertono i camici bianchi ospedalieri.

Tornando ai gettonisti, la notevole difficoltà nel tradurre in pratica quanto ribadito più volte in altrettanti decreti “è il segno di una carenza di personale, indicata come prioritaria da oltre il 57% dei medici”.

Certo è che le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci e questo spinge il 26,4% dei medici a pensare di lasciare anticipatamente il lavoro, mentre il 20,2% pianifica la fuga verso il privato, se non addirittura all’estero, ipotesi presa in considerazione dal 10,1%.

Ritorno in ospedale

E anche in questo caso, in quella fuga verso il privato, non può non leggersi il passaggio alla libera professione di una parte dei medici oggi dipendenti che, a quel punto, tornerebbero a lavorare negli ospedali, ma appunto come liberi professionisti.

Letteralmente non si può parlare di gettonisti, quanto piuttosto di un’alternativa sempre più diffusa anche in regioni come il Piemonte, dove il ricorso a questa tipologia di professionisti aveva raggiunto livelli record, arrivando a rappresentare un quarto della domanda nazionale complessiva.

I liberi professionisti si organizzano autonomamente, senza passare attraverso cooperative o società di servizi, gestendo direttamente le offerte di lavoro delle Asl per coprire i turni. Soprattutto nei pronto soccorso.

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