Caso Rear, il teorema non regge: chiesta l'archiviazione per Laus
19:03 Martedì 26 Maggio 2026Per quasi due anni l'indagine è stata raccontata come il cuore di un sistema politico-familiare costruito attorno al deputato Pd. Ma già dalle carte dell'inchiesta emergevano contestazioni fragili, più narrative che penali. Anche Grippo e Carretta verso il proscioglimento
Tre milioni di euro di finanziamento garantito dallo Stato, appartamenti, box auto, stipendi ai familiari e agli amici politici, figli all’università e dipendenti impegnati nelle istituzioni mentre risultavano al lavoro in cooperativa. Bastava leggere il 415 bis notificato dalla Procura di Torino per capire che il “caso Rear” rischiava di essere molto più rumoroso mediaticamente che solido sul piano giudiziario. E infatti, a quasi due anni dall’avvio dell’inchiesta, la Procura ha ora chiesto l’archiviazione del procedimento che vedeva tra gli indagati il deputato Pd Mauro Laus, l’assessore comunale Mimmo Carretta e la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo.
Una retromarcia che pesa, soprattutto se si considera il clamore politico e giornalistico costruito attorno a un’inchiesta partita nel 2023 e subito trasformata in qualcosa di più di una semplice vicenda che toccava un’impresa piuttosto nota. Rear, storica cooperativa torinese attiva nella vigilanza e nei multiservizi, era diventata nel racconto pubblico un presunto sistema di potere familiare e politico orbitante attorno al presunto dominus del Pd torinese.
Le ipotesi di reato formulate inizialmente dalla Procura – infedeltà patrimoniale e malversazione di erogazioni pubbliche – si concentravano sulla gestione dei fondi pubblici ricevuti dalla cooperativa tra il 2020 e il 2021. Nel mirino erano finiti stipendi considerati “non dovuti”, immobili della cooperativa usati per fini privati e l’utilizzo di un finanziamento Covid da tre milioni di euro assistito da garanzia Sace.
Nelle carte comparivano Mauro Antonio Donato Laus, il presidente della cooperativa Antonio Munafò, la vicepresidente Valeria Cardone, oltre ai figli di Laus, Giuseppe e Vittorio, alla cognata Maria Cardone, a Maria Grazia Grippo e a Mimmo Carretta. Contestazioni che, già allora, apparivano fragili e spesso costruite più sul contesto che su veri elementi penalmente rilevanti.
Emblematico il capitolo sugli stipendi. Carretta veniva indicato come dipendente Rear pur essendo impegnato in Consiglio comunale; Grippo avrebbe lavorato per la cooperativa mentre svolgeva attività istituzionale; i figli di Laus risultavano dipendenti mentre frequentavano l’università. Circostanze che sin dall’inizio sembravano lontane anni luce da un impianto accusatorio con rilievi penali. Lo stesso valeva per il presunto utilizzo privatistico degli immobili: appartamenti a Torino, Riva del Garda e Roma, box auto e locazioni finite nelle informative della Guardia di Finanza come prova di una gestione “familistica” della cooperativa. Un corpaccione investigativo pieno di dettagli, nomi, relazioni parentali e suggestioni narrative, ma con un nucleo penale fragile, diremmo inconsistente.
Non a caso, già dopo la notifica dell’avviso di conclusione indagini, il legale di Laus, l’avvocato Maurizio Riverditi, aveva parlato di un atto atteso “fin dall’inizio”, sottolineando come i profili contestati “non avessero alcun collegamento con l’attività politica” degli indagati né con gli appalti aggiudicati dalla cooperativa. Laus aveva scelto la linea del silenzio istituzionale: “C’è sempre un dopo che, prima o poi, ci spiega il prima”, aveva scritto.
Quel “dopo”, adesso, assomiglia molto a una smentita dell’impianto accusatorio che aveva alimentato per mesi il racconto del “sistema Laus”. Un copione già visto: l’indagine che deborda rapidamente nel caso politico, il circuito mediatico-giudiziario che amplifica sospetti e relazioni personali, le suggestioni sulle correnti del Pd e sulla rete di fedelissimi. Salvo poi scoprire che, alla prova finale, il castello accusatorio era molto meno granitico di quanto fosse stato raccontato.
Le carte restano, i titoli pure. Ma la richiesta di archiviazione della Procura segna un punto difficilmente aggirabile: quella che era stata presentata come una grande inchiesta sulla gestione opaca della Rear non sembra aver trovato fondamenta sufficientemente solide.



