Piemonte, la fabbrica tiene botta. Ma pesano le incognite geopolitiche
14:03 Mercoledì 27 Maggio 2026Produzione industriale in crescita del 2,3% nel primo trimestre 2026, con l'auto che rimbalza del 12,4% e l'aerospazio a +8,9%. Alessandria (+4,7%) e Biella (+4,5%) guidano la corsa, mentre Novara crolla del 2,9%. Oltre il 60% teme l'impatto delle guerre
Il Piemonte industriale sorprende. E lo fa mentre il resto d’Europa continua a viaggiare col freno tirato, la Germania resta impantanata nella crisi manifatturiera e il conflitto in Medio Oriente rimette sotto pressione energia, logistica e materie prime. In questo scenario da allarme rosso, le fabbriche piemontesi archiviano il primo trimestre 2026 con una crescita della produzione del 2,3%, accelerando rispetto al +1,4% medio del 2025.
Ma a leggere bene i numeri dell’indagine congiunturale di Unioncamere Piemonte, realizzata con Intesa Sanpaolo e UniCredit su 1.733 imprese, quasi 88mila addetti e oltre 50 miliardi di euro di fatturato, più che un boom sembra una gigantesca manovra difensiva. Le imprese producono di più perché temono ciò che arriverà domani: rincari energetici, blocchi nelle forniture, tempi di trasporto fuori controllo e nuove fiammate inflazionistiche.
Non a caso il report parla apertamente di “accelerazione precauzionale”: molte aziende hanno anticipato produzione e approvvigionamenti per proteggersi dal rischio di paralisi della catena logistica internazionale. Il risultato è comunque positivo: la produzione cresce del 2,3%, gli ordinativi complessivi del 3,3% e il fatturato dell’1,8%. A spingere è soprattutto il mercato interno, con il fatturato domestico in aumento del 2,6% e gli ordini interni del 3,2%, mentre l’estero mostra una dinamica più contraddittoria: gli ordinativi oltreconfine salgono del 3,6%, ma il fatturato estero resta quasi fermo, con un modesto +0,1%.
Anche il grado di utilizzo degli impianti, pari al 62,2%, resta praticamente identico al 62,1% registrato nello stesso trimestre del 2025. Segno che le aziende stanno spingendo, ma senza saturare davvero la capacità produttiva.

Elettronica e metalli davanti a tutti
A livello settoriale, quasi tutti i comparti industriali piemontesi crescono oltre il 2%. A guidare la classifica è l’elettricità-elettronica con un +3,3%, seguita dai metalli con il +2,6%, dall’alimentare con il +2,5% e dai mezzi di trasporto con il +2,4%.
Dietro il dato dei mezzi di trasporto si nasconde però una delle sorprese maggiori della rilevazione: la produzione di autoveicoli balza del 12,4%, segnando una brusca inversione rispetto agli ultimi anni di crisi. Ancora meglio, nel suo perimetro, fa l’aerospazio, ormai locomotiva stabile dell’industria piemontese, con una crescita dell’8,9%. Restano invece sostanzialmente fermi i componentisti auto, che segnano un -0,4%, confermando come la ripresa della filiera non sia ancora omogenea.
Crescono anche il tessile, con un +2,2%, e la chimica-plastica, con un +2,1%. Più fiacca la meccanica, che si ferma a +0,7%. L’unico settore davvero in rosso è il legno-mobile, che arretra dello 0,8%.

Piccolo è tornato bello
La sorpresa arriva anche dalla dimensione delle imprese. A trainare la crescita non sono i grandi gruppi, ma le piccole aziende. Le imprese tra 10 e 49 addetti registrano infatti un poderoso +4,2%, mentre le microimprese salgono del 2,4%. Molto più lenta la corsa delle medie imprese, ferme a +0,4%, mentre le grandi si attestano al +2,1%.
È il segnale di un tessuto produttivo diffuso che reagisce con rapidità agli shock esterni: cambia fornitori, aumenta le scorte, anticipa gli ordini, rivede i listini. Una manifattura meno muscolare, ma più svelta.

Piemonte diviso in due
La mappa regionale racconta però un Piemonte sempre più spaccato. Alessandria è la provincia che cresce di più, con un +4,7% trascinato da chimica e metalmeccanica. Subito dietro c’è Biella, che mette a segno un +4,5% grazie al rimbalzo del tessile. Torino sale del 3,5%, sostenuta da mezzi di trasporto, metalli ed elettronica. Bene anche Cuneo, che avanza del 2,8% grazie ad alimentare, tessile e meccanica. Asti resta in territorio positivo, ma con un più modesto +0,8%, pur potendo contare sul buon andamento del comparto bevande, cresciuto del 7,1%.
Poi però arriva il Nord che arranca. Vercelli arretra dell’1,4%, penalizzata da tessile, rubinetteria e valvolame. Il Verbano Cusio-Ossola perde il 2%, zavorrato dalla metalmeccanica. Novara chiude ultima con un pesante -2,9% e con cali in tutti i principali comparti, fatta eccezione per l’alimentare.
È il Piemonte a due velocità evocato anche dal presidente di Unioncamere Gian Paolo Coscia: una regione in cui le medie positive rischiano di nascondere fratture territoriali sempre più evidenti. La media del pollo di Trilussa, insomma.

La guerra entra nei capannoni
La parte forse più significativa dell’indagine è quella dedicata all’impatto del conflitto in Medio Oriente. Oltre il 60% delle imprese piemontesi denuncia un’esposizione indiretta alla crisi attraverso energia, trasporti e materie prime. Per il 5% delle aziende l’esposizione è invece diretta, cioè legata ai flussi commerciali con l’area. Circa tre imprese su dieci dichiarano un impatto nullo o marginale.
I settori più vulnerabili all’esposizione indiretta sono la chimica-plastica, con il 76,8% delle imprese coinvolte, i metalli con il 65,2%, il tessile e abbigliamento con il 64,4% e i mezzi di trasporto con il 63,5%. Sul fronte dell’esposizione diretta, invece, il valore più alto si registra nell’elettricità-elettronica, con il 9,9%, seguita dal tessile con il 7,9%, dalla meccanica con il 7,8% e dalla chimica-plastica con il 6,5%.
Quanto agli effetti concreti della crisi mediorientale, il colpo più pesante arriva dalle materie prime: un’impresa su due segnala rincari significativi. Subito dietro ci sono i costi energetici, indicati dal 49% delle aziende, e quelli di trasporto e dei noli marittimi, che pesano sul 35% del campione. Seguono l’aumento dei costi assicurativi dei trasporti, con il 21%, le difficoltà di approvvigionamento di materie prime e componenti, con il 19%, l’allungamento dei tempi di trasporto, con il 16%, i problemi di liquidità e incassi, con il 15%, e il calo della domanda estera, che per ora riguarda in modo significativo il 9% delle imprese.
La risposta delle aziende è già partita. Il 39% ha adottato o prevede di adottare a breve misure correttive: soprattutto revisione delle politiche di prezzo per coprire i maggiori costi di logistica ed energia, scelta dal 23,4% delle imprese, diversificazione dei fornitori, indicata dal 14,5%, aumento dei livelli di magazzino per prevenire rotture nella catena di fornitura, previsto dall’11,3%, ricerca di nuovi mercati di sbocco, al 9,1%, e ricerca di rotte alternative, che riguarda per ora il 2,4%.
Investimenti congelati
Il punto più delicato riguarda i piani di investimento. La crisi non colpisce solo i costi di oggi, ma anche le decisioni di domani. Per gli investimenti produttivi in macchinari e impianti, il 36% delle imprese parla di sospensione o cancellazione e un altro 36% di rinvio; solo il 27% conferma i piani e appena l’1% li aumenta.
La prudenza è ancora più evidente sulla transizione green ed energetica: il 38% sospende o cancella, il 32% rinvia, il 28% conferma e solo il 2% incrementa. Per ricerca, sviluppo e innovazione, il 40% sospende o cancella i progetti, il 32% li rinvia, il 27% li conferma e l’1% li aumenta. Peggio ancora va sui processi di internazionalizzazione: il 45% sospende o cancella, il 30% rinvia, il 24% conferma e appena l’1% incrementa. È qui che la fotografia positiva del trimestre mostra la sua ombra: le imprese producono, reagiscono, si difendono, ma faticano a programmare.
Fiducia ancora sotto quota 100
Nonostante i numeri positivi, la fiducia resta bassa. L’indice sintetico del clima di fiducia delle imprese manifatturiere piemontesi risale a 89,8, migliorando rispetto ai trimestri precedenti ma restando ben lontano da quota 100, la soglia che separa gli ottimisti dai pessimisti.
A livello globale, intanto, l’indice di rischio geopolitico ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 25 anni. Prima pesavano già tariffe commerciali, guerra in Ucraina, tensioni tra Cina e Taiwan e instabilità mediorientale. L’escalation con l’Iran ha ulteriormente aggravato il quadro, con ripercussioni dirette su consumatori, imprese e istituzioni finanziarie. Per questo il +2,3% piemontese va letto senza ubriacarsi di ottimismo. È un buon dato, certamente. Ma è anche il prodotto di un sistema industriale che corre per non farsi travolgere.
Paolo Bertolino, segretario generale di Unioncamere Piemonte, parla di un primo trimestre che “ha favorevolmente stupito”, ma lo lega proprio all’anticipazione produttiva di fronte alle fiammate dei costi. Marco Montermini, head of corporate Nord Ovest di UniCredit, vede “un Piemonte resiliente e capace di innovare e reagire”. Andrea Perusin, direttore regionale Piemonte Sud e Liguria Banca dei Territori Intesa Sanpaolo, ricorda che la fiducia è “fortemente compromessa” dalla somma degli shock degli ultimi anni, ma che le reazioni degli imprenditori piemontesi “si vedono e hanno il loro effetto”.
Il Piemonte manifatturiero, insomma, tiene botta. Ma più che marciare verso una nuova stagione di crescita, sembra correre con un occhio agli ordini e l’altro alle mappe delle rotte marittime.



